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domenica 1 maggio 2011

Diario di viaggio in Israele: Mar Morto e Mineral Beach - 4° giorno

Testo di Nathan e foto de LaFrancese

E' di nuovo mattina e all'albergo per yankies di Ein Bokek la colazione è abbondante, varia, ristoratrice.

Salutiamo il caloroso receptionist che ci ha accolti il giorno prima e con i bagagli al seguito raggiungiamo la fermata dell'autobus direzione Masada.


Ein Bokek rimarrà il punto più a sud del nostro viaggio israeliano. Un po' a malincuore ripartiamo verso nord, perché l'ipotesi di raggiungere Eilat e il mar rosso attraverso il Negev, con tutto quello che vogliamo vedere in questo paese, non è purtroppo fattibile in soli sette giorni di vacanza e senza una macchina.


L'autobus ci lascia sotto la montagna di Masada, a un centinaio di metri dall'ostello che abbiamo prenotato per la notte. E' ancora mattina e, come immaginavamo, alla reception ci dicono che la nostra camera non è pronta. Lasciamo i bagagli e riprendiamo il bus: destinazione mineral beach.
Prima di scendere chiediamo all'autista a che ora passa l'ultimo per il ritorno. Ci dice di chiedere alla reception della spiaggia. Alla reception paghiamo l'ingresso e il noleggio di due asciugamani. La ragazza ci dice che l'ultimo autobus per Masada passerà alle quattro e un quarto on the main road.


Ci cambiamo negli spogliatoi e scendiamo in spiaggia. Non facciamo in tempo a sistemare le nostre cose sotto un ombrellone che già vediamo sfilare tutte quelle persone nere di fango. Provengono da una pozza ai margini della spiaggia, ci andiamo anche noi. Prima la Francese e poi io (vi risparmiamo il servizio fotografico) ci immergiamo come ippopotami in quel pantano di melma nera.
Ne usciamo neri come la pece, con una patina addosso che prende da subito a seccarsi e stiracchiare, pizzicare, stropicciare la pelle.
Resistiamo giusto il tempo di qualche foto e ci infiliamo sotto la doccia d'acqua dolce e poi in acqua, un altro bagno nell'insolita esperienza del mar morto.
Dopo il bagno la Francese ritorna nella pozza per un altra immersione nel fango, mentre io mi godo il sole caldo della primavera del deserto.

Verso le tre e mezza andiamo verso l'uscita, consegniamo gli asciugamani e di nuovo chiedo alla ragazza a che ora passa il prossimo autobus: alle quattro e un quarto on the main road.
Mangiamo un gelato al bar e c'incamminiamo, un chilometro circa, per raggiungere la fermata sulla main road. Verso le 4 ci siamo, il bus passerà fra un quarto d'ora.


Dopo una decina di minuti un tizio con un van si ferma e ci chiede dove andiamo. Gli dico Masada e lui dice che il bus passerà, forse, verso le cinque. Gli rispondo che abbiamo un'informazione sicura, pochi minuti e il bus sarà lì e lui riparte. Dopo un po', nessun bus all'orizzonte, ci raggiunge un giapponese piuttosto male in arnese. Ci racconta, in un inglese stentato, che vorrebbe raggiungere Gerusalemme (direzione opposta alla nostra) ma che non sa a che ora passerà il bus. Gli rispondo che non lo sappiamo neanche noi, gli dico che l'unica cosa da fare è raggiungere la fermata di fronte alla nostra e aspettare. Lui però non è convinto, dice di esserci stato, a quella fermata, e che poi, pensando di sbagliarsi, è salito al kibbutz appena sopra e che forse nel frattempo il bus è passato. È tutto scompigliato, piuttosto agitato, ha una chiazza di sudore sulla schiena e sembra decisamente sconvolto da questa imprevista assenza di certezze. In realtà non capiamo tutto quello che cerca di dirci. Lo convinco a raggiungere la sua fermata e lo salutiamo. Dopo un po', e sono già le 4 e mezza, il suo bus arriva e lui, beato lui, è salvo.
E poi arriva un bus dalla nostra parte. Si ferma, gli chiedo se va a Masada e mi risponde di no. Si ferma a Ein Gedi, quello per Masada, dice l'autista, passerà tra un'ora. Un'ora!
Poi è la volta del camminatore solitario. Lo vediamo sbucare all'orizzonte, che cammina sul ciglio di questa strada su cui sfrecciano le auto e i pullman turistici. Quando si avvicina non rallenta il suo passo di marcia, gli dico Hi e lui risponde Hi, a voce bassa, girando appena gli occhi per non disperdere le energie. Ha le labbra screpolate dal sole o dalla disidratazione e una cannuccia vicino alla bocca che scompare nello zainetto. Mentre si allontana rapido pensiamo in silenzio che anche noi, forse, faremo la sua fine.


Sono le cinque e, quasi convinti ad usare il pollice, ricompare dal nulla il van con il tizio che un'ora fa si è fermato. Gli chiedo sconsolato che fine hanno fatto i bus in questo paese. Lui sorride, il van è pieno di turisti che sta portando chissà dove. Lancia la sua offerta: 100 shekel per portarci all'incrocio di Masada, ad un paio di chilometri, ma forse anche di più dall'ostello.
Chiedo alla Francese e lei tituba. Le dico che ci lascerebbe piuttosto lontano dall'ostello e per 20 euro. Lui m'incalza: allora, sì o no! E io gli dico no, tanti saluti. E un secondo dopo, vedendolo scomparire, guardo la Francese sotto la pensilina in mezzo al deserto, con il sole che è già sceso dietro alla montagna, e un po' (un po' tanto) me ne pento.
Ma vabbè, quest'autobus, prima di notte, arriverà.
Il nostro salvatore arriva alla guida di un pickup scalcinato. Accosta malamente ed esce dall'auto piuttosto su di giri stringendo una lattina maxi di birra.
Penso che ci mancava proprio l'ubriaco al volante che ci offre un passaggio. Ma lui è lì, ci dice, a prendere sua moglie che sta arrivando, questione di pochi minuti, sta arrivando da Gerusalemme con l'autobus che ci porterà a Masada.


E così è. Ripartiamo, dopo un'ora e mezza di attesa in mezzo al deserto, ben prima che scenda il crepuscolo. Have a nice evening, gli urlo mentre abbraccia e bacia la moglie fresca di tinta e permanente.


All'ostello il simpatico ragazzo ci illustra tutte le norme e gli orari e poi c'infiliamo in camera. Per poco più di dieci euro a testa ceniamo più che dignitosamente nella grande sala da pranzo dove facciamo la conoscenza di una coppia di comaschi giramondo.
Con loro passiamo la serata sulla terrazza dell'ostello sotto la volta stellata a parlare di viaggi e a scambiarci le impressioni che questo strano paese ci sta lasciando.


Verso le undici li salutiamo. Per domani la sveglia è prima dell'alba. Affronteremo la salita alla fortezza di Masada al cospetto del sole nascente.








Masada, l'ingresso alla fortezza

Mar Morto, Mineral Beach

Mar Morto, Mineral Beach

Mar Morto, Mineral Beach

Mar Morto, Mineral Beach

Mar Morto, Mineral Beach

Le ippopotame

Sonia Aspetta

sabato 23 aprile 2011

Diario di viaggio in Israele: Ein Bokek, il quarto giorno.

Oggi ce la prendiamo comoda e la colazione la facciamo nell’intimità della sala devastata dal passaggio del gruppo di pellegrini ortodossi. Tra un toast e un caffè, vediamo comparire tra i tavoli il rubizzo Pope dalla barba rossa che si stringe in un abbraccio fraterno con il maitre. Anche il gruppo di pellegrini ortodossi lascia Gerusalemme il nostro stesso giorno.

Lasciamo l'albergo consigliato dalla nostra arma segreta: il personale è stato impeccabile, discreto e disponile allo stesso tempo. Certo, la struttura avrebbe bisogno di qualche ritocco, ma tutto il resto (prezzo, servizio, posizione) fa di quest’albergo un luogo assolutamente consigliabile (noi non l’abbiamo utilizzata, ma l’albergo è anche vicino alla stazione degli autobus arabi che permettono di raggiungere le città della Cisgiordania).



Prendiamo l’autobus per raggiungere la Central bus station. Lungo la strada rimaniamo imbottigliati in un ingorgo di mezza mattina. Scendiamo per proseguire a piede e una signora che ci dice di avere un fratello che vive in Italia ci indica il percorso per raggiungere la stazione dei bus.



Per entrare alla Central ci fanno passare i bagagli ai raggi X. La ragazza al monitor richiama la Francese con due parole: “the knife”. Lei mi guarda: “che ha detto?”. Recuperiamo il coltello a serramanico in fondo a una tasca dello zainone di Iaia. La Francese lo consegna nelle mani dell’agente delle security richiamato per verificare quanto siamo pericolosi. La Francese mostra il suo passaporto e propone le sue inoppugnabili motivazioni “to eat fruit in march”. E probabilmente, proprio grazie al non-sense della risposta e a una lama piuttosto dura che l’addetto alla sicurezza non riesce neanche ad aprire, ci lasciando andare restituendoci il coltello.

Compriamo i biglietti per Ein Bokek, la nostra rilassante (e un po’ pacchiana) destinazione sul mar morto. In attesa del nostro bus facciamo due chiacchiere con un ragazzo tedesco, studente di scienze della formazione primaria, che sta facendo un lungo stage nelle scuole israeliane e che nel tempo libero gira il paese per diletto.





Gerusalemme

Gerusalemme

Accampamenti BeduiniVerso il Mar Mort

Via, il bus arriva, saliamo e partiamo. Ci lasciamo Gerusalemme alle spalle e appena fuori città è già quasi deserto. Avvistiamo qualche sparuto insediamento beduino, mentre si susseguono i cartelli che indicano la nostra discesa al di sotto del livello del mare. Il mar morto si rivela sotto le spoglie di uno specchio verde smeraldo dai contorni bianchissimi di sale. Sullo sfondo le montagne giordane sono quasi un miraggio evanescente, dai contorni svaporati nella foschia che ispessisce l’aria della depressione. Superiamo diverse località come Ein Gedi, Masada. Tocchiamo alcune spiagge rinomate, come la mineral beach, e finalmente arriviamo in quel rinomato agglomerato di alberghi benessere che è Ein Bokek.





Ein Bokek

Ein Bokek, hotel Oasis

Ci siamo, al cospetto dello scintillante albergo scelto dalla Francese, alla mite temperatura estiva di un aprile a 400 metri al di sotto del livello del mare.

Prendiamo possesso della camera grande come una suite, infiliamo il costume e scendiamo in spiaggia. Il mare è come te l’aspetti, un brodo salatissimo e caldo che ti permette di nuotare, e male, solamente sul dorso. Se allunghi una mano sul fondale quello che tiri su è sale grosso pronto per fare la pasta. E l’acqua è limpida, chiara e trasparente. Il bagno tonificante e riposante insieme. Dopo una doccia di acqua dolce, ci abbandoniamo mollemente sulle sdraio messe a disposizione dall’albergo, asciugandoci al sole.













Ein Bokek

Evviva la vacanza, il riposo, l’ozio, il mare e il sole.



Quando ne abbiamo abbastanza, lasciamo la spiaggia e ci aggiriamo per i negozietti di Ein Bokek, uguali a quelli di qualunque località di mare al mondo. Ma qui le confezioni di fanghi, creme, saponi e trattamenti di bellezza la fanno da padroni. Fortuna che abbiamo lasciato i portafogli in camera…



Tornati in albergo decidiamo di approfittare della spa a disposizione degli ospiti. Ed è un vero spasso. Una grande jacuzzi ci massaggia le membra provate dalla maratona di tre giorni nei vicoli di Gerusalemme. Dentro una piscina riempita d’acqua del mar morto al centro della spa, provo l’esperienza di galleggiare in assenza di gravità e di attrito, rimbalzando da un capo all’altro della piscina come un cosmonauta nella sua navicella spaziale. La Francese fa la spola tra la sauna umida e quella secca e infine mi convince a sdraiarmi sopra i marmi bollenti dell’hamman. Torniamo nella jacuzzi e poi di nuovo nella piscina. Non ce ne vogliamo più andare.




La sera mangiamo nella terrazza di un bar/tavola calda, ma del resto l’offerta gastronomica a Ein Bokek è quasi inesistente. Facciamo un altro giro per negozi, questa volta con i shekel necessari a riempirci le borse di souvenir benessere e torniamo in albergo, con la lentezza e la serenità che si addice ad un piccolo paradiso salato ai margini del deserto.

domenica 17 aprile 2011

Diario di viaggio in Israele: Gerusalemme, il terzo giorno.

Sveglia alle 7, la Spianata delle moschee non aspetta.

La sala da pranzo è già brulicante di ortodosse con il fazzoletto sulla testa che macinano tutto il mangiabile. Ci mettiamo in coda al buffet e un paio di queste passano davanti alla Francese adducendo a gesti il loro diritto di precedenza dato dall'appartenenza allo stesso gruppo di altre donne già chine sul banco delle vivande. Qualcuno, non io, ritornerà per giorni sul terribile sgarbo subito (ihih) e su quel tostapane che andava presidiato per evitare che le nostre preziose fette finissero indebitamente in stomaci di ruspanti pellegrine dell'est Europa.

Ci buttiamo in Salah-ad-din, infiliamo la porta di Erode e raggiungiamo alla Porta del letame la lunga coda in attesa di attraversare la passerella che conduce alla spianata. Passiamo i controlli e, prima di entrare nella spianata, ci fermiamo a fare qualche foto dall'alto sui fedeli dondolanti che affollano il muro del pianto.

Varchiamo la soglia e siamo dall'altra parte, al cospetto del luogo da cui Maometto ascese al cielo e Abramo rischiò di sacrificare il figlio Isacco. Gruppi di uomini seduti in circolo leggono e recitano il corano. Scolaresche in gita smangiucchiano all'ombra dei grandi ulivi. La moschea di Al Aqsa è imponente, così austera da essere, nonostante la dimensione, discreta. La scena è però dominata dalla Moschea della roccia e dalla sua cupola d'oro. Ci aggiriamo tra le moschee per fare qualche foto e tra gli ulivi del grande giardino e poi usciamo varcando la soglia dell'ingresso su cui siamo rimbalzati il primo giorno. Il militare stavolta non ci dice niente, sta dicendo “it's closed” a una turista perplessa che vorrebbe entrare. Come a noi, non le dice altro e così glielo spieghiamo: l'ingresso per i non mussulmani è dalla porta del letame dalle 7,30 alle 10,30.

Prossima tappa: Yad Vashem, il museo dell'Olocausto. Ci arriviamo attraversando a piedi la città vecchia fino alla porta di Giaffa. Lungo il percorso la Francese incappa in un souvenir ricercato e di gusto: la corona di spine.

All'ufficio turistico della porta di Giaffa ci dicono di prendere il 20 per raggiungere il museo. Per arrivare la fermata, all'arrivo del bus che prendiamo al volo, ci tocca sfondare un muro di tassisti che s'inventerebbero qualunque scusa per una corsa in più. Ma noi siamo irremovibili e ci facciamo, con poco più di 1 euro a testa, un bel giro a Gerusalemme ovest fino allo Yad Vashem.

All'ingresso, incredibile!, niente controlli di sicurezza. Ci chiedono solo la provenienza e ci invitano ad entrare (il museo dell'Olocausto è ad ingresso gratuito).

La forma è a V rovesciata, a rappresentare una della cinque punte della stella di David, una parte del tutto, di quello che rimane del popolo ebraico, una punta su cinque, le altre sono finite nella Shoah. All'interno il percorso è insieme suggestivo e didattico. In gran parte non aggiunge niente di nuovo alle conoscenze di chi ha prestato una qualche attenzione alla storia dell'antisemitismo, senza risparmiare la Chiesa cattolica, fino alla tragedia del nazismo. Di particolare interesse sono però i focus che verso la fine del percorso sono dedicati ai ghetti delle città europee, con la dovuta insistenza sulla storia del ghetto di Varsavia e della sua disperata insurrezione.

All'uscita torniamo allo Yehuda Market. C'ingozziamo di datteri e dolci da forno. Con un sacchetto di olive ci sediamo a un tavolino del nostro pub preferito e ci facciamo due birre. Un po' di carburante è necessario, prima di ripartire.

Torniamo alla città vecchia e, poco prima del tramonto, decidiamo di avventurarci sul monte degli ulivi. Attraversiamo quello sterminato cimitero che occupa sostanzialmente l'intero pendio della collina che si affaccia sulla città vecchia. Secondo la Lonely qui si trovano almeno 150mila tombe. Questo è in pratica il cimitero più ambito dagli ebrei osservanti, visto che proprio da qui il Messia comincerà la risurrezione e l'instaurazione del regno dei cieli.

La salita non è delle più leggere, ma arrivati in cima lo scenario ci ripaga con gli interessi. Con un solo colpo d'occhio possiamo abbracciare l'intera città vecchia bagnata dalla luce del tramonto. Il vento pungente porta con sé il canto del muezzin e noi, macchine alla mano, ci lasciamo sedurre da quest'incanto.

Con il crepuscolo torniamo alla città vecchia rientrando dalla porta dei Leoni in pieno quartiere cristiano. Passiamo davanti all'Ecce homo convent (ostello che aveva preso in considerazione ma poi scartato) e girelliamo in cerca di un posto per cenare. Ce la caviamo con un paio di calzoni o focaccine, non saprei, ripiene di formaggio prese in un forno e poi, con le gambe sotto il tavolo in un ristorantino senza pretese a mangiare hummus e kebab.

Sonno, tanto sonno. E freddo, tanto freddo. Forse è ancora presto, sì. Ma dopo cena, ormai, le batterie sono scariche e i piedi urlano vendetta.

Torniamo in albergo, che domani lasceremo la città per un tuffo nel deserto salato del mar Morto.

























domenica 10 aprile 2011

Diario di viaggio in Israele: Gerusalemme, secondo giorno.

La sveglia suona presto, ma non prestissimo, del resto la giornata di ieri è stata piuttosto faticosa. Ci vestiamo e scendiamo nel salone della colazione. Sembra siano passate le cavallette. La sala è semivuota ma non c'è un tavolo intonso. Prima di noi è passato un gruppo di pellegrini ortodossi rumeni guidati da un pope dalla lunga barba fulva che abbiamo visto gironzolare per i corridoi con il suo seguito di suorine piccole e rapidissime.
In un minuto il gentilissimo personale di sala di apparecchia un tavolo vicino al buffet. La colazione è ricca, più salata che dolce, molte verdure e ortaggi, yogurt, formaggi freschi, qualche fetta di torta, pane da toast e marmellata. Niente bioches, ma quel che c'è ci predispone ottimamente alla lunga giornata che abbiamo davanti.

Di nuovo alla città vecchia, questa volta entrando dalla monumentale porta di Damasco. Qui ci fermiamo per qualche foto ed entriamo, muovendoci un po' alla cieca nel dedalo dei vicoli. Nonostante la colazione abbondante ci lasciamo sedurre dai deliziosi dolciumi delle botteghe del lungo mercato coperto del Cardo, finché la luce che proviene da una via laterale non ci conduce in una via popolata di gatti ma pochissimi umani.

Proseguiamo in questo paesaggio così diverso dai vicoli brulicanti del quartiere arabo, accorgendoci a poco a poco, dagli abiti e dai visi dell'Africa orientale, di essere entrati in territorio copto. All'ennesima svolta ecco i primi negozi di souvenir di una via che ci conduce nel cortile assolato del Monastero della Chiesa Etiope.

Qui ci accodiamo a un gruppo di italiani ed entriamo da una porta stretta e bassa fino all'antica chiesa etiope, dove un sacerdote ascolta le letture del suo allievo. Proseguendo, arriviamo a un'altra cappella, altrettanto antica e suggestiva, e poi di nuovo fuori, misteriosamente approdati sul sagrato della Basilica del Santo Sepolcro.

All'interno troviamo un assetto architettonico stratificato e piuttosto disorientante, quasi una riproduzione metaforica della città vecchia. Confusi, consultiamo la guida per capire da che parte cominciare, ma prima ancora di capirci qualcosa, dopo un una specie di girotondo, ci troviamo al cospetto di un'edicola del XIX sec. che conserva la pietra su cui è stato deposto il corpo di Gesù. Alcuni monaci ortodossi ne sorvegliano l'entrata regolando il flusso della lunga fila di pellegrini delle più svariate fedi cristiane. Dai qui proseguiamo, passando a un livello superiore della basilica, arrivando al Golgota. Qui, altra cappella e altra fila di pellegrini (al nostro arrivo un gruppo di ortodossi dell'est Europa) che strisciano sulle ginocchia fino all'altare sotto il quale si piegano a baciare il punto esatto in cui, secondo la tradizione, è stata piantata la croce su cui è morto Gesù. Anche qui facciamo alcune foto ai fedeli giunti dai quattro angoli della Terra per compiere il loro costoso bagno di emozioni.

Tornando all'ingresso passiamo davanti a un baldacchino che protegge una lastra di pietra sui cui in molti s'inginocchiano per lasciare un bacio, una preghiera o semplicemente passarci sopra un fazzoletto. E' la pietra sui cui pare sia stato versato il sangue di Cristo.

Di nuovo fuori, di nuovo condotti da una mano invisibile che si chiama caso, giungiamo alla porta di Giaffa, la porta occidentale. Qui beviamo la nostra prima dissetante spremuta di melograno e mettiamo il naso fuori dalle mure per dare un'occhiata alla città moderna. Ma con un occhio alla guida, ritorniamo sui nostri passi per esplorare la zona armena della città vecchia.

Facciamo sosta alla Chiesa armena di S. Giacomo, ma riusciamo a vederla solo da fuori. Un monaco alla guardiola ci blocca la strada e alla mia domanda sull'ora di visita biascica qualcosa di incomprensibile, fortuna che la guida lo dice chiaramente che si può entrare tra le 15 e le 15,30 durante la preghiera dei Vespri.

Così proseguiamo il nostro cammino verso la porta di Zion. Visitiamo il Cenacolo, la Basilica della dormizione di Maria, la tomba di Re David e quella di Oskar Schindler, senza che questi luoghi ci sappiano coinvolgere emotivamente.

Torniamo al muro del pianto, attraversando il quartiere ebraico. Cerchiamo di capire dov'è l'ingresso alla Spianata delle Moschee per i non mussulmani e in che orari viene aperto. Sappiamo che dovrebbe essere da quell'orribile passerella in legno che sale dal piazzale, ma non è chiaro come vi si accede. Da una specie di finestrella chiedo a due militari di guardia alla passerella se sanno dell'orario di ingresso. Indolenti come militari di guardia, simpatici come un granchio che ti stringe l'alluce, riusciamo a farci dare qualche scarsa informazione. Un giovane hassidim che ha intercettato le nostre domande, completa le scarse notizie dei militari: tutti i giorni dalle 7,30 alle 10,30, del resto lo dice anche la guida del Touring. Lo ringraziamo e torniamo sui nostri passi, è quasi l'ora dei vespri.

La chiesa armena di S. Giacomo all'interno è bella da togliere il fiato. Appena gli occhi si abituano all'oscurità, ci troviamo dentro una chiesa dal soffitto altissimo da cui scendono decine di oliere di foggia antica. Il pavimento, con i posti a sedere disposti lungo il perimetro, è ricoperto di grandi tappeti, dando all'ambiente un aspetto di moschea. A un segnale, dato dai battiti di un grande gong in legno, una fila di monaci, alcuni incappucciati, entrano nella chiesa e danno inizio ai canti di preghiera. Oltre a noi, qualche altro turista e una comitiva di ragazzi italiani guidati da un frate. Di fedeli, nemmeno l'ombra e d'altra parte i celebranti, con le spalle rivolte al pubblico, non sembrano darsene cura. Ricordatevi di non accavallare le gambe in questa chiesa, è solo una delle mille norme sconosciute che regolano il comportamento del visitatore a Gerusalemme.

Dopo le suggestioni della chiesa armena, torniamo alla porta di Giaffa e ci inoltriamo nella città nuova. Attraversare il centro commerciale Marmilla è come fare un salto di 2000 anni. Da qui risaliamo gli spazi aperti di Jaffa street fino al triangolo commerciale di King George e Ben Yehuda str. Arriviamo al Mahane Yehuda market e girelliamo tra i profumi e i colori dei banchi. Frutta e verdura di ogni tipo, olive, cataste di pane e dolciumi, spezie e frutta secca. Ci concediamo una birra in un piccolo pub dentro il mercato gestito da un paio di ragazzi molto simpatici (il May 5).

Si è fatto l'ora di cena, ripartiamo per la città vecchia. La Francese vuole tornare al quartiere armeno. Ha puntato l'Armenian tavern, un locale pittoresco dove passare una sera rilassante.

La cena è ottima, non ci resta che tornare in albergo. Domani, se tutto andrà come previsto dovremo raggiungere la porta del letame piuttosto presto, per accedere all'ambita Spianata delle Moschee. E lo dovremo fare molto presto, prima che il gruppo di pellegrini rumeni finisca le torte della colazione.





Gerusalemme, monastero etiope
























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