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sabato 30 luglio 2011

Di carne piemontese e letture americane: le ferie cittadine!

Le ferie son giunte al termine, ma tante le cose rimaste da fare - testimone la lista qui a fianco - ma anche molte e anche molto piacevoli le cose "fatte"!
Da sapori nuovi a nuove letture, passando per passeggiate cittadine e campestri, ritmate da lunghi riposi al fresco di questo luglio insolito, film e teatro a guarnizione di questa estate cittadina.

sabato 21 agosto 2010

Torino dovrebbe essere casa mia

Facendo mio il titolo di un bel libro di Culicchia, vi racconto della mia trasferta torinese.

il toro

E' una storia lunga iniziata poco tempo fa.

Sono stata reclutata dal Big Boss dei Big Party per fare il mio lavoro a Turin.

… e la cosa mi ha dato non poca soddisfazione.

Uno, perché a Turin, ce ne sono molti che fanno il mio lavoro.

Due perché il Big Party è sempre il Big Party, mica il Mini Party o il Medium Party...

Tre perché ha chiesto che fossi personalmente di persona io e non qualcun altro.

Appena la prima ondata di soddisfazione cominciava a gratificarmi, sono arrivati i pensieri negativi. Uno, chiama me perché gli costo meno, due, chiama me perché sono svelta, tre, stacanovista-dentro e lui lo sa...

Una volta smesso di chiedermi il motivo mi sono proprio goduta l'esperienza e Torino.

Torino che ho sempre visitato al fianco del Principino che ci ha studiato e l'ha vissuta, “anche se la città era molto diversa allora..”.

La città è elegante come una vera capitale europea, e lo è anche nel suo periodo estivo, quando gruppetti di turisti se la spassano nelle ampie strade, mangiando sulle panchine, gozzovigliando nei vari baretti e gastronomie del centro storico. Io purtroppo sono stata molto con il naso dentro questo monitor ma appena potevo sparivo per fare due passi in Via Garibaldi, guardare due vetrine e soprattutto fare acquisti live da Muji, senza il grillo parlante che petulasse “ma ti serve veramente?!”. Sono caduta più di una volta di Exki, memore delle vacanze estive, ma devo ammettere a malincuore che ci corre molto assaj con i pasti che abbiamo fatto nel natio Belgio. Le cene sono state governate dal Big Boss dei Big Party, che forse per deviazione professionale, sembra saper godere assai bene dei piaceri della tavola. La prima cena-staff a cui ho partecipato si è svolta in un'aia sulle colline piemontesi, a Pavarolo, poche case attorno ad un palazzo arroccato su una collina. Abbiamo mangiato dalla Signora Maria, al Ristorante dell'allegria. Esperienza memorabile: un susseguirsi interminabile di portate di antipasto, salame prosciutto e melone, carne manzo cruda, vitello tonnato, zucchine in carpione, melanzane sott'olio e altro che ho rimosso e la conclusione con taaaaa-taaaaaaa cotechino con purè! Naaa! Ora c'è da dire che qui in questi giorni la stagione estiva lascia un po' a desiderare, ma da qui a pensare al purè con il cotechino ce ne vuole assai! Dopo? Dopo io pensavo di potermi ritirare, ed invece... siamo con il Big Boss del Big Party e quindi un assaggio degustazione delle portate successive e non si scampa! Fritto misto alla piemontese e funghi fritti, ma... due agnolotti al sugo d'arrosto no?! Ah! Assaggia questo, assaggia quello, ho raggiunto la soglia di non ritorno e quindi niente dolce, il bonet non c'entrava!

Potete capire perchè alle 7 la mattina del giorno dopo sentivo odore di fritto? Devo dire che la camera molto classica del Best Western Hotel Genova in Via Sacchi non aiutava molto...

Il giorno dopo sono stata invitata a cena da carissimi amici e ho proprio apprezzato il menù leggero e gustoso! Grazie Fulvia! Dopo aver dribblato i pranzi, uno con molto rammarico ad Eataly, ho accettato con piacere la compagnia staff per l'apericena di ieri sera. Apericena non nel senso dell'aperitivo dove ceni, ma aperitivo dove mangi e in più la cena! Dopo essere stati da Remy troppo tardi per fare il bis con il buffet e ci siamo spostati giusto davanti, da Pautasso. Io non ho resistito all'assaggio di due ostriche dal Plateau Royal del mio commensale, ma non ho saputo onorare il resto, ahimè! Anomalie della trasferta! Dal pesce crudo in poi la serata ha preso una piega amarcord e il Big Boss ci ha deliziato con ricordi freschi e vivaci nonostante nonostante vecchi di trentanni!

E quale giusta conclusione della bella trasferta se non il prossimo ritorno?

martedì 18 maggio 2010

Torino/India a 6 euro!

Domenica, per pochi euro, siamo andati in India, e sono riuscita a portare pure quell'ostruzionista del mio fidanzato.

...a dire il vero, forse in India ci sono andata da sola, perché mentre io sfogliavo le pagine del sub continente lui guardava altro e altrove, per un po' ci siamo pure separati.
Quindi, riconducendoci alla nuda e cruda verità, domenica, di rientro dalla Valle verso il meridione, abbiamo fatto sosta al Salone del Libro, dove ospite d'onore era l'India e i suoi autori.
C'era pure un mezzo appuntamento con gli anobiani del gruppo Un Filo d'India, un nastro rosso/arancio alla borsa. Io guardavo, ma non ho incontrato nessuno, mentre lei racconta un sacco di cose belle.
Io ho seguito l'incontro con Tishani Doshi che ho trovato molto interessante. Storia parzialmente autobiografica di un'infanzia tra Galles e Madras. Mi riprometto di leggere il libro, ma non l'ho voluto comprare.

Ho trovato vergognoso che le case editrici presenti al Salone - per altro grande vetrina di ogni cosa, dalle banche alle Regioni (basta che un libro mascheri la loro non appartenenza al mondo vero e proprio dell'editoria) - non effettuassero sconti.
In fin dei conti, oggi, i supermercati ti offrono sempre i libri al 20% di sconto, e dato che le prime edizioni costano anche 18,00 euro, non è da poco!
Per protesta non ho fatto acquisti se non al LIBRACCIO, stand di una libreria di Torino, con tanto di sito, che vende reminder e libri nuovi a metà prezzo.
Questi gli acquisti:
More about La morte di Mister Love
More about I romanticiMore about Il sole dei  morentiMore about La strana storia dell'assalto al parlamento indianoMore about Al sole  dell'India

Quest'ultimo particolarmente interessante ad una prima lettura, saprò dire...


giovedì 28 gennaio 2010

Segna l'Azione: L'India è a Torino!

Prossimo appuntamento torinese: il Salone Internazionale del libro, l'ormai solita mega libreria al lingotto, dove gli eventi spesso e purtroppo sono in fasce orarie poco accessibili "per noi che veniam dalla campagna".
Ma quest'anno vinceremo la ritrosia che lo scaffale carico di libri da leggere ci impone. Perchè? Perché c'è l'India ospite d'onore, e magari c'è pure Suketu!
È stato tanto sul mio comodino, che ormai siamo intimi ^_^. E magari riusciamo anche ad incontrare qualche anobiiano amico del gruppo Un filo d'India, insinuato anche su Facebook.
Non rimane che aspettare il programma e fissare il treno!

martedì 1 dicembre 2009

Seconda settimana, secondo week end





Grazie al Santo Patron del bucolico Paesiello in cui lavora adesso il Nostro Principino, ci siamo permessi un lungo week end in Vallée che ha compreso anche il lunedì.

Sabato abbiamo risalito la penisola con la nostra Gasolina - permettendoci tanto di tappa per il vero spaghetto al pesto ligure in quel di Sarzana - per giungere in quel di Torino e darsi nuovamente ai bagordi per la "dipartita" del Principe. Alle danze eno-gastronomiche, stavolta sono stati invitati gli amichetti di università. Il luogo di ritrovo merita menzione - Birrificio Torino - zona industriale, ampi spazi che la CittàImmobile si sogna, birra ottima!
Ne abbiamo approfittato per gironzolare di fretta per il mercato di Porta Palazzo (j'adore!) e le vie del centro. A notte fonda siamo approdati nella nostra calda stanza in Vallée, grazie alla guida a suon di schiaffetti autoindotti del Principino, io dormivo della grossa! ^_^
Domenica è stata una goduria gastronomica grazie all'indigeno gusto della zuppa valpellinense e delle pere martine - dette anche martin sec - sino ad ora, a me, sconosciute! Dopo tale opera di zavorramento il nostro Eroe è riuscito anche a correre sulla rossa terra battuta del campo da tennis! ...tanto di cappello, il mio massimo sforzo è stato quello di tornare a cena nonostante la digestione in corso!
Il lunedì, poco prima della "discesa", la cerimonia di consegna delle chiavi all'inquilina che avrà la fortuna di ammirare il Grand Combin da così vicino.
Un abbraccio ai monti e quel nido che ci ha accolto per questi anni.
Alèn!

martedì 16 dicembre 2008

Torino, la pioggia e noi. Chi c'è da Muji?

Lei mi dice: entriamo e cerca un viso che conosci. Son giorni che mi ripete che a Torino ci sarà una sorpresa. Io ho fatto dei nomi, in fondo non son poche le persone care in quella città, anche se poi, a ritrovarsi è sempre difficile. Io, dentro al Muji di via Garibaldi, in quella folla da acquisti natalizi, mi muovo con fatica aguzzando la vista e in realtà mi focalizzo sul ricordo del volto di una persona in particolare, quella più plausibile, per essere una sorpresa, un'amica di blogging.

Ma nemmeno al piano di sopra riconosco quel volto, in fondo visto una sola volta, in un amabile pranzo sul preappennino bolognese.
Torno di sotto, dalla scala nel fondo guardo la Francese che è rimasta all'entrata. Scuoto la testa.

Il weekend a Torino è un continuo camminare, mangiare e qualche volta spendere. La Francese mi ha preso una bella stilosa e giapponese borsa da viaggio e per sé un paio di stivali.
Sabato sera mettiamo finalmente piede alla Vache qui rit (che lei pronuncia La vascherì), dove, a dispetto di un vago gusto kitch nell'arredo, hanno raggiunto un raffinato equilibrio da cucina "Regno di Sardegna", un felice connubio cavouriano tra Piemonte e Terra Sarda, che suonerebbe un po' stonato, se non fosse che questi signori sanno perfettamente il fatto loro. 5 stelle e complimenti allo chef.

E domenica è un lungo giro sotto la pioggia che ci porta al treno delle 5. Pdl, amica e collega di un tempo al Talmone per un marocchino veloce, le parole che escono un po' arrugginite dopo tanto tempo, il suo principe Amedeo e la voglia di vedersi che ha prevalso sul tempo che strangola.

E nemmeno stavolta, no. Neanche questa volta a Torino, nonostante il tempo non invitasse ad altro, non siamo andati al museo del cinema.

Ma la sorpresa c'è stata, oh se c'è stata. Abbiamo bevuto una cioccolata in una libreria-bar, di quelle che fioriscono in questa città che ormai si dà arie di grande capitale della cultura. Era in mezzo alla strada, davanti a Muji, ma fuori, a cercarci con lo sguardo e alla fine l'abbiamo trovata.
Tornerò alle cure della creatura, lo prometto.
E presto, molto presto. E' una promessa, Sdrucciolina.

sabato 10 maggio 2008

Fiera del Libro e Eataly!

Siamo sempre fermi, sempre a casa, sempre immobili, ma in un posto diverso da quello di ieri. C'è del bello ad avere due *case* una in montagna, una in pianura. Ma che tristezza lasciare la mia sdraio e il dolce far niente... 
...a niente è servito fermarsi a Torino al salone del libro, ops Fiera del Libro! È impossibile scordarsi che è una Fiera e non un salone quando sei lì! Si vende di tutto, anche la mamma se fosse possibile... dalle automobili ai cioccolatini! Sì perché, i temi della fiera sono tanti. Non c'è solo il discusso e boicottato Israele, ma c'è anche Libri e cioccolata, che permette il connubio commerciabilissimo tra praline ed editoria specializzata, spesso lussuosamente costosa. Ma c'è anche la più interessante Terra Madre, che nei due unici anni di mia intromissione in questa fiera, ha sempre avuto un angolo, anche se grande, ma un angolo, per il succedersi di autori di altri paesi, dal mondo arabo all'Asia, dal Vecchio al Nuovo continente. È da qui che viene uno dei piacevoli incontri delle nostre 3 ore di scorribanda in quest'enorme libreria: Selina Sen, autrice di origini bengalesi che vive a Delhi, Lo specchio si fa verde a primavera, la sua ultima pubblicazione in italiano. La signora, vestita con sari color smeraldo, scorrazzava tra gli ambienti della Fiera indisturbata. Aveva lasciato copie autografate allo stand della Neri Pozza - che sembra essersi specializzata in letteratura indiana - e dopo aver fatto il suo intervento nel primo pomeriggio, non se la filava più nessuno. Solo una malata d'India come me poteva mettersi a sospirare sopra le copie autografate. Invece, uno che non riparava a stringere mani, elargire sorrisi e rifiutare provocanti signore, era il mago del noir triveneto, Massimo Carlotto, che a mio avviso suscita più interesse per l'occhio azzurro che per le pubblicazioni. Ma ci siamo divertiti un sacco a vedere l'intervista radiofonica di Giovanni Allevi allo stand della Svizzera. Poverino, gli fanno sempre le solite domande, tipo quella del cd che ha dato a Muti durante una cena in cui gli faceva da cameriere, ma lui è proprio simpatico, già dalla faccia, già nelle espressioni del corpo e poi è anche capace di battute di spirito. Piacevole intramezzo tra lo shopping! Shopping?! ...che poi mica abbiamo comprato! Ah, si io un librino, ma giusto perché era a sconto, ed in una fiera dove nessuno sconta mi sembrava una cosa da premiare! Il libraccio: libro riciclato, risparmio assicurato! Ma la vera goduria, la vera novità, l'entusiasmo maggiore della giornata ce lo ha regalato, il tanto decantato Eataly! Non lo conoscete?! NAAA! Nemmeno noi c'eravamo mai stati prima di ieri, ma ce ne avevano cantato le lodi da più parti! In sostanza è un grande negozio/ristorante dove acquisti e prima di acquistare assaggi, dal pesce alla carne, dai formaggi ai salumi, dalla pasta alla pizza, dal vino alla birra. È tutto infiocchettato bene bene. I banchi sono disposti come al mercato tradizionale, la comunicazione interna è sobriamente e magistralmente studiata, tutto per farti comprare, per farti tirar fuori la carta e strusciare, perché i prezzi sono altini, da prelibatezze slow food insomma! Noi ci siamo fatti di pesce crudo, tanto per cambiare. Mai perdere il vizio. Né del pesce, né di Eataly, tant'è che ci siamo fatti di gelato prima di riprendere la macchina per la nostra traversata dell'Italia.

domenica 27 gennaio 2008

SignorinaEffe

Torino, Porta nuova.
Viaggio tranquillo, movimentato dal cambio a Pisa, e da due parole con la Signora di Ivrea.
E pensare che fino a poco tempo fa sapevo a mala pena dell'esistenza di Ivrea. Poi, dopo un paio di volte che ci passavo davanti con Nathan durante la salita al Regno-Montano, un flash: l'architettura moderna, Gardella e Co, l'Olivetti. Mi sono un po' documentata di recente e credo proprio che troverò il modo di farmici portare. Abbiamo una settimana tutta per noi, ci entrerà anche quello.

Ma una cosa alla volta. Per ora ci godiamo il pomeriggio a Torino, elegante e signorile come sempre, più vitale che mai. Ci facciamo un bel kebab in uno di quei posti che piaccion tanto all'AmoreMio, tra il kitch e lo squallido, ma con una bella faccia sorridente a porgerci il panino.
Ci facciamo un giro largo per arrivare a vedere le locandine dei film in visione. In lizza Hotel Meina e SignorinaEffe. Decidiamo per per il secondo, come non approfittare dell'essere a Torino per vedere un film sulla Fiat e gli anni 80.
Abbiamo un po' di tempo prima dello spettacolo e lo passiamo in libreria. Con questa mania di punti e fidelizzazione dei grandi bookstore rischio di impazzire, stare dietro a tutte le tesserine e cercare di farsi dare lo sconto che ci spetta, è davvero difficile. Io prendo un tascabile che mi capitava in mano da tempo, sull'India, cosa che Nathan non approva, e lui un bel volume costoso in costa dell'Einaudi, tanto pago io! Arriviamo alla casa, e come temevo, lo sconto è sul prossimo scontrino! Uff! Sempre così... ma a me non mi fregano, poi al prossimo scontrino tirano fuori la storia che è scaduto eccetera eccetera... mi faccio fare un bel buono spesa, giagià! ...e visto che ci sono, mi faccio promettere da Nathi un libro regalo per la prossima volta... speriamo se ne ricordi.

Troviamo il cinema, facciamo i biglietti ma per entrare in sala dobbiamo fare il giro dell'isolato. Che sala strana, ci incanalano in corridoi grigi e anonimi, speriamo bene.
Il film parte in modo ricercato, immagini in bianco e nero delle prime automobili e poi, in contrasto, immagini operai alla catena di montaggio e la voce del tg dell'80.
Io e Nathan, seduti a fianco con in mezzo due pagnotte profumatissime di pano comprato ad oltremercato, ci troviamo spesso a scambiarci battute durante la proiezione. Quella che dice tutto del film è "peccato che una storia potenzialmente bella sia stata sprecata in questo modo". Perchè è proprio così, siamo nel 1980, in piena "ristrutturazione fiat", 23.000 cassintegrati, scioperi, picchetti barricate, uno scontro di classe, operai e colletti bianchi. Emma, figlia di immigrati, aspira a redimere tutta la famiglia con la sua laurea in matematica e la sua relazione con l'Ingegniere. Sergio, solo al mondo, cerca solo di far rispettare i suoi diritti. La solita storia di amore impossibile.
Peccato per la parsimonia dei dialoghi, per le poche cose dette e le troppe lasciate tra le righe, peccato per la toccata e fuga su quei momenti di vita vera che abbiamo vissuto da bambini; peccato per la colonna sonora, che per lo meno alle mie orecchie richiedeva autori italiani, magari più vicini a quelli che sentivo uscire dagli lp dei miei genitori (anche se a ragion del vero sono più vecchi dei protagonisti.. Peccato.
Peccato perchè è stato emozionante rivedere quelle immagini vere, di repertorio televisivo, rivedere Lama, Berlinguer ai picchetti davanti alle fabbriche, gli operai gridare le proprie rivendicazioni, i colletti bianchi, svilare contro di loro.
Un'altra occasione sprecata del cinema italiano che troppo sposa la fiction tv.

martedì 15 maggio 2007

Questa volta salgo io!

La paranoia da sfiga prolungata che mi avvolge da quel 24 d’aprile, allunga il mio viaggio verso nord.

8.30 esco da casa dopo aver sistemato La Piccola Gatta.
9.00 raggiungo a piedi la fermata del busse, che fortunatamente non è ancora passato.
9.10 salgo sul busse, issando davanti a me La Suora Sorda che mi ha abbordato urlante alla fermata. Non ho letto l’oroscopo, ma non deve essere il mio giorno fortunato per gli incontri: la mia vicina di sedile ha un odore acre da troppi giorni senza sapone. Adesso ricordo il perché ho smesso di prendere l’autobus!
9.45 arrivo in stazione, ritiro i biglietti alla macchinetta self-service, anche troppo facile!
9. 50 attesa.

Per questo giro su trenitalia, cambio rotta. Non passo dal mare, ma da Milano, sono 8 euro in più per 30 minuti in meno, è fattibile anche per una al verde come me. Il treno arriva, prendo posto ed apro il giornale. Non alzo la testa fino alla prima fermata, dopo appena un’ora di viaggio mi sembra di esser fuori di casa da una vita, con davanti un viaggio interminabile. Tutto questo per non prendere né motorino né macchina, per lasciare tutti i miei beni protetti nel garage e non preda di furti e scasso… ah quanto si paga, la paranoia! Il giornale non mi basta più, conversazioni nisba, il libro che ho con me mi aiuta per quello che può, di dormire non se ne parla…
Come fa il mio Nathan a fare tutti i week end tutti questi chilometri? Mi sto annoiando a morte!
Sarà che alla fine del binario non ci sarai lui ad aspettarmi, né abbracci né baci. Sarà che ci stringeremo solo stanotte, dopo una giornata faticosa, stanchi e provati. Sarà colpa di tutto questo, ma a me, sembra tutto brutto. Il paesaggio fuori, le persone accanto, anche questo treno che viaggio verso Torino, sul quale sono salita al volo, è brutto! Un regionale di pendolari: una ragazzetta bionda che rientra a casa con la valigia della settimana, di fronte una madre con due gagni – sono andati a far visita alla nonna probabilmente – il più piccolo bizzoso, mi zampetta su i pantaloni chiari, un alpino, diretto al raduno di Cuneo, con due sfilatini rigonfi per pranzo, che invidia!
Sbuffo come una locomotiva a vapore.
Alzo gli occhi e a perdita d’occhio, le risaie.
Riso amaro, paesaggio sconosciuto, tristezza amplificata.
È necessario scacciarla questa noia, sciò sciò! Mi aiutano gli amici che mi accolgono in fondo al binario, amici di un’estate fa, amici con i quali gli argomenti ci sono, ma vanno scovati. Come dire, c’è da prendere un po’ la rincorsa, come le macchinine a carica. Ci hanno unito per caso 20 giorni in India un anno fa e poi solo silenzi, raduni sporadici e mail.
Passa il pomeriggio, tra gli arrivi scaglionati e un gelato da Grom, tra un tour in auto per la Torino non centralissima e una passeggiata aperitivo ai Murazzi. Passa il tempo, noi ci siamo tutti e il tuo matrimonio procede - che non è il SUO SUO ma di una collega sia chiaro – la messa è finita, saluti sul sagrato, aperitivo. Attenderai il taglio della torta per correre da me. Speriamo arrivi presto, cosa altro posso dire? Non potevo certo chiederti di non andare, non sarebbe stato giusto. Per stare insieme bisogna arrivare a compromessi e rinunce, ma quelle necessarie. Ci vogliamo bene e siamo forti, cosa sarà mai un sabato separati? Tra dire e il fare…
Con il mio gruppo mi avvio a cena. Il ristoratore, Porfirio dietro Piazza Vittorio, sembra abbia compreso il nostro intreccio di sms e porta a tavole le pizze con i ritmi di una cena nuziale. A mezzanotte, alla tua prima e febbrile telefonata, entrambi dobbiamo ancora mangiare il dolce. Annunci troppe ore di separazione ed una certa tensione da queste è prodotta. Annunci senza dire, che ci vorrà del tempo prima di abbracciati sotto le lenzuola, prima di aver smaltito il disorientamento da assenza. Io passeggio, in coda al mio gruppo prima india, fino al quadrilatero romano.
Per me non ha importanza dove andiamo, tanto tu ancora non ci sei. Cerco di non guardare l’orologio troppo spesso, cerco di non pensare, cerco di smaltire quest’ansia che mi appesantisce la digestione. Mi obbligo a non chiamarti. Spero solo di ricevere il prima possibile la chiamata che ti mette nella mia direzione. Arriva dopo un’ora, insieme ad un bel po’ di energie disperse per colmare la mancanza che sentiamo l’uno dell’altra.

Passata la nuttata, compreso il meccanismo delle nostre reazioni, ritroviamo quella dolcezza che ci anima e ci porta a giro per i chilometri che ci separano da oltre sei mesi (ricordiamoci il semesiversario!! La distanza ci scusa per queste smancerie). La meta-scusa del raduno vacanze è, oltre alla avvicinamento pro matrimonio, la fiera del libro. Partiamo in 4 anime e 8 ruote, così composti, possiamo ritrovare la nostra dimensione di coppia, finalmente!

Mi porti in macchina per questa tua seconda città con un certo orgoglio, con la voglia di dimostrare che non ti manca proprio la bussola… Torino è bella anche fuori dal centro. È Signora, non c’è che dire, con i suoi viali e i suoi palazzi alteri e discreti. Arriviamo al Lingotto, che non è altro che un grande scheletro animato a porzioni. Insieme, l’altra faccia di Torino, o del mondo, il Centro Commerciale. Noi scegliamo quella porzione di umanità in fila per l’acquisto del biglietto prima e del libro poi.
Tu con il tuo accredito operatore – seeee se l’è tirata!! Uff - io misera, nella fila dei comuni mortali. Ma il mondo, domenica 13 maggio 2007, ha incominciato a sorridermi di nuovo. Non solo il nostro amore ritrova le sue tinte calde, ma anche la sfiga sempra essere passata al candeggio! Da ultima della lunga fila qual ero, una sciura mi avvicina e mi dice:
- Posso regalarti un biglietto?
- Eh? Signora, ma è sicura? Proprio a me?
- (ride) Sì, certo, se non ti spiace…
- Scherza? Grazie Signora Grazie!
Corro rumorosamente dentro la reception asettica e professionale degli accrediti:
- (stridula) Amore! Amore! Una signora mi ha regalato un biglietto!
- Ma sei sicura? A te?

…e ci rimani un po’ male. Perché se sei tu stessa, che ti credi sfigata è un conto, ma quanto anche il tuo uomo ti crede in coppia con la sfortuna, è un casotto! Comunque sarà cambiato Giove o non so io quale pianeta, ma sento che il cielo mi sorride! Ed è vero! Perché mentre lasciamo la Fiera, dopo aver ottenuto – reggetevi!! - ben due libri in regalo da Nath*, dopo aver salutato gli amici alla stazione, dopo aver sbaciucchiato l’Amoremio sul predellino dell’intercity, a Torino è iniziato a piovere, mentre il sole spuntava lungo il percorso del mio viaggio di ritorno.

Un sole, sempre alto, un sole sempre caldo.

* uno era il pegno per una scommessa persa, vedi qui, ed ho preso un costosissimo Faulkner dell’Adelphi, l’altro l’ho ottenuto come pegno per la nottata, dopo aver mediato che poteva scegliere qualcosa che interessava leggere anche a lui, Perissinotto Treno 8017.

lunedì 14 maggio 2007

Amarsi in Fiera.

ovvero questo febbrile amore a distanza.
Tra i giorni in cui appare più difficile amarsi a distanza,
il trascorso finesettimana è tra i primi in classifica.
Nell’amore a distanza il finesettimana è il coronamento di giorni di attesa,
è il momento agognato
giorno dopo giorno,
sera dopo sera,
telefonata dopo telefonata.
E’ quella frazione di settimana in cui abdichi dalla tua presenza in società,
non ti prendi nessun impegno,
rendi noto a tutti, con chiari ed espliciti comportamenti,
che non ci sei per nessuno.
Non mi cercate,
non ci sarò.
Non m’invitate,
non verrò
Telefonate,
ma non crediate che avrò tempo per voi.
Questo è il finesettimana.
Due giorni brevissimi.
Due notti troppo corte.
Uno spazio compreso tra:
scendo dal treno e ti prendo tra le braccia, ritrovo il tuo volto, stringo i tuoi fianchi
e
le tue guance tra i miei palmi, baci in apnea detestando quel capotreno e il suo fischietto.

Troppo breve per permettere che qualcos’altro si metta nel mezzo.
Il finesettimana è una saetta di luce nel nostro cielo, troppo rapida per lasciare che un impegno che non ci prevede insieme si possa mettere in mezzo.
Ci sentiamo impegnati, amore, verso i nostri legami sociali, i nostri affetti preesistenti. Ma il nostro finesettimana è una grandissima fetta di ciò che insieme (per ora) abbiamo. Non vorrò più permettere di non aver scelta che arrivare in piena notte in una camera d’albergo e trovarti scossa perché ho sfogato contro di te l’ansia di una giornata che avrei voluto passare insieme ma che il dovere verso un legame ha deciso diversamente.

Ci prenderanno insieme, oppure non ci avranno. Non più.

C’è stata la Fiera, il giorno dopo, le chiacchiere sui libri, la frenesia di recuperare nell’anonimato della folla questo finesettimana dimezzato. Sei partita che nemmeno sembrava iniziato, lasciandomi con quelle parole pronunciate nella notte. Hai associato quell’aggettivo al nostro amore a distanza.

Anche questo è il nostro febbrile amore a distanza.
Anche il tuo iniziava per f. Questo è quello che ci metto io.
Oggi è lunedì e mi manchi come un giovedì.
Ti voglio bene.

venerdì 11 maggio 2007

Agenda weekend

In questo momento: piove.
Fra 4 ore
pranzo.
Fra 9 ore libero dal lavoro, vedere se mi riparano il cellulare per un paio di mesi ancora in garanzia.
Provare a finire il tomone di Potok che sto masticando.
Fra 12 ore cena.
Oltre le 12 ore, grande nebulosa. Se avrò voglia di uscire dovrò farmi sentire io, visto che da mesi il mio weekend lo passo a centinaia di chilometri da casa, dal venerdì alla domenica nessuno mi cerca più.
Domani mattina cercare di dormire il più possibile.
Pomeriggio: matrimonio in faccia al Monte Bianco. Gran Cerimonia e, speriamo, Gran Banchetto. Camicia, pantaloni e giacca sono già appesi. Un dubbio: barba alla Mickey Rourke anni novanta o faccia liscia liscia come non mi si vede mai che mi fa tanto faccia sbattuta e triste?
Notte: verso mezzanotte, spero prima, taglio della torta, ultimi auguri agli sposi, scapicollamento sull’autostrada. Torino, zona Piazza Statuto, raggiungere :-) la Francese alla fine della sua giornata di meeting con i compagni di viaggio dell’estate passata.
Promemo: carezze, coccole, baci, lotta tra le lenzuola (non necessario dormire).
Domenica mattina: Fiera libro al lingotto. Piccola nota di rammarico. Fino a un paio d’anni fa l’accredito che ricevevo come operatore professionale permetteva di entrare aggratisse tutti i giorni della fiera, dall’anno scorso non più (o da due anni?). 5 euri invece degli 8 del biglietto intero valido solo per un ingresso (nemmeno i privilegi sono più quelli di una volta!). Uff! Neanche gli sconti ti fanno poi (solo qualche piccolo editore li fa, sulle rimanenze di magazzino!)
Promemo: evitare folla stand grandi editori, tenere i gomiti ben sollevati, in caso di necessità usarli come leve sui corpi umani intorno a me.
Regalare libro alla Francese.
Domenica verso le 17: Corsa in stazione. Promemo: baciare e abbracciare forte forte forte con nodo alla gola la Francese sotto al treno.

Sarà il weekend più breve degli ultimi mesi.
Maggio sarà così avaro di tempo per noi… speriamo che almeno ci sia il sole. :-)

venerdì 20 aprile 2007

PARIGI, SOLE DI MIELE. Ovvero interminabile disordinato racconto dei miei primi nove giorni con Nathan. QUARTA E ULTIMA PARTE.

FACCIAMO CHIAREZZA. Ovvero gli itinerari dei “fidanzati trottola”. SECONDA PARTE

Giovedì. Versailles. Gare d'Austerlitz, dove guardo da lontano la bibliotecona nazionale di Parigi, che forse nazionale non è, ma che vorrei visitare, ma non ha senso! già siamo entrati in diverse librerie ed è successo che mi sono incaxxata per le molteplici traduzioni dei libri di Philip Roth in francese inesistenti in italiano, t’immagini in una stupendissima ultramoderna biblioteca? Naaa… prendiamo il treno verso lo Chateau più famoso del mondo. Altra arrabbiatura, la guida da 30 euro che mi porto appresso non parla del giardino!? Uff ma chi se ne frega delle stanze tutte specchi e merletti io voglio sapere dell’opera di Le Notre. Arrivati all’immensa Reggia, io mi metto in fila e Nath verifica se al parco s’entra aggratisse! E per fortina sì! W la France! Bookshop per sopperire alle mancanze del Touring, niente di economico e competente in italiano. Prendiamo una guida che poi Nath smarrirà… pipipi! Vaghiamo liberi per questo parco bellissimo, soprattutto nella parte terminale più inglese e moderna che francese e Luigi!! Per rifocillarsi della grande passeggiata e per acquietare i nostri stomaci ci siamo fatti un truculento kebab da un arabo poco socievole ma generoso nelle porzioni e nella cipolla! Al rientro nella Cité siamo andati diretti a Mont-Martre (sono tutte le r?!) per appurare se il Sacré Coeur è così brutto come dicono gli intellettuali parigini. E in effetti… Non ci facciamo mancare niente delle delizie di questo tipico quartiere, i pittori, il mulino a vento, la birra, l’occhio sulla coscia lunga di una parigina, ‘na biretta, il Moulin Rouge, ecc.
Non contenta sono voluta passare anche da quella famosa Place de Vendome che mi ero persa.
La stanchezza si fa sentire, perché ci dovete mettere oltre alle camminate le coccole in soffitta! Eggià! Siamo andati a letto senza cena, e non è stata una punizione!

Venerdì. Colazione da PAUL!! Wowww!!!. Cioccolata calda e croissant! Slurp! Un miracolo che non sia ingrassata come un otre! Poi era l’ora dei moderni, la Gare d'Orsay e gli impressionisti! …che io non avevo mai visto!
Natavota? Ehm diciamo che mi sono dedicata ad altro fino ad ora!
Insomma, volevo vedere con i miei occhi l’allestimento della Gaetana che tutti criticano. In effetti un po’ pesuccio lo è, soprattutto nelle stanze di Hector Guimard – quello delle stazioni della metro. Però, che dire? sarà stato il fascino dei Degas, dei Manet e Monet, dei mai nominati Pissaro e Sisley, dei divisionisti, dei Gauguin in ferie o della grande immensa stazione che li contiene, ma a me è piaciuto proprio un sacco! Anche qui stremati, abbiamo continuato imperterriti, meta il giardino del Lussemburgo e Sant-Germain-des-Prés, e il seguito si trova nel pezzo dei Macaron.

Sabato. Lo sfascio. Nel senso che partivamo alle 14, eravamo colazionati alle 11, non c’era tempo per fare molto. Di nuovo a Sant-Germain-des-Prés, abbiamo provato Starbucks. Qualcuno, non io, ha esagerato con un frappuccino alla vaniglia e non dico altro. Abbiamo letto il giornale e gozzovigliato al sole. Girato per negozi e letto Celati. Una domanda m’è sorta spontanea:
- Tesoro, perché non l’abbiamo fatto più spesso ‘sto tipo di relax godereccio?
- Cuore Mio! Perché? Perché vedere-vedere-vedere! Ricordi la lista che hai tirato giù delle cose imperdibili? È avanzato niente?

Alle sue parole mi sono sentita come Matley ne La corsa più pazza del mondo, medaglia-medaglia-medaglia!
È vero sono così. Ci sono cose che desidero vedere da molto, devo essere lì, come dice la coniglia in un commento. Devo vederle con i miei occhi, devo andare a vederle di persona. E spesso a che voglio vedere se ne aggiungono tante altre che rimango affogata dal mio stesso programma. Parigi poi ne offre di cose. Non ho avuto il coraggio di ammettere che sarei andata anche al cimitero di Montparnasse a trovare la Simone e Gian Paolo, ma una scusa per tornare a Parigi, me la dovevo lasciare!


IL GUARINI DI SAN LORENZO. Ovvero non potevo tralasciare questa chicca di sapiente architettura.

Torino. Mancata la cupola della Sindone nel Duomo, vedi sempre il primo A Torino ci voglio andare! seconda parte, fruzzica che ti rifruzzica ho trovato un’altra cupola guariniana, quella di San Lorenzo.
San Lorenzo è una chiesa regia incorporata nel fronte sinistro di Piazza Castello, della quale da fuori si vede solo la cupola spuntare dalla cortina di case.
Sabato ci passiamo davanti e quella porticina azzurra che ne dovrebbe segnare l’ingresso era chiusa. È una porta normale da palazzo. Un po’ di dubbi li abbiamo sul fatto di essere dal lato giusto per entrare, ma sembra non esserci alternativa. L’indomani, dopo la nostra quasi merenda pasquale, vi scorgiamo da lontano un mendicante accasciato a terra.
- Nath sembra aperta!! Andiamo!!
Ci avviciniamo a passo super lesto e dentro c’era davvero la chiesa con la sua cupola!!
La luce inondante cesella lo spazio in modo supremo. La cupola sembra salire all’infinito mediante un intreccio di costoloni, le forature diminuiscono di dimensione arrivando alla lanterna. Uno spazio supremo non c’è molto altro da dire! Ma non è della stessa opinione della sciura che volontariamente adesca i turisti verso la copia della Sindone. Ci spiega quelli che, secondo lei, sono stati gli intenti del genio architettonico di Guarini, che lei chiama Padre perché gesuita. Dovremo poter parlare di quanto reale potesse essere la vocazione nel ‘600… Comunque, questo genio matematico sembra abbia calcolato le aperture in base alla luce nelle varie ore del giorno per rivelare ai fedeli dettagli diversi delle decorazioni nei diversi momenti del giorno e sembra anche che l’ossatura della chiesa sia particolare – io non ho ricordi, pardon! – sembra che i pilastri interni non siano portanti ma decorativi e che staticamente sia retta da costoloni interni. Sembra anche, che per questa innovazione, sia stata boicottata l’inaugurazione e che Guarino sia stato lasciato solo in quello che doveva essere un momento di festa!
La signora in fin dei conti è stata gentile e il Guarini ci ha regalato una “visione” di maestria e grande spiritualità!

mercoledì 18 aprile 2007

PARIGI, SOLE DI MIELE. Ovvero interminabile disordinato racconto dei miei primi nove giorni con Nathan. PARTE SECONDA

IO, LA SIMONE E IL GIAN PAOLO.
Ovvero della mia indisponenza ad ogni lingua straniera.

- Uff! non hai saputo consigliarmi un libro ambientato a Parigi
- mhm
- Ma Viaggio al termine della notte è ambientato a Parigi?
- In giro per il Mondo.
- …e Camus, tutti in Algeria li ambienta i suoi libri?
Nonostante la mia insistenza non ho ottenuto un titolo da Nathan e ho pescato nell’inestinguibile scaffale dei libri che compro e rimangono in attesa di lettura.

- Tesoro, allora opto per la Simone de Beauvoir, sai la donna di Satre… (perdonami Simone!)
- Chi? Satre? Sartre!
- Ah, si, Sathre
- NO. Sartre!

Bene. Su questo vagone diretto a Torino via Genova, alla vigilia di Pasqua, in compagnia di 4 americane colazionate a prosecco e fragole, mi cimento a leggere la Simone.
Non un libro a caso, certo. Ma l’ultimo della trilogia, acquistata decenni fa. L’età forte, il libro della maturità.
L’odore d’alcol m’entra dal naso e arriva diretto alla testa, senza passare per lo stomaco. I piaceri dell’ubriacatura via etere… le parole sulla carta filano veloce, ritrovo la stessa prosa scorrevole tanto amata ne I mandarini, ritrovo quel mito di donna libera e non radicale (che vive nella mia testa) della Simone, ritrovo il fascino di Gian Paolo, il filosofo con quella r che va e che viene.


IL MAGO DI GOZ.
Ovvero della mia entratura nella prima vita di Nath.

Stavolta tocca a me ad entrare. E per fortuna che Nath m’ha fatto una sorpresa, me lo ha detto dopo che sono scesa dal treno, dopo che mi ha baciato sulla testa del binario, dopo che abbiamo preso un ‘haffé alla stazione, dopo che ho scherzato con la sciura-barrista per la mancata “c” del caffè, dopo che siamo arrivati all’albergo (ah, questo consigliabile, Hotel Due Mondi, un po’ retrò ma carino). Insomma dopo dopo dopo tutto, Nath mi dice:
- Pensavo di chiamare il Mago di Goz, magari gli scrocchiamo una pastasciutta e poi l’ultima volta che siamo venuti a Torino si è lamentato che non l’abbiamo chiamato!
- Sì, certo, carino. Mi fa piacere conoscerlo, il tuo amico Mago di Goz.
Dico io. E questo è verissimo. Ma al contempo, l’altra vocina di me, quella catastrofica, faceva montare il panico sulle mie ossa. Come sono vestita? Come mi stanno i capelli? Non farai mica il pesce lesso ora che ti intimidisci e non dici niente? Oddio, piacere al suo amico il Mago di Goz?!
Ovviamente tutto questo non ha avuto voce, ho messo su un sorriso disinvolto, che mi pare proprio, Nath, abbia bevuto.

Ci troviamo in strada, direzione il Paese del Mago di Goz. Giriamo per San Salvario, contenti di trovarsi già nella Belleville di Pennac.
Il paese del Mago di Goz ha un che del Libro Cuore, una scala a doppia rampa, con i gradini dalle alzate bassissime ci conduce per alti regni, passando davanti ad un ganesh di benvenuto. Al settimo cielo, troviamo la prima meraviglia ben tre, o forse quattro, i campanelli per destare gli abitanti. E suoniamo.
Una voce giunge dall’aldilà e chiede goliardamente la parola d’ordine.
La mia vocina monta il panico e quasi ce la fa a vincere su l’altra me… io non ho la parola d’ordine? Oddio quale parola d’ordine? Guardo Nath stupita, lui guarda me sereno, la porta si apre, e il Mago è lì davanti a me.
Ha occhi e capelli da folletto, la sua voce accogliente mi si rivolge:
- Ah eccoti, finalmente ho il piacere di conoscerti mia cara Francese! No, aspetta chiudo io, che tutti quelli che entrano qui per la prima volta mi tirano sempre giù lo stipite della porta…
In effetti avevo agguantato lo stipite del muro e tiravo…

MACARON MO' NON TE MAGNO.
Ovvero della voglia che mi è rimasto di comprare quei dolcetti colorati iper calorici nel negozio chic.

Vagavamo stanchi per Sant-Germain-des-Prés, il nostro venerdì a Parigi, il nostro settimo giorno insieme.
Perché ci tengo tanto a precisare settimo giorno insieme, nonché quinto a Parigi? Bhe, perché siamo una coppia giovane e distante chilometricamente, tanti giorni insieme non l’abbiamo MAI, dico MAI, passati. Nel bene o nel male, servono a conoscersi e dalle rose-e-fiori possono uscire anche le spine. Insomma dopo cinque giorni di camminate sfrenate per la città quello era il momento per dare segni di reciproca insofferenza.
Avevamo passato gran parte della mattina e del primo pomeriggio alla Gare d’Orsay, e già alla prima sosta dopo il tour museale per dissetarsi, Nath ha incominciato a dare segni di insofferenza per il tavolino stretto*. Abbiamo fatto a piedi fino ai Giardini del Lussemburgo, cercando per le stradine davanti all’Odéon la libreria di Silvia Beach, dove Hemingway comprava i libri in Inglese in Festa Mobile (che ovviamente non c’era, sembra essersi trasferita davanti a Notre-Dame, vedi foto). Insomma dopo aver vagato per I giardini, visto la chiesa di St-Germain, visto un po’ il quartiere, avevamo concluso tutte le nostre mete fondamentali, non avevamo più da correre da nessuna parte. Nessuna tappa imperdibile ci aspettava. Eravamo ormai abituati ai ritmi serrati, senza dover correre ci siamo trovati persi.
Cosa abbiamo visto bene di fare, battibeccarsi un po’, senza esagerare, senza litigare, e senza dare troppa importanza alla cosa! **

Passiamo davanti ad un negozio chicchettoso, tutto ombrato all’interno. Io curiosa come una scimmia, appoggio il viso alla vetrina, dolciumi! Giriamo l’angolo e una coda ordinata di persone entra dalla porta per fare acquisti. IO non sento parole e mi piazzo in fila:
- che fai? Non vorrai mica fare la coda?
- Si dai, si vede che qui quei dolcetti tondi, marroni, crema, rosa e verdi sono speciali!!! E poi guarda come li confenzionano in modo elegante, nella scatola di cartone con i nastri!
- Pure? Ma lo vedi che negozio chiccoso è questo? Ah io non ho voglia di fare la fila!
Ha boffonchiato ancora qualcosa, su come sono schiava del mercato, della pubblicità, dei franchising (vedi Paul!), altro… sulle regole dell’economia e poi chi sa, magari è arrivato anche al Capitale, al Plusvalore, come il suo eroe, quello del libro che mi legge a letto, quel Ciovanni senza tetto né bisogni, quel no-global ante-litteram del libro di Celati. Ci sta.
Ma io non l’ascoltavo e pensavo che non avevo proprio voglia di litigare, l’ho lasciato dire. Ero stanca e l’unica cosa che volevo era un abbraccio e qualche coccola. Ho aspettato, il cielo sopra di noi era sereno e lo sono tornati anche i nostri animi, in quella soffitta arancione alle Trois Gares, dove abbiamo dormito stretti stretti quell’ultima notte a Parigi.

* Nath lo negherà di sicuro!
** Negherà anche questo.

venerdì 23 febbraio 2007

“Attorino ci voglio andare!” parte terza

- …In quella prima mail mi hai scritto: “io adoro le città e il rapporto che hanno con il fiume”.
Sfotte Nathan, e con ragione direi. Solo un soggetto ancora più pazzo può dare relazione ad una che esordisce così. Infatti ci troviamo noi due, due cuori e un paglieriggio itinerante, sul Po, per salire al Monte dei Cappucini.
La giornata è splendida. Alle nostre spalle la candida Piazza Vittorio Veneto, dove termina Via Po. Un tempo qui sorgeva la porta monumentale del Guarini, nella teatrale logica barocca, sanciva un collegamento visivo tra Piazza Castello, sede stratificata del potere temporale (Porta Pretoria romana, castello mediovale e Palazzo Madama, sede della reggente Maria Cristina di Francia e poi Primo parlamento italiano) con il fiume.

Il dominio napoleonico abbatté la Porta per lasciare il posto ad una grande piazza che negl’anni 30 dell’Ottocento assume l’attuale aspetto. Anche qui i palazzi sono uniformi e porticati, attorno all’ampia piazza, filtro verso lo spazio aperto del fiume. Sul ponte il panorama si apre, si riesce a guardare oltre le cortine degl’alti edifici dai caratteristici abbaini: a sinistra si vede Superga, in fronte la Chiesa della Gran Madre, a destra la Chiesa di Santa Maria a Monte, la nostra meta per il canonico belvedere torinese.
Saliamo, gambe in spalla e fiato corto. Un po’ di prestanza atletica ci manca non lo possiamo negare. Ma ci pregustiamo cosa ci aspetta lassù e la conversazione si anima. Tondelli. Camere separate è il libro che stiamo leggendo insieme a Torino. O meglio, che Nathan legge per me. È lui la voce, anche se le sue vocali non hanno la dizione corretta…
Una volta trovata la posizione giusta, che non è la prima terrazza del ristorante Belvedere, ma la seconda, quella della Chiesa, la Torino del libro Cuore si apre davanti a noi. Toni d’azzurro e bianco per quella che è la più signorile delle città. La mia mente va alle scarne nozioni che hanno suscitato questo desiderio di conoscerla. Piacere Torino, eccomi qua!
Le trasformazioni urbanistiche seicentesche secondo una moda europea di un piano unitario, portato avanti in più fasi temporali. La prima parte del piano ducale vede l’isolamento del quadrilatero romano, focalizzando il fulcro del potere temporale in Piazza Castello e congiungendo, mediante lo sventramento di interi quartieri quest’ultima alla parte sud di futuro sviluppo, mediante l’arteria di via Roma. Questa zona verrà suddivisa in lotti più ampi di quelli antichi. Innovativo per l’epoca, fu l’obbligo di uniformare le facciate per garantire, contemporaneamente, decoro urbano, ma anche l’eliminazione degli individualismi aristocratici a favore del potere assoluto. La tipologia del palazzo torinese, è molto europea, poco ha a che fare con il concetto di palazzo fiorentino, di proprietà di un’unica famiglia. Il palazzo torinese lascia intravedere già dalla facciata la stratificazione sociale di chi vi abita. La seconda parte del piano ducale, vede l’abbattimento delle mura che cingevano il castrum romano. Anticipazione degli anni 40 del seicento che anticipa di duecento secoli quelli di molte altre città italiane. La zona di espansione è quella verso il fiume, con Via Po e la perduta porta del Guarini. Di quest’anni anche Piazza San Carlo. Il terzo ampliamento è quello ad opera dello Juvarra e coinvolge la collina ad ovest.
A perdita d’occhio la città evidenza quanto poco ho potuto conoscerla. I quartieri liberty e quelli industriali, i suoi musei e le periferia, la vita notturna e i centri sociali, perché no?
Sopra a tutto questo, sopra al susseguirsi dei secoli, dei nostri passi e delle sue forme, la silhouette della Mole di Antonelli, che gareggia solo con la candida cornicie delle Alpi.
Tante cose ci aspettano ancora a Torino, come quelle vette nascoste a noi, timidamente, per dare lustro alla città.

mercoledì 21 febbraio 2007

“Attorino ci voglio andare!” parte seconda

Adoro andare per mercati, i mercati centrali intendo, spesso sono serre strutture ottocentesche cariche di delizie. Condivido con il compianto Manolo che questi spazi pieni di merce fresca lasciano capire molto di chi abita la città. Il mercato del pesce e quello alimentare di Porta Palazzo non hanno il fascino romanzato della Boqueria barcelonese, ma gli si avvicinano molto. Non sono da meno per colori di merce, stranezza di prodotti e nazionalità di avventori e commercianti.
I mercati coperti sono completati da esuberanti banchi di frutta e verdura dall’altro lato della strada. Una città di strette vie cantonate da ordinate piramidi di rubiconde arancie o dorate melagrane, catalogne stravaganti o violacei broccoli di cavolo. È il gusto orientale dell’esporre la merce, lindo e geometrico. Immigrati con parlate cespicanti di dialetto, gridano i prezzi dei prodotti che fin dall’alba vendono sui banchi, prodotti per la cucina piemontese e per quel mix stravagante di culture che ci frulla attorno, in questa signorile città.Ho soggezione di questo luogo, mi affascina quanto un paese esotico, vorrei scattare quante più foto posso, ma ho delle remore. Preferisco girare silenziosa per le mani a Nathan in questo dedalo di viuzze, guardare stupefatta le mele cotogne o rape a forma di cipolla. Acceleriamo i nostri passi ed è quasi una giosta, tra i colori e la musica di Porta Palazzo.

L’altra cosa che spasimo di vedere a Turin è la Cappella della Sacra Sindone di Guarino Guarini. Questo signore era un ecclesiastico, non ricordo l’ordine, ma con ogni probabilità un gesuita, matematico e architetto, al quale oltre a numerosi incarichi di corte, fu affidato anche la realizzazione di una cappella dietro l’altare maggiore del duomo per collocarvi la sacra sindone, che a seguito di numerosissime peripezie che non sto nemmeno a cercare di riassumere, giunse a Torino. Allora, veniamo a noi, alla Cupola e al mio desiderio di vederla. Mi capita spesso, quando ho un forte desiderio di vedere qualcosa, Piazza San CArlo ne è esempio, di non poterlo fare. I perchè sono spesso i più sciocchi, orari, restauri o festività, tutte cose che un cauto turista potrebbe prevedere. Contenta di quello che ho visto della prima tappa, la finta place royale, il sabato mattina alla nostra ora non troppo mattiniera, io e Nath ci avviamo verso il duomo. Le 12.30.
- Dai, Amore, corri, che potrebbe chiudere alle 13.
- Ma sei sicura che sia di là?
Come gli voglio bene, ma a senso dell’orientamento zero. E meno male che c’ha vissuto.
- Si, Amore, non la vedi la cupola che spunta là?
Arriviamo in piazza del Duomo, la giornata non è delle migliori, luce grigia, di quella che mi fa venire un mal di testa tremendo. Ma fremo, solo l’amore per quest’uomo riesce a tenermi lì con lui e non correre dentro a cercare la luce. Saliamo le scale, accelero il passo e Nath mi sta dietro, grande amore mio! La porta doppia classica per attutire la temperatura esterna, spingo e leggo contemporaneamente il cartello, apertura continuata, evvai! Siamo dentro, lo spazio non è quello arnolfiano, è calcolabile, controllabile, avanzo, diritta alla mia meta, che, non so nemmeno dov’è, ma so che quando vi sarò dentro la riconoscero. Arrivo in fondo alla navata e non c’è nessun elemento di attrazione, nessun fulcro di attrazione che potrebbe meritare di essere la cupola guariniana. Dalla navata laterale passo a quella centrale, guardo la cupola, fiduciosa. Niente, nemmeno questa. Cappella significa piccolo vano laterale alle navate principali, non è la cupola, è la Cappella della Sindone. Ah, là vedo la Sindone, sul lato opposto. Passo davanti al pulpito, aggiro un banco per le preghiere, Nath è dietro di me, mi dirigo verso la teca. Contiene il sudario, un cofanone dorato messo sotto vetro, addossato al transetto poco sporgente… alzo gl’occhi al cielo e niente, non c’è, nemmeno qui. Quel sistema d’intagli, fatto di travi caleidoscopiche, il culmine del barocco italiano, la conclusione dell’opera botrominiana, non c’è, mi sfugge. Bene, ricordavo dell’incendio del ’97, ma mai mi poteva venire alla mente quanto mi ha riferito la sciura del servizio di assistenza ai turisti, che ho puntato in fondo alla navata una volta che mi sono trovata alle perse.
- Scusi signora, ma dov’è la Cappella della Sacra Sindone?
- Signorina, in fondo sulla destra.
- Sì, lì c’è la sindone, io volevo visitare la Cappella del Guarini, è possibile?
- Signorinaaaaa… ma è bruciata nel ’97!
- Sì, lo so lo ricordo, quando sarà possibile visitarla?
- Ah… non so proprio! è ancora in restauro, adesso non è certo possibile, ci stanno lavorando, ci sono ancora le impalcature, le travi sono tutte nere, dubito che si possa più vedere qualcosa.

Colpo al cuore. Ferita a morte. Mai avrei potuto pensare una cosa del genere, che il nostro super evoluto mondo potesse non recuperare un’opera d’arte, che l’ingegno dell’uomo non potesse superare la sua distrazione distruttrice. Sconsolata, raggiungo Nath, con i lucciconi agl’occhi, e il broncio esplicito. Gli racconto quando mi ha detto il mio boia e leggo con lui le note della verde guida che lui mi ha regalato:

“nella notte tra il 12/13 aprile del ’97 un rovinoso incendio divampò nella Cappella (…) il rogo divorò gran parte dell’opera progettata nel 1667 dall’architetto di corte Guarino Guarini e considerata uno dei capolavori del barocco europeo.(…)Da allora sono in corso le attività di restauro, per le quali non si prevede ancora la data di conclusione. Vale lo stesso la pena di raccontare come il geniale architetto modenese concepì questo monumento, inno al mistero dell’ascesi spirituale e, al contempo, delle potenzialità intellettuali dell’uomo. (…)La struttura e la composizione dei materiali della cappella si presentano in evidente contrasto – di luce, stile ed emozione – con l’antecedente spazio interno della cattedrale (…) così che il federe avrebbe iniziato a scorgeresul fondo del presbiterio una presenza altra.”
Dal fondo delle due navate laterali si impostano due portoni in marmo nero con scalinate curvilenee dai quali si accede prima in due vestiboli poi al vano centrale dietro la cupola sopra l’altare dove è lo spazio guariniano.
“In questo punto si scatena l’effetto di tensione tra l’oscurità dei piani inferiori e la luminosità che si propaga dalla struttura conico piramidale della cupola sostenuta dall’alto tamburo aperto in sei finestroni ad arco, e sovrastata dalla cuspide: la prospettiva si fa vertiginosa, nel tentativo di individuare il gioco sovrapposto dei tre esagoni che, sfalzati, creano un caleidoscopico effetto infinito a raggiungere la stella a dodici punte. Nel cuore della stella una colonba divina che prende luce dagli ovali della lanterna. Al centro del vano, sull’altare, era collocata la teca della Sindone…”

Uno spazio barocco, studiato secondo le classiche regole della composizione scenica, per calcare maggiormente in modo teatrale sul sentimento religioso di questo spazio sacro contenente una reliquia tanto preziosa. Bruciato sfortunatamente.

Ricordo che, appresa la notizia alla tv, infamai i pompieri, che sicuramente si saranno concentrati sul salvataggio della sindone e meno su quella che era una mia ambita meta di pellegrinaggio.

Torino. La prima volta della Francese. Seconda puntata.


Piazza Carlo Felice e i suoi giardini sono quasi interamente coperti da una cintura di barricate che ne nascondono i lavori in corso. Passiamo da sinistra, foto di rito alla facciata ottocentesca della stazione, prima d’infilare i portici che ci spingono nella bocca di via Roma. Strada da parata che conduce al salone chic di Torino (piazza San Carlo, per gli intimi piazza Cavallo), via Roma è lucida e chiara come sempre e gli occhi della Francese ne riflettono la luce.
Lei vorrebbe già imbucarsi alla fnac, a confrontare i prezzi dell’elettronica, a far scivolare i polpastrelli sulle copertine dei libri. “Ma con i bagagli…. (che porto io) avviciniamoci a un ristorante, prima, li posiamo al bed and breakfast, e poi ci torniamo, alla fnac”. La convinco.
In piazza Cavallo il cavallo è inscatolato, anche lui temporaneamente sequestrato dall’iperattivo reparto trucco di questa città. Ma la piazza, con la sua forma e le facciate dei palazzi è una delle due mete immancabili fissate dalla Francese. Lei mi racconta di come i terreni per la costruzione dei palazzi siano stati donati ai nobili che ne fecero le loro residenze a patto che ne rispettassero i rigidi canoni imposti dall’architetto di corte. E poi ci perdiamo in fotografie e baci e risate, attraversando la piazza (finalmente pedonalizzata, si spera per sempre) fino al bar Torino e al suo toro appiattito sul selciato, dove davvero i torinesi (non è solo una leggenda) passando calcolano precisi i propri passi per arrivare in modo falsamente causale a pestarne la parti intime, perché si dice che porti fortuna.
Percorriamo la Galleria San Federico e proseguiamo fino a piazza Castello, anch’essa pedonalizzata, anche se solo per metà, sul lato su cui si affaccia Palazzo Madama (prima sede del Senato del Regno), da qualche mese felicemente restaurato e aperto al pubblico.
Ma la fuga è rapida, anche davanti a questa gloria di piazza Mittle Europa che mai mi sarei sognato di ipotizzare nei grigi anni Novanta torinesi. La meta è il Quadrilatero Romano, la zona trendy dei locali, l’esempio più brillante di quartiere recuperato alla vita sociale, dove abbiamo prenotato le nostre due prossime notti d’amore.
Così svoltiamo in via Garibaldi. L’appuntamento è in via Delle Orfane, ma prima c’infiliamo in via Bellezia, la porta dei vicoli storici del Quadrilatero. Cerchiamo La vache qui rit, ristorante invitante, adocchiato in un mio recente passaggio a Torino, per poter iniziare come si deve il nostro soggiorno.
Chiusa, all'incrocio con via San Domenico, la vache est fermée, mon dieu! Nel Quadrilatero c’è l’imbarazzo della scelta. E noi sbagliamo. Pranziamo in un locale apprezzabile per l’arredamento ma deprecabile per la qualità del piatto di pasta che ci facciamo servire. Beeech! E alla Francese non resta che consolarsi piazzandomi la sua fotocamera sulla faccia. Scappiamo, che cucina orribile.
Secondo traversa, dopo una lunga sosta in una cartoleria-maglieria-rubinetteria-mobilificio-giapponese-mai-visto con buttafuori in giacca e cravatta e un milione di oggetti in grado di smagnetizzare la carta di credito della Francese, ecco via delle Orfane. Cerchiamo il 19. Troviamo il portone con la targhetta. Suoniamo. Nessuna risposta. Suoniamo ancora. Nulla. La porta è aperta. Saliamo a vedere se qualcuno, dopo le lunghe telefonate con la padrona di casa degli ultimi giorni, ci aspetta. Al quarto piano, tra calcinacci e scuotimenti di martelli pneumatici, suoniamo a varie porte invano, finché su un ballatoio attraversato da fili e carrucole incontro un operaio a cui chiedo informazioni. Sì, Lucia è qui. Suona alla porta che ci mancava. Ecco Lucia, l’incaricata dalla proprietaria a riceverci, a cui il mio nome (sorpresa, sorpresa) non dice nulla.

martedì 20 febbraio 2007

“Attorino ci voglio andare!” parte prima

Torino. 31 anni e mai sono stata a Torino. Che ci sia una sorta di conflitto tra noi, abitanti della Capitale del Rinascimento e loro, cittadini della Capitale dell’Unità d’Italia? In campo calcistico sicuramente, ma non riguarda me.
Come per tante altre città ho sempre nutrito un profondo desiderio di conoscere la sua dimensione urbana, il suo tenore di vita e le bellezze artistiche così nord europee. Ma nessuna mostra glamour mi ha mai portato a Torino, nessun quadro specifico mi ha chiamato al suo cospetto, nessun palazzo ha reclamato la mia presenza. Sino ad ora. Oggi è il mio cuore che mi chiama, quella metà che ormai risiede stabilmente in Nathan.
Oltre lui... le sue braccia, le sue carezze, i suoi baci, la sua bocca, il suo collo - e qui mi fermo – ci sono diverse cose che voglio vedere “attorino”. Forse troppe, visto il poco tempo che ci avanza dall’amore. Non sono più la solita turista, non giro più per città assetata di quello che voglio vedere, in cerca di recuper minuti per raggiungere anche quella chiesa, o quel parco. Quello che voglio di Torino é solo lui, e questa città che è un po’ una sua seconda casa, la città dei suoi anni d’università, di un’altra vita, una vita fa.
Della mia, inconclusa, vita di studi, Torino mi parla di piano ducale di assetto urbano seicentesco, di Guarino Guarini e la cappella della sacra sindone, di Piazza San Carlo e le palazzate tutte omogenee sulla piazza, su esempio parigino, a La Francese, come me.
Quando scendo dal treno alla Stazione di Porta Nuova, dopo che non ho avuto nemmeno il tempo di percepire, al passaggio del treno, il volume dell’edificio del Lingotto, Nathan non c’é. Sogno sempre di trovare il suo sorriso in testa al binario, ma il nostro amore ha già tanto dell’incredibile, non trasformiamolo in favola, perché le favole finiscono.
Ma passa pochissimo e il mio Nath arriva, ha la barba fatta e sembra un’altra persona. Mi prende i bagagli e mi conduce fuori da quella che sembra una moderna stazione, ed invece, lui mi fa voltare e notare che ha una facciata tutta ferri e vetri, alla Paxton! Tante volte, nel programmare questo viaggio nella sua Turin, l’ho affogato delle mie reminiscenti conoscenze storico architettoniche. Tutte le volte, lui mi guarda e sorride, forse sopporta, o forse gli piace sentirmi le mie vocali che raccontano di innesti, terratetti e transetti.
Di Piazza San Carlo ricordo che è una parte importantissima dell’espansione urbana seicentesca voluta dai Savoia per dare nuovo lustro alla città capitale del Ducato. L’incarico è affidato per l’ampliamento a sud, a Carlo di Castellamonte il quale introduce un modello nuovo per l’Italia, ma non per la Francia, quello parigino, delle place royales.
Cosa succede? Praticamente nei terreni a sud della quadrilatero romano, realizza una piazza dagli angoli chiusi, attraversata centralmente, sui lati corti, da un’arteria di traffico fondamentale, via Roma, che congiunge Piazza Castello, sede del potere temporale con la nuova Stazione della poi Porta Nuova. La piazza si connota di un tono reale, attraverso le due chiese gemelle dalla facciata concava di disegno juvarriano, attraverso i portici disposti su tutti i lati, ma fondamentalmente per le facciate omogenee dei palazzi che vi si affacciano. Per realizzare l’uniformità delle palazzate, così come in Piazza Castello, i terreni venivano donati alle famiglie nobili che assicuravano la realizzazione secondo questi schemi prestabiliti, atti a garantire la simmetria del disegno. È andata bene, non ricordo in quale piazza parigina, realizzarono prima le facciate e poi misero in vendita i terreni per realizzare il palazzo!
Per il mio passaggio, purtroppo, le due chiese e il cavallo centrale non erano stati fasciati dai teloni per il restauro. Complessivamente l’effetto che queste facciate fanno su una meridionale come me, è di austera, semplice signorilità. Avendo a disposizione cinque stelle di valutazione, darei chiaramente un tre stelle, convertibili a quattro dopo la restituzione post restauro.

Tour invernale della Sicilia: Siracusa

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