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lunedì 9 luglio 2007

Matrimonio in Riomaggiore.











(re maggiore)----------- (fa diesis)
quando la festa sta per cominciare...

*

(re maggiore) ---------------------(fa diesis)
e il sole si nasconde per non scivolare nel mare,

*

(sol)
nel cuore si accende una fiamma

*

(fa diesis) ---------------------------------------------(sol)
e vorresti gridare, "dove vai amico mio? perché non torni dalla mamma?"
(re maggiore) (fa diesis) (sol) (remaggiore)

venerdì 9 marzo 2007

"Tutto il bene, tutto il male del mondo"

Guardo fuori da questo finestrino le luci del mondo in corsa e la luna, che nel nero della notte, è il bagliore maggiore.
Il suo alone è enorme, e moltiplica rarefatto, il mio senso di distanza.

Un week end finito è l'annuncio di una settimana senza te.
Lontano dagli occhi, ma non lontano dal mio cuore. Sei nel mio profondo, nel mio sentire, nella mia carne.

È stato un saluto interminabile. Ho ancora in bocca il sapore dolce, la consistenza umida e morbida delle tue labbra. Alla luce di questa città nascosta nella provincia italiana, ho percepito le tue labbra come una cosa nuova, il dolore di lasciarle ancora più forte di sempre. La Spezia è la città degli addii. Addii momentanei, di settimane di assenza, mesi forse. Sugli scalini di ogni vagone, coppie di adolescenti e adulti ancora tali, si baciano e si guardano negli occhi. I tuoi occhi nocciola sono perle di cioccolata che desidero come il più dolce dei vizi. Le parole non servono, tra di noi, e nemmeno tra di loro, gli amanti della stazione centrale di La Spezia.
Entrando mi tiro addosso la porta e caracollo addosso a due giovani innamorati. Nemmeno si accorgono. Io, invece, percepisco la mia inconsistenza, adesso, senza te.
Il vagone è silenzioso. Gesti e sguardi volano fuori dal finestrino, nessuno di noi si accorge della presenza degl'altri, siamo altrove, non su questo binario verso sud. La ragazza davanti a me, è diretta a Pisa, suo marito a Genova.
Sani e giovani studenti salgono alle stazioni successive e ci tirano su il morale, con musica che esce dagli auricolari e piccoli pettegolezzi.
La luce scende, il sole raggiunge l'altro emisfero, sale la notte e l'assenza.

È stato uno splendido week end, come tutti quelli che passiamo insieme Amore mio.
Tribolata la decisione della destinazione, ma alla fine siamo stati fortunati. Un piccolo borgo arroccato romanticamente su un primo crinale di appennino ligure, ancora in odor di Toscana. Due piccole stanze tutte per noi dai colori teneri ed accoglienti. Il nostro budget comincia a risentire delle trasferte e questa soluzione è caduta a pennello.
È stato dolcissimo trovare la borsa della spesa sul tavolo mentre nel tuo ruolo d'omo parcheggiavi e recuperavi le valigie.
È stato bellissimo frugarci dentro e trovare gli ingredienti che avevi comprato per la cena.
È stato stupendo ritrovare le tue braccia ed i tuoi baci, poter dare voce a quelle parole che avevo bisogno di dirti, a quelle opinioni che avevano necessità di confronto e consiglio. La cena, la televisione, il festival, tutto in quella casina pronta ad accoglierci.

Riomaggiore, Manarola e le cinque terre. Questo patrimonio dell'umanità che non avevo visto, non mi sono sembrate altro che piccoli presepi marittimi eccessivamente enfatizzati per ricavarcene di che sopravvivere. Il sapore malinconico del mare d'inverno, delle onde scure che si infrangono nelle rocce, questo mi è piaciuto, in empatia con il mio stato emotivo.
Annunciata da stretti tornanti, Riomaggiore ci ha accolti nelle sua strada centrale dopo un dedalo di vicoli gradonati e alberi d'agrumi carichi di frutta. Che meraviglia! Alberi interi di limoni, non arbusti da giardino, mandarino grossi come arance. Il tempo è mite in questa rocciuta lingua di terra. Una verità nascosta ed evidente, come il carattere diretto e contratto di chi vi vive.
Quante parole Amore mio, quanto bisogno di entrare in contatto con tutto ciò che è nostro, quello che è stato, quello che desideri e quello che sarà. Spero di averti spronato nella misura giusta a realizzare ciò che desideri senza essere né eccessiva né pesante. Come vorrei sempre dirti o sempre fare la cosa giusta, quella migliore per noi.
Un caffè, una sigaretta, un piccolo giro di shopping per chi rimane a casa. Manca qualcosa, da due fine settimana saltiamo il pegno in libreria, un po' c'è crisi, un po' non c'è stato occasione... puntiamo la prua verso La Spezia e tentiamo di rimediare.

Che città strana La Spezia, sbarcata alla stazione, ho avuto l'impressione di essere piombata in un posto fetido dai primi anni '80. Un porto. Adesso, scendendo dall'alto, ne percepisco l'assetto in pianta, l'ansa dei cantieri sul golfo, la lottizzazione a scacchiera con stereometrici palazzi immediatamente a ridosso del porto, un tessuto di case più fitto sotto le colline. Cercandone il centro, passando oltre lo stadio, i cantieri portuali, affoghiamo nel traffico del sabato pomeriggio. Struscio cittadino di provincia. Palazzi neri, traffico a saltelli. Ho avuto paura che Nath perdesse la pazienza e facesse retromarcia. Cercavo di tranquillizzarlo, ma c'è qualcosa da dire in quella situazione? Con calma ci siamo diretti lontano dal centro e ce l'abbiamo fatta a lasciare l'ammiraglia della nostra flotta, La Perseverante Clio. Seguiamo la folla ripercorrendo a piedi le strade percorse diverse volte in macchina, giungiamo in centro e ci meravigliamo. In pochi passi cambia la fauna indigena, da immigrati di tutti i colori, passiamo a giovani donne vestite da vallette tivvù, tanto agghindate da sembrar più vecchie, giovani ragazzi dalle braghe ricalate, e uomini abbronzati, capello al vento e sciarpa a righe. La provincia italiana all'ennesima potenza, ma in una eccezione sana, mite e rilassata. Il centro è bello, piacevole, ricco di negozi e trattorie. Anche se noi, ne abbiamo già adocchiata una, Ristorante Gattafil, dai prezzi per le nostre tasche in riserva. Abbiamo trovato anche una libreria, un unico raro esempio dove non abbiamo comprato niente! Vero proprio niente! Eheheh Nath, anche se con i suoi toni pacati, s'incazza di brutto... facevano baccano... là dentro... non riusciva a leggere il risvolto dei libri. Io invece avrei voluto comprare un paio di cosucce, ma non me lo ha proprio permesso.
Siamo arrivati per primi a sedere alla trattoria adocchiata, un cicchino all'aria mite e finalmente bella gente, una giusta via di mezzo, di quelle persone che si sentono di salutarti. Ingordi come mai, abbiamo mangiato tutto! Antipasto di ravioli fritti, trenette alla Gattafin e tris di testaroli (pasta tonda cotta in un testo di coccio e servita nel piatto aperta), melanzane alla Gattafin e frittelle di baccalà, assaggiando l'uno dal piatto dell'altro, passando sopra con piatti e forchette al mezzo litro di vino mesciuto e il pane cotto a legna. Il buon cibo ci ha dato una mano a continuare quel fiume di parole che a volte si interrompe, parole zittite dalla musica da taverna ligure, suonata dall'avventore abitudinario accanto a noi. Usciamo e facciamo due passi, solo due perché il mio buco nero presenta il conto e chiede attenzione. Un momento di assenza e presenza, un momento in cui tutte le emozioni di quest'innamoramento mi sovrastano e non mi lasciano ad altro. Mi sollevi tu, Amore mio, a notte fonda, con le tue parole calme e la premura assonnata.
Il sole della mattina piano piano dissipa questa nebbia e parte una bella rumba fatta di colazione, amore e carezze, doccia e due passi attorno a Castè. Poi la partenza, ma senza fretta.
"Andiamo a Manarola?"
"Dai ci facciamo un pezzo di farinata!"
Più infiocchettata della precedente, Manarola ha più fascino di Riomaggiore, più caratteristica, ma forse meno genuina. Quelle casette colorate addossate alla scogliera, i ristorantini e l'odore di frittura, turisti francesi girelloni e anticonformisti. Il sole caldo ci ha scaldato dalle raffiche di vento primaverile, la bruschetta, la farinata ci hanno nutrito come le parole di un Tondelli.
Un Tondelli esaurito, forse, dai salti temporali delle tue parole che lo leggono per il piacere delle mie orecchie. Un Tondelli che mi accompagna in questa nuova settimana che ci separa.

Scendo dal treno e guardo la luna, la solita luna che guarderai anche tu, tonda e abbagliante sul nostro cielo.

mercoledì 7 marzo 2007

La Spezia & C. Sabato, Riomaggiore e la città.

Dopo una mattinata passata a baloccarci tra il letto e la doccia (un duro colpo per le riserve idriche di Casté), consumiamo una pasta al ragù del contadino e riusciamo a lasciare il nido in direzione della più orientale delle Cinqueterre.

Il cielo coperto, il vento e il mare burrascoso, la discesa tra i colori delle case strette l’una all’altra, Riomaggiore è pittoresca quanto basta per essere amata da giapponesi e americani anche in bassissima stagione. Arriviamo in faccia alla riva, ad osservare la schiuma delle onde che s’infrangono sugli scogli, compriamo trofie e pesto da un ligure esperto venditore che ci sconsiglia il pesto meno caro per quello più pregiato (originale eh) e risaliamo con il fiato spezzato verso la macchina lontana, lontanissima, in cima a una salita infinita.


Struscio alla Spezia. Città portuale, non bella al primo apparire, ma dal centro pedonale ampio e affollatissimo il sabato pomeriggio. Gioventù tamarra ai miei occhi e donne dal trucco esasperato e lo stivale aggressivo, piazza surreale con grande fontana nel centro pedonalizzato e galleria dall’aspetto autostradale sullo sfondo, come uno spericolato accostamento tra passeggio e velocità.
Libreria, un punto Einaudi, e poi un’altra, una più grande, musica e libri. Entriamo a bivaccare tra gli scaffali. C’è una musica, un po’ alta, una suonata di Chopin a volume esagerato per una libreria. La musica classica, mi dico, concilia la lettura. Afferriamo un po’ di libri qua e là, leggiamo qua e là. Leggo e mi perdo, trovo un libro di Böll che non conoscevo, l’ultimo prima della sua morte nell’ottantacinque, ma mi perdo, il significato delle parole è confuso, la successione delle frasi si sgretola, c’è chiasso, CHIASSO in libreria, i librai si urlano battute da una parte e all’altra, parlano forte per capirsi sopra la musica, vociano tutti insieme, è un mercato, neanche alla fiera del libro di Torino, almeno lì la confusione si disperde nell’ampia area del Lingotto, ma qui le voci m’invadono e m’infastidiscono. Trovo un libro di Vitaliano Trevisan, appena pubblicato, uno bravo lui, da un nord-est introverso e cervellotico, dopo anni da quel sorprendente I quincimila passi. Ma sono scosso dal chiasso e vado verso la Francese nella sezione guide turistiche. Cerca informazioni sulla città e la zona. “Andiamo, non ci resisto in questa bolgia da mercato”, “Come sei snob”, mi fa divertita continuando a sfogliare la guida del Touring. Cerco di calmarmi sfogliando alcune riviste di letteratura, “se non la smettono vado a dirgli che è inconcepibile questa cagnara in libreria, che nemmeno nei megastore in franchising…. “Che hai trovato?”, mi fa la Francese imperturbabile. “Un libro di Böll che non conoscevo e il nuovo di Trevisan”, “e non li prendi?”, “non gli lascio una lira a questi zotici. Senti, usciamo di qui”. “Andiamo dai”, fa prendendomi per mano consapevole della vetta del mio malessere.
Cena, è ora di cena ormai.
Rifacciamo la strada dell’andata verso una trattoria di specialità a buon prezzo, il Grattafin. Locale accogliente, servizio rapido e pietanze dai nomi mai sentiti che solo la Francese, ne sono certo, può ricordare. E un dialogo che s’innesta, una discussione, un monologo, un aprirmi sotto le sue domande che svela squarci di me, su chi ero prima di lei, sull’interfaccia dei miei giorni passati, su chi sono e chi siamo, su dove stiamo andiamo, e su dove vogliamo andare, ora e prossimamente, Nathan e la Francese.

Sigaretta, passeggiata, niente cinema. Torniamo alla macchina, al bosco della strega di Blair, alla casa in pietra di Casté, al bilocale dal soffitto di travi, al letto.

“Nathan”, mi sveglia, la Francese, con un soffio di voce, “non riesco a prendere sonno”, mi dice piano, “ho provato a leggere, ho provato con lo yoga, ho un dolore alla fronte e intorno agli occhi”.
E’ notte fonda, non saprei dire quanto, mentre riemergo da un sonno profondo. Cerco i suoi occhi nel buio della camera, misuro la richiesta di me nella modulazione della sua voce.
“Amore mio, vieni qui, che succede?”
“Non so. Ho un turbine di pensieri in testa e questo cerchio che mi tormenta”
“Stenditi sulla pancia, amor mio, concentrati sulle mie mani, va tutto bene, rilassa i muscoli del collo, sciogli le braccia, amore, siamo io e te, e siamo qui”.

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