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lunedì 10 giugno 2013

Ma l'edicola, serve sempre?


Ma comprare le riviste nell'epoca dei contenuti gratuiti su internet ha ancora un senso? nell'epoca dei tablet e della soglia dell'attenzione sotto i piedi qualcuno legge ancora lunghi articoli e mensili carichi di pubblicità? 
...e se lo chiede una che lo ha sempre fatto, non fosse altro per deformazione professionale, visto che ha fatto la grafica editoriale per diverso tempo e che ora ha cambiato mestiere per crisi del settore forse siamo arrivati proprio alla frutta per la carta e le riviste?

lunedì 10 marzo 2008

La lotta ai tempi del sushi


E insomma siamo partiti. Alle 11 e 30 di sabato irrompiamo sulla piazza della stazione di Prato a cavallo della Rampante (la due ruote della Francese). Freddo freddo e freddo. Questo weekend sarà all'insegna delle sferzate gelide sul viso, del vento che mi penetra nel giubbotto e mi congela le mani. La primavera astronomica si avvicina e la Rampante calca la scena da protagonista dei nostri spostamenti sulla terra laboriosa conosciuta col nome di Piana dei capannoni. L'intercity delle 11 e 43 ci porta spediti e determinati al di là dell'Appennino.

Siamo a Bologna e siamo sereni, a dispetto del clima bagnaticcio che ci accoglie. La cena di venerdì è stata salubre e appagante. La barca di sushi del ristorante nipponico di Novoli ci ha deliziati senza appesantirci. Ci sentiamo leggeri, saturi di omega3, i neuroni pasciuti di fosforo.

Ci allontaniamo dalla stazione incontro al nostro appuntamento. Stefano e Teresa ci aspettano in piazza XX settembre, sotto la Porta di-non-so-cosa. Stefano me lo ricordavo scuro e di spalla stretta. E invece, passati alcuni mesi dall'ultimo incontro, lo trovo sbiancato, a far da pandant col cielo di questa giornata uggiosa, e il torace allargato da sudate ore di palestra (:-D non me ne volere Ste!). Lui sì che è un uomo degno di questo nome, con quel mazzetto di mimose che porge alla mia Francese. Lui e la sua signora sì che si meritano l'appellativo di ospiti perfetti, con quella trattoria in centro che hanno prenotato per il nostro pranzo bolognese.

Crescentine e chiacchiere dotte, squaqquerone e punti di vista, tortelloni e gossip letterario. Com'è bella Bologna da questo tavolaccio di locanda affollata che ci prepara al corteo per i cent'anni della Festa della Donna.

L'ammassamento è davanti al capanno 20x20 straripante di libri del terminal bus.
Rintracciamo Panz con Tino e una carovana di amici e, soprattutto, amiche bolognesi che hanno aderito all'appello. Più avanti c'è Doc con le bazze (ma che sono ste bazze poi?), dice "ho trovato una bazza e c'ho fatto una sgambata" (che avrà voluto dire?).

E il corteo si muove, il carnevale si mette in marcia e srotola la musica e le voci di donne giovani e mature. Via Indipendenza è tutta nostra, gli striscioni attraversano la strada e gli stivali mangiano l'asfalto. Se tutti quelli che ci credono potessero essere qua! Le donne sono belle, tutte belle e colorate, portano insegne che qualificano identità, cantano slogan che significano volontà. E noi camminiamo con loro, oggi siamo donne anche noi. Tino è la donna barbuta, io faccio quella pelosa, Doc è Giovanna d'Arco e Stefano fa Emily Bronte. Qui, in questa strada che sfocia su Piazza Maggiore, la Festa è tutta nostra, come nostro è l'orgoglio di queste Donne, che investe anche noi, col cuore di Donna e il cervello che rifiuta di scendere in sciopero.

Disperdersi è sempre triste, come una cucitura che si apre e lascia scoprire il vuoto nel mezzo. Ci salutiamo, ma in fondo non ci lasciamo. Siamo ancora qui, tutti insieme, il nostro sangue che corre in forma di bit nel sottosuolo delle nostre città, lungo i cavi di una rete che non ci permetterà di sentirci soli.

Noi ci siamo. A Prato, ma anche a Bologna, siamo a Torino e Roma. Lo penso mentre la Francese accelera sulle strade che corrono lungo il Bisenzio. La notte è fredda in questa terra di lavoro tra Prato e Firenze. E il mio giubbotto non basta. Il sushi non basta, con quelle avare calorie. Non bastano le crescentine e lo squaqquerone.

Molto di più servono le parole e le canzoni, la presenza in carne e quella del pensiero. Servono i sorrisi per arrivare a capirsi.

Serve non rinunciare, ma esserci.
L'8 marzo, il 13 aprile e ancora più in là.


bologna • manifestazione 8 marzo 08

Post-ottomarzo, riflesioni, sospiri ed altro.

Ho già un po' anticipato i miei pensieri in un
commento al post di Panzallaria che raccontava della nostra risalita dell'Appennino fino a Bologna per assistere alla manifestazione organizzata pro legge 164 e in occasione del centenario dell'8 marzo.
Qui trovate le foto, per rendervi un po' più conto.
La manifestazione, partita da piazza XX Settembre, era un po' scarna, almeno all'avvio, anche se era ben protetta da 3 camionette delle forze dell'ordine in divisa blu.
Incamminandosi, il corteo si è ingrassato, imbellettato e ha incominciato a sprizzare gioia e allegria. Un chilometro e mezzo, tutto viale Indipendenza fino a piazza Maggiore, un paio d'ore, tra soste per far vedere gli striscioni, passaggi di pedoni e saltelli a ritmo di musica.
Solite cose da manifestazione. Stesse anche le facce, un po' di più i piercing su nasi e sopraccigli, ma stessi colori forti, sgargianti, vistosi. C'erano le stesse facce giovani, quelle che conosciamo per le foto, per i film, la solita "meglio gioventù"... ma c'erano anche facce meno giovani, c'erano
facce segnate dal tempo, nascoste dal trucco e dalle eccentricità. C'erano anche le persone normali, ma diciamocelo, non catturavano l'attenzione, forse erano anche la maggior parte. C'eravamo noi amici da blog sfera, Panz e Tino, Santarsiere-il-Collega e consorte, DottorCarlo. Siamo stati bene, ci siamo persi e ritrovati a più riprese nel corteo, ci sono state "bazze" e saluti da dispensare. Abbiamo preso un caffè, ci siamo salutati e siamo ripartiti.
La stanchezza invasiva in quell'unica ora di treno.

Eravamo pochi, troppo poco. Erano le stesse facce di sempre, era lo zoccolo duro e non era "aperto" alla Società civile. Non c'erano donne immigrate.
Ma non c'è da essere tristi, c'è da rimboccarsi le maniche. C'è da diffondere sensibilità e presenziare, ancora di più, certi luoghi di discussione, per fare in modo che si parli un linguaggio comprensibile a tutti, un linguaggio che non deve sminuire, semplificare o
alleggerire, ma semplicemente far capire, arrivare.
Deve essere chiaro che la salute e la libertà di scelta sono imprescindibili.
Dobbiamo renderci conto che qualcosa ci può sfuggire, che non sempre l'ottenuto è inespugnabile.

Vi lascio un link, che parla di altre realtà, dove per le donne, oltre che essere difficile nascere, è anche difficile vivere, sempre imprigionate nell'ignoranza, nella non istruzione e nelle considerazioni di inferiorità. Ma nonostante tutto, trovano il germe della lotta, e lo fanno con grazia e femminilità: Pink gang.
Loro rischiano molto di più che un pomeriggio di pioggia a Bologna.

venerdì 21 settembre 2007

La Formazione di sabato a Bologna

Da sinistra in alto: Umbria, VdA, presentatore, curatrice, editore, Trentino Alto Adige, Veneto, Calabria, Emilia Romangna, Lombardia, Basilicata.

mercoledì 19 settembre 2007

Se ci penso non ci credo nemmeno io.


Se ci penso non ci credo nemmeno io.
La città dei tortellini e delle tigelle,
degli ardori artistici e politici.
Il Settantasette e la fantasia dirompente.
La culla di un Tondelli e di un Pazienza.
L’università,
il dams di Eco e di Celati.
L’edonismo consapevole,
l’opulenza del buon governo,
l’alleanza strategica raccontata da Paul Ginsborg.

Quanta Bologna c’è nella mia testa?

Eppure, se ci penso non ci credo, che a Bologna non ci sono mai stato.
C’andiamo con una scusa. C’andiamo a presentare un’antologia fresca di stampa, a parlare di quel ventesimo che ci riguarda. Attraverso l’Appennino, le basse montagne che separano la Piana dalla Pianura. A Bologna c’è umido, quello che ti appiccica i vestiti e ti pizzica la pelle. A Bologna ci sono le case basse e la Piazza Grande, i ragazzi tatuati e le donne abbronzate, un dolce gusto del lasciarsi guardare e dello stupire. C’è la folla in lascivo bivacco in faccia alla biblioteca, i neo e post punkettari in abiti sdruciti, i giovani accattoni in saari griffati. E noi ce ne andiamo, in molle passeggio nell’isola pedonale, guidati dalle antenne della Francese, in quest’ora e mezza che ci separa dall’appuntamento.
Davanti allo Zocaffé.
Guarda c’è Panz,
e quello è Tino,
guardaaa, Frollina,
ed ecco Silvia.
Andiamo e sorridiamo,
sorridiamo e andiamo.
Decisi, gli si va incontro, come incontro a vecchi amici che non ti riconoscono perché sei cambiato.
La Panz ci vede, ma non ci fa caso.
Sistemo il ciuffo con la mano e la Francese si dà un contegno da bonazza intellettuale.
Avanziamo ancora.
Eccoci qua. Adesso sì.
Baci e incroci di mani, gridolini all’indirizzo di Frollina.
Tino è un vulcano di aneddoti, paradossi e iperboli. Panz sgomita e scoppietta in una gara d’invenzioni, un agonismo sano, un po’ competizione, un po’ gioco di squadra. E Frollina è tutta sorrisi e piedi mulinanti, per nulla convinta dagli inviti della mamma a scaricare su di me un premio in rifiuti organici, per la sola colpa di essere arrivato ultimo quella volta. E Silvia, con loro, la stessa dolcezza delle sue parole nell’etere, quella che mai penseresti di trovare tra bilanci, partitadoppia ed effeventiquattro.
Ma il soffio della fama all’improvviso ci separa. Un turbinio di discorsi, applausi e braccia tese. Autografi e riflettori. La crudele e inebriante giostra dello star system…

Ma torneremo a Bologna, travestiti da Nathan Never e Druuna. Torneremo, ragazzi! Tenete in caldo i tortellini e i piani segreti degli extraterrestri che controllano la città e il consiglio comunale. Saliremo in cima alla Torre.
E lassù,
inspirando la nebbia che ricopre i tetti rossi,
tratterremo il fiato
ascoltando Panz che avviserà Tino che è ora di cambiare la Frollina.

Tour invernale della Sicilia: Siracusa

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