Mi sono accorta di una terribile omissione su questo blog! Imperdonabile. Non si parla di India. È vero io e Nathan insieme non ci siamo andati, ma io penso che l'India abbia contribuito al nostro incontro. È un discorso lungo, magari lo approfondiamo poi.
Adesso rimediamo all'assenza di racconti di viaggi in merito riportandovi qui un indice di quelli che furono i miei resoconti di viaggio su un altro blog, il blog che fu. A seguito vi riporto l'indice, se volete approfondire l'argomento, sono stata logorroica vi avverto. Qui trovate il fiume di parole del mio mal d'India.
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venerdì 14 giugno 2013
venerdì 10 dicembre 2010
Lungo week-end a Palermo: la via per l'India passa per il Giardino Garibaldi
Chi ci conosce, o legge questo blog da un po', sa che io e Nathan abbiamo molte cose in comune ma che soprattutto una ci divide: la passione per l'India. L'India si sa, o la ami o la odi, e visto che noi due siamo, per dovere di par condicio e di spirito di contraddizione, due posizioni abbiamo. Quindi, dal quel lontano natale del 2006, quando nonostante lo sbocciare del nostro Amore, me ne andai autonomamente nell'India del Sud, a lui tutto quel Continente rimane automaticamente sulle ball. Esatto. Per di mettiamoci che il suo palato è abituato al candido e placido sapore delle patate lesse di montagna e quella marea di profumi, sapori, colori, fritti, curry, coriandolo, cardamomo e chi più ne ha più ne metta, a lui non piace. Come mediare allora!? Un problema grosso.
Razionalmente, ho agito come farei per convincere me stessa su qualcosa: mai prendere di petto la situazione, incaponirsi o costringesi a fare, andare, vedere, una cosa che non ti piace... ma aggirare! ...fargli conoscere l'atmosfera, il fascino... cercare di far comprendere dove sta la gioia di questo mondo... ho cercato di fargli conoscere la cucina indiana, non solo quella che ti ustiona il palato, ho cercato di fargli conoscere il cinema indiano, anche se ne so molto poco, ho cercato l'appoggio anche degli amici che condividono con me questa passione, per l'India e per la sua letteratura, ho cercato di avviarlo allo yoga... ho cercato, appunto.
Palermo mi ha dato una mano.
Sarà stato per la temperatura (25° a novembre), sarà il carattere rilassato e un po' indolente dei siciliani (non me ne vogliate, per me è assolutamente un pregio!), sarà per come si vive anche la strada, ponendo un tavolino fuori dalla porta di casa sul piano della strada, o di come le botteghe riversano ogni ben di dio sulla strada e poi la sera lo rispondono dentro il garage o sul carretto, sarà per l'assiduità con cui si trova del cibo in vendita sui marciapiedi, ai mercati, sarà per come la monnezza prende il naturale posto ammontata negli angoli, sarà per il traffico - il vero problema di Palermo come diceva Jhonny Stecchino - ma io a Palermo mi sono sentita bene, rilassata, felice proprio come se fossi in India.
...ed ogni tre per due spintonavo con il gomito Nath per dirgli, "guarda guarda proprio come India".
L'apoteosi poi l'abbiamo avuta con le magnolie ficus giganti del Giardino Garibaldi in Piazza Marina alla Kalsa. No ditemi, se non sembrano i grandi Ficus Banyan che affollano l'India del sud, nei quali spesso vivono tra i rami tempietti improvvisati alle molte deità oppure sotto le cui ombre intere famiglie si riposano!?
Insomma, dopo il panino con la milza dal carretto di Via Vittorio Emanuele a Palermo, non rimane che passare ai venditori di pakora delle molte strade indiane, da Mondello, non rimane che passare alle bianche spiagge del Kerala.
"Chi ama l'India lo sa: non si sa esattamente perché la si ama. E' sporca, è povera, è infetta; a volte è ladra e bugiarda, spesso malodorante, corrotta, impietosa e indifferente. Eppure, una volta incontrata non se ne può fare a meno. Si soffre a starne lontani. Ma così è l'amore: istintivo, inspiegabile, disinteressato.Innamorati, non si sente ragione; non si ha paura di nulla; si è disposti a tutto. Innamorati, ci si sente inebriati di libertà; si ha l'impressione di poter abbracciare il mondo intero e ci pare che l'intero mondo ci abbracci. L'India, a meno di odiarla al primo impatto, induce presto questa esaltazione: fa sentire ognuno parte del creato. In India non ci si sente mai soli, mai completamente separati dal resto. E qui sta il suo fascino." Tiziano Terzani
domenica 5 dicembre 2010
River to river: un fine settimana a Firenze in salsa curry!
Ottima occasione inoltre per incontrare il gruppo delle assidue amiche di Un filo d'India su Anobii e le amiche del forum di Bollywood!
Io e Nath non ci ricordavamo se lo scorso anno avevamo partecipato alla rassegna, ma è bastato un aiuto di Silvia e tutto è riapparso: A Heaven on Earth di Deepa Mehta e Barah Aana (Shortchanged), Raja Menon.
Per quest'anno invece un solo film e un mezzo documentario al volo: Aranyer Din Ratri (Giorni e notti nella foresta) - Vitelloni bengalesi degli anni '60 nel Bohar - e SaReGa - un documentario sui Raga e la musica classica indiana.
martedì 18 maggio 2010
Torino/India a 6 euro!
Domenica, per pochi euro, siamo andati in India, e sono riuscita a portare pure quell'ostruzionista del mio fidanzato.
...a dire il vero, forse in India ci sono andata da sola, perché mentre io sfogliavo le pagine del sub continente lui guardava altro e altrove, per un po' ci siamo pure separati.
Quindi, riconducendoci alla nuda e cruda verità, domenica, di rientro dalla Valle verso il meridione, abbiamo fatto sosta al Salone del Libro, dove ospite d'onore era l'India e i suoi autori.
C'era pure un mezzo appuntamento con gli anobiani del gruppo Un Filo d'India, un nastro rosso/arancio alla borsa. Io guardavo, ma non ho incontrato nessuno, mentre lei racconta un sacco di cose belle.
Io ho seguito l'incontro con Tishani Doshi che ho trovato molto interessante. Storia parzialmente autobiografica di un'infanzia tra Galles e Madras. Mi riprometto di leggere il libro, ma non l'ho voluto comprare.
Ho trovato vergognoso che le case editrici presenti al Salone - per altro grande vetrina di ogni cosa, dalle banche alle Regioni (basta che un libro mascheri la loro non appartenenza al mondo vero e proprio dell'editoria) - non effettuassero sconti.
In fin dei conti, oggi, i supermercati ti offrono sempre i libri al 20% di sconto, e dato che le prime edizioni costano anche 18,00 euro, non è da poco!
Per protesta non ho fatto acquisti se non al LIBRACCIO, stand di una libreria di Torino, con tanto di sito, che vende reminder e libri nuovi a metà prezzo.
Questi gli acquisti:
Quest'ultimo particolarmente interessante ad una prima lettura, saprò dire...
domenica 11 gennaio 2009
C'è sempre tempo per andare sulla luna.
Qualcuno potrebbe pensare che siamo diventati degli smidollati-polentoni-in-pantofole che si spostano tra il letto e il divano, dato che i nostri post, sono sempre più casalinghi.Mai pensiero fu più errato!
Ieri per esempio - come ogni volta che ci troviamo a quattrocchi con qualche nuovo o vecchio commensale - siamo tornati in Giappone sull'onda dei ricordi dello splendido viaggio di quest'estate! Siamo partiti da Gioia, una tabaccheria sushi bar in quel de Le Bagnese, e al profumo della zuppa di miso, ci siamo ritrovati sulle tappe estive, facendone partecipi tutti i commensali. Hanno gradito, m'è parso.
E non torniamo solo sulle nostre orme, ma andiamo anche avanti, sempre in esplorazione!
Per esempio siamo ad un passo dall'organizzare il nostro primo avvento in quel di Londra! A breve, sempre se siamo in grado di reggere le temperature londinesi...
Nathan ha già guardato un paio di volte i voli e ho l'impressione che la presenza di Lucillina-Sua alla Corte di Sua Maestà, influisca in qualche modo.
Lucì non tornare fino a quando non arriviamo!
E poi e poi e poi... siamo di passaggio anche a Varsavia sapete!
Babbo Natale - nella mia persona - ha portato a Nathi un sacco di libri (aperta nota polemica: libri che lui ha per lo più iniziato a recensire su sottotomo.com, quindi non si puo' dire che non scriva, anche se qui non pubblica dal lontano 16 dicembre" chiusa nota polemica) e uno di questi libri è il voluminosissimo La Famiglia Moskat di I.B. Singer. Libro che anche io vorrei leggere, ma per ora, dato 6 cm buoni di spessore della costola, mi faccio raccontare nelle mosse dei suoi numerossissimi personaggi a spasso per la città nelle atmosfere yiddish pre guerra mondiale.
Con una telefonata siamo in quel del Trentino, dove si trova la FamigliaFrancese e con un'altra in Liguria dove invece sverna la Famiglia di Nathan.
E poi, vogliamo mica non passare qualche minuto in India, culla della civilità?!? Lì ci vado da sola, perchè Nathan non ha fatto i vaccini! :)
Tutte le sere, prima di addormentarmi, non posso non passare qualche minuto a Bombay sulle pagine di un grande reportage, paragonabile a "Gomorra" di Saviano, ma in salsa Curry: Maximun City, Bombay città degli eccessi - di Suketu Metha. Un grande libro che apre gli occhi a chi - come me - guarda prevalentemente gli aspetti romantici e spirituali di questa Terra.
Poi abbiamo deciso di mantenere i programmi e proseguire come tutte le domeniche: rientro a casa, separati.
C'è sempre tempo per andare sulla luna.
lunedì 8 dicembre 2008
River to river
Florence indian film festival

A pranzo ci ritroviamo in dieci, attorno al tavolo del ristorante indiano di Borgo San Frediano.
Il gruppo è eterogeneo, per provenienza e interessi. Il collante è l'India, quella dei viaggi ma soprattutto quella in pellicola.
Le tre ragazze di Perugia sono espertissime, di cinema popolare indiano (non chiamatelo Bollywood, l'ho fatto e sono stato punito). Ma io, ad ascoltarle, confondo i nomi delle cose che mi sto infilando in bocca con quelli di registi e superstars dei set subcontinentali. L'aretino invece, di Bollywood, pardon, non sa molto, lui è appassionato e studioso di cinema d'autore, in massima parte di cinema del sud (dell'India, ovviamente). E poi le ragazze di Bologna e Ferrara, che non avrebbero nessuna difficoltà a scrivere, col solo ausilio della memoria, la biografia di un mostro sacro come Raj Kapoor (purché la salsa non sia troppo piccante, ho aggiunto io).
E poi Silvia e fidanzato, i loro visi aperti e sinceri, innamorati di quel continente a sé, delle persone che lo popolano e solo in via obliqua, mi par di aver capito, interessati all'elaborazione cinematografica di un'intera civiltà.

Di Raj Kapoor è il polpettone che ci pappiamo alle 15, all'Odeon, il cinema in centro che ospita la bella rassegna. Un feuilleton che ricorda quei film piagnoni con Amedeo Nazzari, ma che sa anche regalare sequenze delicatamente chapliniane e musiche che fanno ballare le ginocchia.
E poi in serata lo "spaghetti western in salsa curry con un pizzico di Matrix e Austin Powers" (tratto dal pieghevole, e aggiungerei Tarantino quanto basta), che allevia la serata, concede qualche risata e un certa dose di meraviglia.
E poi ci salutiamo e veniamo via, che ancora il pranzo fa su e giù nello stomaco. La notte è fredda e il motorino buca la nebbia sulla Pistoiese. Grazie all'India e ai suoi appassionati, è stata una bella giornata (in salsa curry) e il mio fegato ringrazia.

A pranzo ci ritroviamo in dieci, attorno al tavolo del ristorante indiano di Borgo San Frediano.
Il gruppo è eterogeneo, per provenienza e interessi. Il collante è l'India, quella dei viaggi ma soprattutto quella in pellicola.
Le tre ragazze di Perugia sono espertissime, di cinema popolare indiano (non chiamatelo Bollywood, l'ho fatto e sono stato punito). Ma io, ad ascoltarle, confondo i nomi delle cose che mi sto infilando in bocca con quelli di registi e superstars dei set subcontinentali. L'aretino invece, di Bollywood, pardon, non sa molto, lui è appassionato e studioso di cinema d'autore, in massima parte di cinema del sud (dell'India, ovviamente). E poi le ragazze di Bologna e Ferrara, che non avrebbero nessuna difficoltà a scrivere, col solo ausilio della memoria, la biografia di un mostro sacro come Raj Kapoor (purché la salsa non sia troppo piccante, ho aggiunto io).
E poi Silvia e fidanzato, i loro visi aperti e sinceri, innamorati di quel continente a sé, delle persone che lo popolano e solo in via obliqua, mi par di aver capito, interessati all'elaborazione cinematografica di un'intera civiltà.
Di Raj Kapoor è il polpettone che ci pappiamo alle 15, all'Odeon, il cinema in centro che ospita la bella rassegna. Un feuilleton che ricorda quei film piagnoni con Amedeo Nazzari, ma che sa anche regalare sequenze delicatamente chapliniane e musiche che fanno ballare le ginocchia.
E poi in serata lo "spaghetti western in salsa curry con un pizzico di Matrix e Austin Powers" (tratto dal pieghevole, e aggiungerei Tarantino quanto basta), che allevia la serata, concede qualche risata e un certa dose di meraviglia.
E poi ci salutiamo e veniamo via, che ancora il pranzo fa su e giù nello stomaco. La notte è fredda e il motorino buca la nebbia sulla Pistoiese. Grazie all'India e ai suoi appassionati, è stata una bella giornata (in salsa curry) e il mio fegato ringrazia.
giovedì 29 maggio 2008
Scalo a Bombay, prima del Giappone
Ultimo salto in India prima della stagione estiva interamente dedicata al Giappone.Inutile nascondere la mia malattia. Sono malata d'India, e penso di esserlo in modo irrecuperabile.
Per necessità di latitudine, sono assuefatta dalla narrativa indiana. Nonostante il mio snobbismo.
Già perché, a mia modestissima e non accademica opinione, la narrativa indiana, a volte, è un po' bollywodiana, un po' eccessiva. Bene, a me piace. Piace tutta, ridondante o no.
Ci deve sentire il gusto dell'India, con i suoi odori, profumi, storie e personaggi.
Dopo letture casuali, pescate a caso tra gli scaffali, preferendo autori indiani, avevo tratteggiato un paio di linee guida per sceglierli: 1) scartare le edizioni Neri Pozza, anche se così tanto fertili di autori indiani, proprio perchè il prolificare portava anche autori non pregievolissimi... 2) evitare gli inglesi, o i nomi che lo potevano sembrare tali, per preferire i Sing, Nair, Metha, Lahiri ecc. tipicamente indiani (anche se magari nati negli Usa!!).
Bene, come si dice, ogni regola ha la sue eccezione.
Eccola: Shantaram.
Libro di peso, 8 cm di costola, Neri Pozza di un tal Roberts.
Lo scartai, prediligendo la Nair all'alba della mia malattia, l'ho desiderato di recente dopo entusiastici commenti sul gruppo di aNobii.
**Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) **
Lo scartai, prediligendo la Nair all'alba della mia malattia, l'ho desiderato di recente dopo entusiastici commenti sul gruppo di aNobii.
**Attenzione: di seguito anticipazioni sulla trama (SPOILER) **
Brevemente, se così si può dire di 1170 pagine, Shantaram è storia della malattia per l'India del suo autore (sembra che il libro sia autobiografico). Evaso dalle prigioni del suo Paese, l'Australia, ingabbiato per rapina a mano armata, con un passato da eroinomane, il protagonista approda a Bombay, nei primi anni '80.
Qui incomincia una nuova vita, prima da turista stanziale, iniziato al subcontinete dal primo grande sorriso indiano che incontra, la sua guida: Prabaker. Con lui conoscerà la città oltre le zone aperte agli stranieri, tenterà di accettare le sue mille incongruenze e crudeltà - vedi il passo del mercato dei bambini - ma anche la dolcezza e la semplicità delle zone rurali, dove le condizioni climatiche fanno ancora la vita e la morte.
Si fa molti amici, e la forza del libro sta nell'individuare personaggi tra loro molti diversi e significativi.
Qui incomincia una nuova vita, prima da turista stanziale, iniziato al subcontinete dal primo grande sorriso indiano che incontra, la sua guida: Prabaker. Con lui conoscerà la città oltre le zone aperte agli stranieri, tenterà di accettare le sue mille incongruenze e crudeltà - vedi il passo del mercato dei bambini - ma anche la dolcezza e la semplicità delle zone rurali, dove le condizioni climatiche fanno ancora la vita e la morte.
Si fa molti amici, e la forza del libro sta nell'individuare personaggi tra loro molti diversi e significativi.
Gli amici del Leopold, locale che il libro contribuisce a rendere mitico, dove partecipa ad una compagnia di sconclusionati provenienti da tutto il mondo, che hanno ormai la loro unica ragione di essere, solo lì, a Bombay. Ma anche la famiglia di Prabaker, quella del villaggio, ma anche quella dello slum, dove l'autore mette in forte luce - e forse un parte enfatizza utopisticamente - l'umanità della miseria, la solidarietà della precarietà, l'amore e il rispetto di chi non possiede altro che quello.
Dopo il bene, il male. La mafia, la criminalità, la delinquenza. Il nostro protagonista, ribattezzato Lin dall'ormai amico Prabaker, viene avvicinato da uno dei Signori della mafia che domina la città, Khaderbhai. Gradualmente viene accolto da questa figura misteriosa e affascinante, in modo quasi filiale.
Non manca l'amore e soprattutto la tensione amorosa. Quasi da subito Lin si innamora di Karla, misteriosa dama vestita di verde e di parole intriganti.
L'ambulatorio allo slum, il colera, l'elaborazione dei crimini passati, l'accettazione della miseria, i monsoni, la polizia corrotta, ci sarebbe su che dilungare il romanzo, ma ecco che c'è anche il colpo di scena. Dopo aver aiutato la fuga di un'americana bionda da un bordello di lusso, Lin viene arrestato e rimesso in prigione. E qui, le pagine che prima scorrevano veloce, prendono un nuovo ritmo, quello dell'attesa, della sofferenza fisica, del sopruso.
Sembra durare tutto troppo a lungo, sembra impossibile che possa finire così! ...ed infatti, ecco che l'amico cow-boy effettua il pagamento della tangente per la scarcerazione, e la storia ricomincia. Niente più povertà, o per lo meno, d'ora in poi Lin vive nel lusso, ma senza allontanarsi da quella dimensione che tanto gli ha dato. Vive da gangster, ha molti maestri-malviventi, quello dei passaporti, del contrabbando di denaro ecc. niente prostituzione, niente pornografia, perché il suo boss ha un etica e un motto: verità e coraggio. Ed è quest'etica da Robin Hood che lo condurrà velocemente per il mondo, a scambiare valuta e passaporti, lo allontanerà dall'amore, quello di Karla, tanto da farlo arrivare in Afganistan a combattere la guerra dei mujaheddin contro i Russi.
E anche qui il ritmo delle pagine rallenta, la sofferenza vera, pesante, il territorio arido - non pensate che se la cavi in tre paragrafi, passano pagine capitoli - attraversa passi montani a cavallo nella notte, sopravvive in una grotta, arrivano poi anche i russi, come in tutte le guerre che si rispettino stanno dalla parte dei cattivi.
Dopo, torna a Bombay, ma non smette i panni di Rambo, perché torna solo, orfano del suo padre putativo, il boss della teoria cosmica e dell'etica. Si scatena la guerra tra bande, a Bombay e vengono a galla molte verità. Compresa quella che nasconde la sua amata Karla. Arriva anche il lieto fine, ma con premessa, di ancora tante avventure - una sorta di possibile proseguo volendo - fatto di avventure in Sri Lanka a fianco delle ribelli Tigri Tamil.
Questo velocissimamente, per quanto potuto, il sunto.
Il mio giudizio è contrastante.
Di sicuro non è altissima letteratura: scritto bene, scorrevole certo, avvincente pure, ma ruffiano, terribilmente ruffiano e sdolcinato, a tratti da baci perugina. Cinematografico senz'altro. Anzi, io lo vedo stra-bene, e l'ho già scritto qui - come trama per un serial tv. Mi terrebbe attaccato alla poltrona. Un Sandokan aggiornato.
Tanti dettagli sarebbero stati da approfondire, da indagare, con un occhio indigeno, e non da turista. Entra dentro, ma coglie in superficie, stereotipizza. Tento di spiegarmi, quando parla di persone che lavorano per strada, vivono di espedienti e cercano di mangiare almeno una volta al giorno lavorando per strada, ne parla sempre dal punto di vista di chi sa, ma non lo vive.
Non entra mai nei riti, osserva chi prega, ma ha un aspetto mistico.
Il suo punto di vista è unicamente quello del gora, del bianco, anche se con cuore nero, ma di pelle bianca.
Capisco però che questo può essere un difetto per me che sono malata di India, appunto, che cerco di saperne il più possibile...
Indiscutibile è il fatto che il libro, seppur scomodo da leggere per le sue dimensioni, è affinghiante! Ti tiene incollato alle pagine, notti insonni, mattinate riconcoglionite. Ho letto le ultime 600 pagine in treno, devo ammettere che quando ho alzato gli occhi dalle righe per scendere alla stazione, mi sono chiesta dove fossero le baracche dei lebbrosi, o perché nemmeno un bambino fosse attaccato alle mie gonne, mi sono meravigliata di non avere i piedi nudi e di non sentire il caldo umido di Bombay e quell'odore dolciastro, che è l'India.
lunedì 10 marzo 2008
Post-ottomarzo, riflesioni, sospiri ed altro.

Ho già un po' anticipato i miei pensieri in un
commento al post di Panzallaria che raccontava della nostra risalita dell'Appennino fino a Bologna per assistere alla manifestazione organizzata pro legge 164 e in occasione del centenario dell'8 marzo.
Qui trovate le foto, per rendervi un po' più conto.
La manifestazione, partita da piazza XX Settembre, era un po' scarna, almeno all'avvio, anche se era ben protetta da 3 camionette delle forze dell'ordine in divisa blu.
Incamminandosi, il corteo si è ingrassato, imbellettato e ha incominciato a sprizzare gioia e allegria. Un chilometro e mezzo, tutto viale Indipendenza fino a piazza Maggiore, un paio d'ore, tra soste per far vedere gli striscioni, passaggi di pedoni e saltelli a ritmo di musica.
Solite cose da manifestazione. Stesse anche le facce, un po' di più i piercing su nasi e sopraccigli, ma stessi colori forti, sgargianti, vistosi. C'erano le stesse facce giovani, quelle che conosciamo per le foto, per i film, la solita "meglio gioventù"... ma c'erano anche facce meno giovani, c'erano
facce segnate dal tempo, nascoste dal trucco e dalle eccentricità. C'erano anche le persone normali, ma diciamocelo, non catturavano l'attenzione, forse erano anche la maggior parte. C'eravamo noi amici da blog sfera, Panz e Tino, Santarsiere-il-Collega e consorte, DottorCarlo. Siamo stati bene, ci siamo persi e ritrovati a più riprese nel corteo, ci sono state "bazze" e saluti da dispensare. Abbiamo preso un caffè, ci siamo salutati e siamo ripartiti.
La stanchezza invasiva in quell'unica ora di treno.
Eravamo pochi, troppo poco. Erano le stesse facce di sempre, era lo zoccolo duro e non era "aperto" alla Società civile. Non c'erano donne immigrate.
Ma non c'è da essere tristi, c'è da rimboccarsi le maniche. C'è da diffondere sensibilità e presenziare, ancora di più, certi luoghi di discussione, per fare in modo che si parli un linguaggio comprensibile a tutti, un linguaggio che non deve sminuire, semplificare o
alleggerire, ma semplicemente far capire, arrivare.
Deve essere chiaro che la salute e la libertà di scelta sono imprescindibili.
Dobbiamo renderci conto che qualcosa ci può sfuggire, che non sempre l'ottenuto è inespugnabile.
Vi lascio un link, che parla di altre realtà, dove per le donne, oltre che essere difficile nascere, è anche difficile vivere, sempre imprigionate nell'ignoranza, nella non istruzione e nelle considerazioni di inferiorità. Ma nonostante tutto, trovano il germe della lotta, e lo fanno con grazia e femminilità: Pink gang.
Loro rischiano molto di più che un pomeriggio di pioggia a Bologna.
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