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sabato 17 gennaio 2009

Aggiornamento

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mercoledì 17 settembre 2008

Pillole di Architettura contemporanea in Giappone

Avrei voluto prepararmi meglio sull'architettura contemporanea in Giappone.
Non ne sapevo metodologicamente molto.
Sapevo che ne avrei potuta vedere in quantità, ma non ho avuto modo di prepararmi. Avevo preso la Guida all'architettura del Novecento sul Giappone in biblioteca, ma me la sono scordata a casa. :-P

Confidavo nella Lonley, ma ho fatto male e mi sono anche lamentata con la casa editrice.

Insomma in sostanza mi sono accontenta di quello che è venuto e così ve lo ripropongo a voi.












I numerosi e recentissimi edifici delle griffe di Omotesando - bellissimo il Tod’s Omotesando Building (Toyo Ito & Associates) - e l'omonimo centro commerciale di Tadao Ando, tanto recenti che la succitata guida del 1995 non li cita.

Mettiamoci anche l'edificio - sul quale non mi pronuncio - dell'Asahi di Philippe Starck, "la fiamma".







Per non parlare del magnifico edificio del Tokyo International Forum a Ghinza di Rafael Vinoly del 1996.
Impressionante e maestoso, anche se ero troppo distrutta per girarmelo tutto mi sono accontentata di una foto fatta da fuori, mossa nonostante abbia trattenuto il respiro fin quasi a stramazzare.




A breve distanza, un'apparizione nel gran girovagare per quella zona della città: lo Shizuoka Press and Broadcasting Center di Kenzo Tange del 1967.
Spento, purtroppo, ma riconoscibilissimo.

Del grande architetto abbiamo avuto l'occasione di apprezzare la silhouette dello complesso Yoyogi National Gymnasium, senza entrare, sarebbe stato troppo impegnativo.
...e anche le foto nonostante l'opera imponente fanno un po' pena, non avevo obiettivo capace di prenderlo nella sua interezza e i dettagli non comunicano sufficientemente.

Mentre invece siamo saliti all'ultimo piano del Tokyo Metropolitan Governament Office, non si pagava!

A Hiroshima non potevamo perdere il Centro per la pace - dal quale si evince il suo apprendistato presso Le Corbusier - e il recente Centro di Documentazione.
Per non parlare della passeggiata sotto il futoristico edificio Fuji a Obaida.
















Tadao Ando è l'altro grande architetto giapponese nel quale mi dovevo imbattere (mediante un'opera ovviamente). Avrei preferito che quest'opera fosse il Museo dell'acqua ma non rientrava nel nostro percorso. Abbiamo però avuto modo di vedere il Suntory Museo a Osaka e il museo della letteratura di Himeji.

Ma devo dire che la maggior sorpresa me l'ha riservata la torre Nagakin, con le celle capsula, di Kisho Kurokawa, del 1972, che avevo studiato e descritto con ampi gesti al prof. di tecnologia e che ho ritrovato anche in un film di wenders se non vado errato. Mi è apparsa mentre attraversavamo un incrocio di strade su più livelli appena fuori dal mercato del pesce.

Magistrale conclusione:
l'aeroporto di Osaka del nostro Renzo Piano, apoteosi, come entrare dentro uno scheletro che ti porta a spasso per il mondo.





giovedì 21 agosto 2008

Slow Tokyo Food, mercatino biologico Tokyo.


Andamento lento made in Japan
Ne parlava qui anche Kazu.Kura su zen and city, il be organic sta prendendo sempre più campo nella Capitale del Sol Levante. Forse è una ruota a ciclo continuo.

In Giappone oggi, come in Italia negli anni '80, dopo un periodo di frenetica operosità, dove il mito è il fare e l'avere, si arriva a desiderare altro, un andamento lento, una ricchezza di altri valori.

Quando mi sono trovata nei pressi dello stadio Yoyogi a questo mercatino del biologico non ho potuto che ricollegarlo a questo articolo inviatomi da Roux prima di partire, scaricabile cliccando con il tasto destro qui, tratto da il settimanale Donna di Repubblica del 12 luglio scorso.
Al mercatino avrei voluto acquistare tutto, dalle verdure strane, alle magliette eco, avrei voluto mettermi a sedere a tavolino con questi giovani gioviali e sorridenti. Avrei voluto ma non l'ho fatto e me ne dispiace un po', ma la frenesia del viaggio era ancora agli albori e i miei piedini non erano ancora doloranti. Tema da approfondire, magari in un prossimo viaggio. Ma passiamo alle foto...






ps. Le foto sono mie, si capisce né?! :)

venerdì 25 luglio 2008

Giappone. Sesto giorno. Kyoto



Lentamente ci siamo alzati dai nostri letti. Incolumi. La grande scossa profetizzata da Zazie non è arrivata (e non avremmo nemmeno avuto un tavolo sotto cui ripararci).

Alla stazione di Ueno abbiamo goduto di una colazione calorica dal mio preferito: Anderson.

Fatto le prenotazioni per lo Shinkansen Hikari diretto a Kyoto, ci siamo spostati, per l'ultima volta sulla bellissima (già ci mancano i suoi gingle) Yamanote, alla Tokyo Station.

Incredibile vedere all'opera gli addetti alle pulizie del treno appena arrivato e pronto per ripartire. Ripuliti i braccioli, spolverate le sedute, cambiate le immacolate pezzole sui poggiatesta.

Sul treno, nel silenzio generale di cellulari spenti (o silenziati) e di viaggiatori addormentati o che chiacchieravanno con un filo di voce, solo un bambino vociava allegramente, inzozzava il vetro con una salvietta umida, intralciava il corridoio al passare del carrello delle vivande. Aforisma, della Francese: certo, i bambini son bambini, giapponesi lo diventano dopo.

Alla Kyoto station ci perdiamo in quell'infinità di scale e intrecci di corridoi. C'imbattiamo in un ufficio del turismo dove otteniamo una mappa della città. La gentilissima (come sempre) impiegata ci chiede se abbiamo già una sistemazione. Sì ce l'abbiamo. Ho anche uno schizzo disegnato da me per arrivarci. Su suggerimento della Francese chiediamo se sanno darci indicazioni più precise. Dico il nome del posto, ma loro non l'hanno mai sentito. Di sicuro lo pronuncio male. L'impiegata chiede alla collega. Entrambe si mettono a sfogliare freneticamente guide di alberghi. Dico che l'abbiamo trovato su internet e mostro la mia mappa "artigianale". Contiamo i semafori che ho disegnato maldestramente. E loro si prendono a cuore la situazione. Ma noi vogliamo andare. La strada non sembra difficile: quattro semafori su Karasuma-dori e poi a sinistra al 7/11. Diciamo che andiamo lo stesso. Ci chiedono se siamo veramente sicuri di voler andare senza uno loro indicazione. Continuano a cercare su manuali e cataloghi. Che ci sarà là fuori, pensiamo, una giungla piena d'insidie? Ma loro non ne vengono a capo. Insistiamo. Siete davvero sicuri ? Sì, lo siamo. Oh, allora buona fortuna, ci salutano rammaricate.

Dieci minuti sotto il sole cocente con le valigie. Ma arrivare è stato facile.

All'Ikoi-no-le ci diamo una rinfrescata. Srolotiamo i futon e, come dire, li collaudiamo.

Poi facciamo il punto della situazione. Cartina e Rough guide (per queste cose molto meglio della lonely) alla mano, segnamo i punti d'interesse.

Ma per oggi usciamo zonzo, verso il quadrilatero del centro, attraverso la Karasuma-dori, Shijo-dori, il tempio Kasaka-jinja, Gion, Higashiyama.

C'imbattimo in una libreria a cinque piani (Junkudo) dove acquistiamo The illustrated guide to Japan e un libro sui caratteri kanji. Alla cassa, tra inchini e carinerie, ci foderano i libri prima di metterli nel sacchetto.

Gironzolare porta fortuna. Oggi dev'essere giornata di processioni. Ne incontriamo diverse. Uomini urlanti vestiti da karate-ka, alcuni con quella sorta di perizoma da lottatore di sumo, percorrono le strade della città trasportando un baldacchino dorato, si fermano davanti ai templi e lo fanno dondolare urlando a ripetizioni frasi cadenzate.

Scopriamo che è una delle parate del Gion-Matzuri.

Ora usciamo, si va al palazzo dell'imperatore. Andiamo a prenotare la visita alla villa imperiale Katsura.

ps: la Francese ha mangiato il suo primo Okonomiyaki (fatto da sé sulla piastra :-)

Saluti da Tokyo

Piano piano lo riprendo... adesso pubblico le foto del mercoledì 23 luglio relative a questo resoconto di Nathan.
Per fortuna che ieri sera era esausto dal nostro primo giorno a Kyoto! ...sarà stato il cambiamento d'aria! Fuori dagli eccitanti circuiti della grande metropoli si è dato una calmata! ...o forse il fisico comincia a risentire dei serrati ritmi da turista ingordo... meno male che ci siamo accorti solo in tarda serata che la nostra cameretta distaccata dal riokan Ikoi-no-ie è dotata di una connessione aperta del vicino ufficio! ... e grazie alla stanchezza Nathan si è anche lamentato anche poco della mia scelta per la stanza in stile giapponese con i letti (pardon non conosco i termini esatti per indicare questo strato di materassi e piumone!) in terra. Adesso vado a dargli una mano per rimontare la zanzariera scorrevole che ha rovinosamente fatto cadere aprendola!

tokyo 23 luglio ultimo giorno


ps. quando sono così stanca assomiglio troppo alla mia mamma, vi lascio solo immaginare quanto questo mi infastidisca!
:)

giovedì 24 luglio 2008

Faccia di tonno.

Cerco di mettermi in pari con i racconti di Nathan. Per ora le foto di martedì 22. Dal mercato del pesce ad Asakusa di notte. Una giornata lunghissima.


tokyio 22 luglio

mercoledì 23 luglio 2008

Mezzanotte: Heartquake in Tokyo.

ah
c'è appena stato un piccolo terremoto. Circa una mezz'ora dopo mezzanotte.
Sono sceso in reception. Non c'era nessuno dell'albergo, ma un gruppo di americani stava cercando notizie fresche.
Mi hanno chiesto se in Italia c'è una faglia. Ho detto di no, ma gli ho raccontato del terremoto dell'Umbria e del soffitto della basilica di San Francesco. Nessuno ricordava nulla. Ma forse io mi sono spiegato un po' male.
Comunque tutto a posto. L'epicentro è abbastanza lontano da qui. Contiamo di superare la nottata.

Giappone. Quinto giorno. Vecchia e nuova città.


Stamattina siamo tornati ad Asakusa. A piedi ci si arriva in pochi minuti dal nostro hotel. Le serrande abbassate di ieri sera ci hanno spinti a tornarci con la luce del sole. La Francese avrebbe comprato tutto quello che vedeva. Dalle ciotole per la soba agli aquioloni, dalle stampe d'epoca ai geta, dagli scampoli di stoffa colorata ai calzini con le dita.
Il tempio Senso-ji era più bello sotto l'illuminazione di ieri sera, ma in compenso i canti dei monaci ci hanno in parte ripagato della doppia visita.

L'Asahi building di Philip Stark, a vederlo dal di qua del fiume, è quello che è, quello che ne pensano la maggior parte degli abitanti del quartiere...

A pranzo, ancora ad Asakusa, ci hanno sistemato a un tavolo tipico giapponese. Abbiamo ordinato kashiwa e okame e mangiato con le ginocchia che proprio non ne volevano sapere di stare sotto al tavolo. La circolazione sanguigna verso metà pranzo ha deciso di rifiutarsi di scendere fino ai piedi e rialzandomi, alla fine, ho avuto la netta sensazione che le anche avessero cambiato la loro sede naturale. Ma in ogni caso ne siamo usciti vivi e confortati. Costo 2.200 yen.

Il pomeriggio l'abbiamo passato a ciondolare a Shibuya e a guardare la gente all'incrocio dalla vetrina di Starbucks al primo piano bevendo due robe dal gusto orribile, curiosare tra i manga di Mandarake (purtroppo incellophanati, molto meglio quindi il Book off di Asakusa-dori, direi. Al Mandarake di Nakano alla fine non ci siamo andati, per il tempo che scarseggia sempre e un mezzo "intoppo interpretativo" della Lonely...).

In metropolitana un torinese seduto di fronte a noi, nel tempo di poche fermate, ci ha raccontato la sua vita di ricercatore universitario, i suoi 9 anni a Kyoto e la sua attuale sistemazione a Yokohama, i problemi con l'ambasciata Italiana, la sua nuova famiglia giapponese, lo spirito collaborativo dell'ambiente accademico di questo Paese, così lontano dalle baronie e le guerre tra le cordate dei docenti italiani e di come, padroneggiando la lingua, sia stato facile e naturale essere coinvolto in un circolo virtuoso e premiante. Ancora una volta un segnale di quanto sia sorprendente il Giappone.

La serata, invece, l'abbiamo passata in baia. Ad Odaiba, ma questo è mio umile giudizio, vale la pena osservare le luci mozzafiato della città al buio della notte. Il resto, ma...

E per terminare: ultima cena edochiana a Shibuya, nel sushi bar del nostro primo giorno in città.

Domattina partenza per Kyoto.
Con un certo rammarico per la prospettiva di lasciarci alle spalle questa fantastica città.

Foto. Eh, le foto...

martedì 22 luglio 2008

Clik a Nikko

Mi sono svegliata, ma miro anche a riprender sonno al più presto, fosse un modo per smaltire l'acido lattico e ritrovarmi le gambe più leggere del piombo al risveglio.
Dopo la piacevole passeggiata con cena ad Asakusa, siamo di nuovo qui, nella minuscola ma piacevole cameretta dell'Oak hotel a fare e disfare piani per domani.

Pubblico una selezione delle foto fatte a Nikko nella giornata di ieri, che sembra già passata da un'eternità.

Voi guardatevi le foto, cliccando nel riguadro si apre la galleria di picasa con una ristretta (davvero!!) selezione delle tante foto scattate. Nel frattempo io cerco un oggetto grosso per stordire Nathan con una botta in capo :) penso si l'unico modo per farlo dormire e placare il suo entuastico slancio nei confronti di questo paese.

Sayonara!
(che qui non abbiamo mai sentito)



Tokyo 21 luglio

Giappone. Quarto giorno. Fosforo, riflessioni e scarpinate.


A star qui vien da pensare.

Niente di impegnativo e profondo eh.

Ma vien da pensare a questi giapponesi in vacanza in Italia. Fortuna che non capiscono la nostra lingua. Fortuna per loro che la barriera linguistica con buone probabilità li terrà lontani dai commenti caustici dei bottegai fiorentini, dall'ironia cattiva dei romani, dai commenti sprezzanti dei milanesi. Certo, di solito i giapponesi in Italia frequentano i negozi di via Tornabuoni, via Condotti, via Montenapoleone. E a star quaggiù vien da pensare che, al contrario di quanto immaginiamo, i giapponesi in Italia non entrano in questi negozi con l'apriporta umano per acquistare le grandi marchi (che almeno a Tokyo abbondano nei palazzoni di Ginza e Omotesando) ma perché semplicemente sono gli unici luoghi dove sei sicuro di ricevere il trattamento offerto in una qualunque bettola di Tokyo, con quei mille ringraziamenti, gli inchini e i sorrisi a profusione.


Sì, ora salto di palo in frasca (ma poi non così tanto), io penso che il Giappone è il paese ideale dei timidi. E i giapponesi a me, con questo mio sguardo superficiale, mi sembrano un popolo solidamente compatto di timidi sempre attenti a non invadere, non disturbare, ma ad accorrere in aiuto e farsi carico dei tuoi disagi se solo, con un minimo accenno dello sguardo mostri loro di aver bisogno di un piccolo aiuto. E tutta la loro attenzione diventa tua, anche se intorno milioni di altri giapponesi stanno correndo intruppati nei corridoi della metropolitana. Ecco questo paese mi sembra il posto ideale per un timido che sta cercando un posto dove vivere in armonia con l'ambiente circostante. Perché, sempre guardando dall'esterno, mi sembrano 130 milioni di persone che riconoscono vicendevolmente la propria timidezza facendone il proprio punto di forza.

E ditemi che sto sragionando.


Stamattina ci siamo alzati prestissimo. Alle 6, che Italia ancora la maggior parte della gente non era andata a letto. La meta è stata Tsukiji, il meraviglioso, incantevole e nemmeno tanto puzzolente mercato del pesce. Alle sette ovviamente le aste erano già tutte terminate, ma di gran pescioni ne abbiamo visti a volontà. Ma niente colazione di sashimi, abbiam pensato che dopo una buona ora in quel girone infernale di carrelli a tutta velocità, uomini che spostavano freneticamente cassette di polistirolo, teste di tonno che c'inseguivano in quel reticolo, non ce la siamo sentita di fare colazione con pesce crudo.


E poi di corsa al Metropolitan Government Building dell'architetto Kenzo Tange. Aggratisse, dico a gratis, fino al 45esimo piano. Ovvio che il Fuji-san non l'abbiamo visto nemmeno con il binocolo, visto la pesante foschia all'orizzonte.

Scesi da quel gran palazzone abbiamo attraversato la stazione per spostarci nella più malfamata (? mavà) east side di Shinjuku. A far due passi. Nient'altro purtroppo, perché ancora non avevamo fame, nonostante tutti quei ristorantini carini, vista l'abbondante colazione di Pronto (sì sì: Pronto).


E allora siamo ripartiti alla volta del palazzo imperiale. Che dire... non si è visto quasi nulla, nemneno una manina di Masako che faceva ciao. Anzi, non voglio dire che porta male, ma qui alla Francese si è scaricata la batteria della fotocamera e le immagini le ho dovute acchiappare con la mia videocamera da pochi euri che lei non si sognerebbe mai nemmeno di prendere in mano (ho scordato a casa il cavo per scaricare i video, quindi per ora niente da fare).


Dalla villa imperiale, chissà perché, ce la siamo fatta a piedi fino alla Tokyo Tower (3 km!!). Una sola pausa ristoratrice lungo il percorso a mangiare soba in un posto dove scegli i tuoi piatti a un distributore automatico che rilascia un biglietto da consegnare al cuoco (950 yen per due piattoni a testa di soba e riso con carne e cipolla - e che concerto di risucchi, fortuna che un vetro ci separava dall'avvertore che ciucciava gli "spaghetti" di fronte a noi).


Dalla torre di Tokyo (su cui non abbiamo perso l'occasione di salire chiacchierando in Francese in tono di superiorità dentro l'ascensore... ;-) siamo tornati in albergo passando dal tempio Zojo-Ji e disquisire amabilmente sul senso delle religioni per l'umanità.... :-)))


E ora siamo qui, a ripigliarci un po'.

Fra poco si riparte. Forse stasera andiamo a Odaiba.

O forse no, dipende se la Francese deciderà di svegliarsi.


Per le foto, incrociamo le dita. Capite anche voi che non posso svegliarla con la richiesta di scaricarle...

domenica 20 luglio 2008

Giappone. Secondo giorno: il paese dei balocchi


Sveglia alle nove, colazione da Anderson alla stazione di Ueno. Si può dire una colazione all'italiana, con cappuccino e golose brioches.
E poi partenza per Harajuko, ancora, alla ricerca dei fantomatici cosplay, i travestimenti da manga della domenica.
Ma a Harajuko, usciti dalla metro, c'infiliamo al Meiji Jingu, uno degli incantevoli giardini della città, e il tempio che in esso è racchiuso. Ed è domenica, appunto, e i matrimoni non mancano, per la meraviglia dei turisti e delle loro fotocamere. E poi il giardino degli iris, purtroppo già sfioriti, carpe grandi come barboncini e una flora talmente rigogliosa da farci immaginare di essere piombati nel bel mezzo della foresta pluviale (l'umidità nell'aria non dev'essere molto diversa, del resto).

Lungo il perimetro dello Yoyogi park decine di band esibiscono un pop giapponese molto orecchiabile, distorsioni punk-rock, brani acustici e voci a volte intonate e a volte no, così vicine l'una all'altra da risultare all'orecchio quasi una cacofonia indistinta. All'ingresso del parco alcuni rockabilly sulla quarantina (giuro), dalla banana di lacca che farebbe invidia a Little Tony, si esibiscono in inverosibili movimenti che nemmeno ricordano da lontano quelli di Richy Potzi, RalphMalph e Sottiletta.
E qui si mangia. Dai baracchini lungo la strada ci prendiamo uno spiedino di carne a testa, una porzione di noddles e delle polpettine ricoperte di trucioli e salsa di cui mi sono fatto dire il nome (ma che non saprei ora nemmeno ripetere).

Ginza. Ci arriviamo, sulla Yamanote, per un giro di 9 piani (a piedi) dentro la boutique dell'assoluto scialo della carta. Al settimo io mi siedo. Ma che gusto ci troverà lei a ficcare il naso in montagne di fogli, agende, timbri, inchiostri, colori, matite, pennelli, buste, temperini, tagliacarte, stilografiche? Tutte cose che poi ha comprato, ma che non posso elencare precisamente perché il commesso ha provveduto a impacchettare, cose piccole in buste piccole, grandi in buste grandi, tutto dentro un sacchetto bello elegante e discretto. Grandi inchini, rigraziamenti e via.
Apple store. Quasi quasi, me lo faccio io un regalo qui. Le cuffie Bose. Già il solo indossarle è un'esperienza, perché ancora prima di avviare l'i-pod, tutto il mondo fuori si zittisce. E poi, all'avvio della musica....
Ancora un giro per Ginza, altri palazzoni griffati, ancora cagnolini nei passeggini e un sushi (ancora, sì) a ridosso della stazione di Yorakushu.
E ancora Ueno, la nostra casa edochiana, dove compriamo due palline verdi dolci ripiene di prugna.
Buone, erano buone. Ma il nome, ancora una volta, pur avendomelo fatto ripetere da una commessa divertita dalla mia curiosità, nemmeno stavolta me lo ricordo (ma c'erano molte vocali).

Buona notte. Qui è passata mezzanotte. Noi qui domani s'ha da partire presto per Nikko.

Pinocchio e lucignolo a Tokyo

Il vero paese dei balocchi è qui, luci colori e shopping a tutte le ore.
Speriamo che non ci spuntino le orecchie da somari.

Tokyo 20 luglio 2008

sabato 19 luglio 2008

Lost in STANC-ation

Finiti è dire poco, gli occhi e il fisico chiedono una pausa per essere più ricettivi che mai domani per questa grande città.



TOKYO_primo giorno

Giappone. Primo giorno: sudore, freddo e fatica.


Quaggiù, in questo estremo lembro di terra sospinta a oriente, mentre voi tutti vi sollazzate nel caldo pomeriggio di una sabato italiano, noi si suda, si fatica e si muore di freddo.
Fuori un caldo (ma siamo a Bombay?) umido che ti spolpa. Al chiuso, nei ristoranti nei bar in metropolitana nei negozi, un gelo che ti condensa il sudore in rugiada che si deposita sulla schiena.
E ora, alle undici di sera del nostro primo giorno edochiano, siamo già rientrati in albergo. E siamo stanchi morti, letteralmente fatti a pezzi da dodici ore di volo schiacciati come chicchi di riso in un maki di tonno e da una lunghissima giornata passata a riempirci gli occhi (e la bocca) con le strabilianti meraviglie di Shibuya e Omotesando.
Così stanchi e frollati, i piedi in ebollizione, da non riuscire a mettere insieme un discorso articolato e sensato.

Andiamo per punti, almeno.
1) Dall'aeroporto all'albergo in Ueno, su quel gioiello di pulizia e silenzio che è il Nex e, con una rapido salto, sulla Yamanote, è stato talmente facile trovare il modo di arrivare, che ci siamo chiesti quando pagheremo il conto.
2) Quella successione di risaie tra Narita e la Tokyo station ricorda molto da vicino un qualche film di una guerra sanguinosa del sud-est asiatico.
3) Non ho mai visto (io, Nathan) case tanto fitte, all'apparenza di marzapane, e addossate l'una all'altra e tetti così spioventi e luccicanti (forse solo in Valle d'Aosta, ma questo è un altro discorso...)
4) Di inchini se ne fanno quanti? Ne ho contati anche tre. E, se lo spazio è sufficiente (cioè, quasi mai) fino a 90 gradi.
5) Dobbiamo imparare le formule di saluto e di ringraziamento che qui vengono ripetute allo spasmo con soavi cantilene.
6) Se il denaro, come si usa qui, si prende e si dà tenendolo con due mani e un accenno d'inchino (cantilena compresa), come mi organizzo se con una tengo il portafoglio, con l'altra lo zaino della Francese, la guida lonely, lo zoom e un onigiri sempre pronto al morso?
7) Il sushi! A Shibuya, in un caos di cuochi vocianti e avventori affamati, abbiamo mangiato quanto siamo soliti fare a Firenze e dintorni. Al prezzo di 5 euro a testa. Davvero. Non ci volevo credere nemmeno io.
8) Shibuya. Sbarcare per la prima volta in Giappone e fiondarsi in questo quartiere è l'esperienza psichedelica che ancora mi mancava. Milioni e milioni di giapponesi, tutti lì, di tutte le forme, tutti i colori, tutte le marche. Bellissimo. Quando al semaforo dell'incrocio più famoso del mondo scatta il verde... una marea che in confronto Mont-Saint-Michel è una barzelletta.
9) Omotesando: ecco perché il made in Italy esiste ancora! (copyright La Francese). Griffe e archittettura di grido, ma più che altro shopper intorno alle braccia di tutti (anche dei cani portati a spasso in passeggino). Ma soprattutto incantevoli le vie intorno, le case basse, le architetture inverosimili.
10) vabbè basta, buonanotte.

per ora.
ah, alle foto pensa la Francese.

Tour invernale della Sicilia: Siracusa

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