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lunedì 29 ottobre 2012
1Q84 di Murakami: uno sguardo oltre lo specchio
mercoledì 6 giugno 2012
Il primo libro nel suo primo Kindle
E finalmente è arrivato. Dopo avermi
sequestrato per settimane il mio lettore Sony PRS 350 (si dovrà
ammettere, ben più elegante nel design e gradevole nei font), oggi è
arrivato il Kindle wifi della Francese. Così faremo i separati in casa dei
formati ebook. Lei votata all'azw e al mobi, io al ben più
democratico epub. Fortuna che con calibre tutto sarà praticamente
convertibile.
E avremo il tempo di verificare qual è
miglior reader di casa (sebbene io abbia decisamente già una vaga
idea).
Giusto per averlo assaggiato, posso
anticipare per esempio che lo stesso ebook sul Sony tiene
egregiamente il giustificato anche sulle dimensioni più grandi di
carattere. Sul Kindle, ahilei, invece no e il margine destro è tutto
un zigzag di parole.
Ma insomma, si vedrà, ci sarà il
tempo per altri confronti.
Per festeggiare l'evento, il suo nuovo
fiammante Kindle wifi, completo di splendida copertina in pelle con
lucetta notturna integrata, è inaugurato da un libro speciale.
Si tratta di “Ultimi quaranta secondi della storia del mondo”, un thriller in salsa lucana, rigorosamente
in solo formato elettronico, del sapiente Stefano Santarsiere.
Confesso di aver avuto il piacere di leggere questo romanzo,
in fase di revisione, quando l'editore Abel books (e molti altri, a giudicare dai premi e dalle vendite) non aveva ancora
scoperto le qualità del nostro talentuoso.
Della trama potrete leggere sulla
quarta di copertina (espressione che avrà ancora un senso?). Quel
che a me è piaciuto di questo libro, a parte il meccanismo del
progressivo disvelamento del mistero che sta alla base della storia
tipica del thriller, è la capacità di Santarsiere di definire pezzo
per pezzo i suoi personaggi e quella dimensione di paese, compresa
nel suo sguardo ironico. E poi la lentezza con cui gli elementi del
giallo vengono affastellati, con meticolosità, alternandoli allo
sguardo d'insieme sul paese e a quella lente d'ingrandimento che cala
di volta in volta sui protagonisti.
“Ultimi quaranta secondi della storia
del mondo” di Stefano Santarsiere è un libro che consiglio a tutti
coloro che possiedono un ebook reader. E' disponibile in tutti i
formati del caso, epub, mobi e pdf sul sito dell'editore e un po' su tutte le librerie on-line specializzate in ebooks. In carta non c'è, o forse non c'è ancora o
forse è proprio meglio così.
Con i nostri lettori di ebook abbiamo
quasi risolto il problema dei libri che si mangiano metà dello
spazio di casa nostra.
“Ultimi quaranta secondi della storia del
mondo” è un libro di peso, che non occupa spazio.
giovedì 23 febbraio 2012
Puericultura questa sconosciuta #1
Come mio solito, se non so niente sull'argomento cerco informazioni, anche in modo compulsivo, l'ammetto.
Che si tratti di una città nuova, di un prodotto da cucinare o di come si cresce un bambino ^_^ il metodo è lo stesso: se non ne sai niente, documentati!
Forse per questo ultimo argomento la questione è diversa, siamo donne, create - come mi ha detto una mia saggia vicina che incrocio giusto due volte l'anno - nate per far figli e ci dovrebbe venir naturale. Ma corre l'anno 2012 e l'istinto animale si è un po' sopito sotto bit di tecnologia. Non c'è più la famiglia allargata, i bambini li ho visti solo sulle riviste e siccome sono una che trova rassicurazione nelle nozioni ho iniziato a leggere ed ho scoperto che esiste la puericultura.
lunedì 29 giugno 2009
Sommamente indeciso

Ad aver appena finito uno dei migliori libri che abbia letto negli ultimi anni, ieri sera, al ritorno dalla graziosa stazione di Santhià, dove ho lasciato la mia Francese in partenza verso una nuova settimana di impegni e sbattimenti, dopo che il signor Givings ha spento per l'ennesima volta l'apparecchio acustico sotto quella pioggia di argomentazione della signora Givings, dopo aver voltato l'ultima pagina del prototipo di romanzo perfetto, l'imperativo è ora quello di guardare avanti con ottimismo e di acuire l'ingegno per decidere quale possa essere il più degno successore di un impareggiabile capolavoro.
Una lista di libri papabili che mi guardano dallo scaffale di casa:
Amos Oz, Una pace perfetta (pagg. 350) Regalato da una delle più amabili colleghe qualche settimana fa, che già me ne ha chiesto conto, è l'ultimo dei libri tradotti in Italia (l'originale è dell'82) di quello che forse è considerato il più grande scrittore israeliano. Vite che s'intrecciano in un kibbutz, alla vigilia della guerra dei sei giorni.
Vasilij Grossman, Vita e destino (euro 28,90 scontato, pagg. 827) Pagato con i buoni pasto in un supermarket appena fuori città (per la cultura mi tolgo letteralmente il cibo di bocca). Monumentale affresco dell'Unione Sovietica al tempo della Seconda Guerra Mondiale.
John Reed, Dieci giorni che sconvolsero il mondo (pag. 289) Ceduto dalla stessa collega di prima (che lo buttava). Tra narrativa e cronaca (qualcuno lo chiamerebbe Oggetto Narrativo Non Identificato), la straordinaria epopea della rivoluzione bolscevica. In edizione Editori Riuniti del 1964, a Lire 900, con prezioso invito alla lettura in quarta di copertina, nientepopòdimeno che del compagno Lenin! (chi mai si sognerebbe oggi di citare Lenin per vendere un libro?)
Marco Archetti, Gli asini volano alto (euro 16, pag. 219) Comprato, qualche settimana fa come gesto d'incoraggiamento in questa nuova e bella libreria di Aosta. Un avvincente (si spera) avventura on the road e racconto esplosivo (a giudicare dai precedenti) di un'amicizia. Uno dei pochi autori che mi fa superare il pregiudizio sugli scrittori più giovani di me...
David Foster Wallace, Una cosa divertente che non farò mai più (euro 11, pagg. 140) Comprato non mi ricordo più dove, ma forse alla Rinascita di Sesto Fiorentino come tributo al nostro eroe scomparso. Non ho mai amato abbastanza Wallace e forse, mi dico, è arrivato il momento di capire dove ho sbagliato.
Luigi Cojazzi, Alluminio (euro 12, pagg. 206) Comprato a novembre alla libreria del festival letterario Scrittori in città di Cuneo. Premiato, se non ricordo male, come miglior esordio del 2008. Un romanzo tra amore, pallone e desaparecidos.
Insomma, la faccenda è davvero intricata e mi porterà, lo so, sull'orlo della disperazione. Tanto più che intendo assolutamente finire entro sabato il libro che mi accingo ora ad iniziare (e allora addio Grossman, ahimé) visto che per quel giorno è previsto l'acquisto di quest'altro libro che si annuncia imperdibile, oltre che assolutissimamente urgente, con l'ultima cartuccia che mi è permesso sparare sul buono acquisto che la Francese si è guadagnata con il sudore della sua fronte e che in uno slancio d'imprudente generosità ha deciso di dividere con me (yè!)
E poi e poi, quant'ansia a sbirciare con la coda dell'occhio a tutti quegli altri libri che mi fissano dalla mensola e che dovranno, per mia insindacabile decisione, aspettare....
Prigioniero a Parigi e altri racconti, Così triste cadere in battaglia, Per amore della verità, La ventisettesima città, Eden express, Le quattro casalinghe di Tokyo, Necropoli, La storia, L'uomo che non credeva in Dio, ecc. ecc. ecc.
uff, chi mi aiuta a districare questa matassa?
sabato 11 aprile 2009
Anomalo uovo pasquale
giovedì 3 luglio 2008
Bellezza con leggerezza

Mantenersi in superficie, evitando le complicazioni delle oscure profondità, baciato dalla luce, mulinando le braccia attraverso la bellezza, il corpo e la mente disposti alla leggerezza.
Il mio navigare nelle variabili acque delle lettere nipponiche segue il filo della più svagata casualità. Con una disinvoltura che non mi è propria mi aggiro tra manga d'autore, romanzetti pop e classici di acclamato splendore con gli occhi di un naufrago che approda su un'isola per rituffarsi, il giorno dopo, nei flutti di un mare di curiosità.
Banana Yoshimoto, L'abito di piume. Non so come faccia questa donna. Non so davvero come riesca ad alternare quella sua capacità di mettere i miei occhi fin dentro l'anima triste dei suoi personaggi ad una scrittura sciatta, spesso banale, a volte imbarazzante. Mi disturbano le sue virate adolescenziali, i luoghi comuni linguistici, la povertà lessicale. Vorrei poter godere della voce della protagonista, lasciarmi scivolare nei suoi pensieri senza gli scossoni di uno stile irritante. Non voglio credere che sia colpa dei traduttori.
Moebius-Taniguchi, Icaro. Bellissimi i disegni, una carezza per gli occhi abituati alla pagina scritta. Due mostri sacri, un francese e un giapponese, a raccontare questa storia fantastica di amore e superpoteri. Con uno sforzo d'ingenuità lo spirito si fa leggero e la mente s'invola ad inseguire le evoluzioni del protagonista. Con la presunzione di un lettore adulto si fa ancora più chiara la differenza tra fumetto e romanzo (e quanto la tanto in voga Graphic novel sia espressione truffaldina). Personaggi piatti, narrazione debole. Ci si aspetterebbe qualcos'altro da autori tanto osannati.
E poi una domada: ma se il secondo volume si chiude con "fine prima parte", perché Coconino Press non ha pubblicato il seguito?
Abe Kobo, Tre metamorfosi. Sulle orme del signor K. la metaformosi si fa in tre: in animale, in robot, in vegetale. Tre allegorie a rappresentare la lotta perenne tra società e individuo, dove quest'ultimo è destinato inevitabilmente a soccombere. Un'esemplare rappresentazione di una società con forti tradizioni repressive, una cultura dove l'appartenenza al gruppo, gli obiettivi collettivi e la disciplina assurgono a valori superiori.
E ti chiedi se al contrario del rispetto, della disciplina, della rigida etichetta, avesse storicamente prevalso un individualismo latino, che cosa sarebbe oggi del Giappone? Esisterebbe come entità geografica, culturale e politica? 130 milioni di giapponesi avrebbero trovato il modo di convivere sopra un gruppetto di isole ai confini del Pacifico? (perdonami, Zazie, la disinvolta somministrazione di questa pillola di antropologia funzionalista)
Yasunari Kawabata, Il paese delle nevi. Visto che nel paese delle nevi ci vivo anch'io, ultimamente, anche grazie a certe foto acchiappate nel web, mi son fatto un'idea del giappone montano come una grande Valle d'Aosta a caratteri kanji. E questo libro può suscitare gli stessi sbadigli e la voglia irrefrenabile di dormire che ti coglie in un qualunque villaggio valdostano lontano dalle piste di sci a fine gennaio. Mi sono ricordato perché circa 15 anni fa avevo portato a termine Bellezza e tristezza con immensa fatica. Ma almeno in questo caso, la colpa è tutta mia, la sua grandezza non si discute (ma non chiedetemi perché).
Kazuichi Hanawa, In prigione. Appena iniziato. Un manga del tratto moderno e dal contenuto autobiografico. La narrazione è essenziale, nel disegno la cura del particolare ha un che di geniale e pregnante. Un atto d'accusa contro il sistema carcerario giapponese. Promette molto bene. Vedremo.
Di prossima lettura Osamu Tekuza, Una biografia manga e Brigitte Koyama-Richard, Mille anni di manga.
Com'è bello accarezzare la bellezza senza preoccuparsi della troppa leggerezza.
mercoledì 25 giugno 2008
Post lampo!
Ho fatto una scoperta incredibile!!
Ho capito una cosa che avrei dovuto avvertire immediatamente, ed invece sono passati mesi e l'ho messa a fuoco solo ora!
IO NON HO SCELTO DI ANDARE IN VACANZA IN GIAPPONE
Nathan mi ha indotto a questa scelta con le letture che mi ha regalato durante l'inverno!! L'Amelié è solo la punta dell'iceberg! ...e L'eleganza del riccio dove la mettiamo?!
Una delle protagoniste, Renée, quella che scrive in corsivo, ha una passione per i film giapponesi di Yasujiro Ozu, e li guarda e ne parla e ne riguarda, poi fortuna vuole che un certo Monsier Ozu, torni di casa nel condominio del Riccio! Non vi dico quanti messaggi subliminali partono nel libro dal momento dell'entrata in scena di questo personaggio! Milioni di messaggi pro-japan che ti giungono proprio mentre il sonno ti vince, quasi in stato rem!
Ed è questa mossa subdola del MioNathan che mi stupisce!
Ma tesoro! Bastava dirlo senza troppe storie, anche una sola volta: voglio andare in Giappone! Lo sai no, che ho sempre la valigia pronta!
domenica 15 giugno 2008
Vorrei, ma posso poco. Oltre *Professore di desiderio* di Philip Roth
Non ho le forze per affrontare come si deve l'argomento "vacanze in Giappone", vorrei studiare la gastronomia in modo approfondito, anche perché grazie all'amica Zazie ho scoperto che è varigatissimissimaaa!, vorrei studiare meglio le cose da vedere lungo l'itinerario Tokyo - Kyoto - Hiroschima, vorrei approfondire anche l'architettura contemporanea, per non perdermi il possibile delle suggestive forme di Ando o Tange.Vorrei, ma non posso, almeno non come vorrei, nel senso che non ne ho le forze sufficienti.
Soffro da un mesetto di astenia e pressione bassa e, nell'intenzione di riprendermi, pronta per il caldo torrido del Giappone di luglio, non mi affatico, ozio, mi riposo.
Non ho ancora iniziato nemmeno uno dei romanzi consigliati da Nath/Virgilio.
Però una cosa stasera, alla dipartita dell'AmoreMio, l'ho fatta.
Ho chiuso un libro iniziato più di un mese fa.
Non posso astenermi dal dirne due parole visto le innumerevoli volte che ho parlato dell'autore, di lui, l'unico, lo stra-citato Philip Roth.
Perdonate (perdonami Nath) questo gesto di moribonda.
Il mio commento su "Professore di desiderio":
Professore di Desiderio è un romanzo del 1977, pubblicato in Italia nel 1978 da Bompiani e mai più ristampato. L'ho cercato in ogni bancarella di libri usati lungo il mio cammino per poi scoprire che era disponibile in prestito nella biblioteca della mia città. Il destino a volte...
Carica di aspettative sono stata ferocemente delusa dalla prima parte del libro.
Stesse trame rothiane di sempre, un sesso sfrenato alla Portnoy e una parte riconoscibilmente autobiografica sul primo infelice matrimonio con una donna fatale, isterica e vendicativa, la devastazione della separazione, l'analisi.
Mancando dell'effetto sorpresa e avendo già letto il leggibile (pubblicato in italiano) ho trovato questa prima parte monotona. Il libro di appena 240 pagine non andava oltre il mio comodino.
Un po' per rispetto all'autore, un po' per non rimanere con il dubbio, mi sono costretta a concludere la lettura e sono stata gratificata oltre la metà, nel momento in cui il romanzo svela le ragioni del titolo "Professore di desiderio".
Qui il prof. David Kepesh (lo stesso de L'animale morente il mio preferito) redige il suo discorso di inizio anno, sul tema: il desiderio erotico nella letteratura.
Ed è con questo discorso che mi conquista definitivamente.
Suggerisce un parallelo, una continuità, tra la vita concreta, quella "vera", quella vissuta e quella letteraria, mediante la passione, l'emotività erotica che si riscontra in entrambe le trame, e che è la più immediata per un studente di letteratura di vent'anni. Un amore per l'insegnamento, innegabile.
"Suggerisco ciò nella speranza che se parlerete di "Madame Bovary" nella stessa lingua che usate parlando col droghiere, o con gli amici, veniate a trovarvi, poi, in rapporti più intimi, più interessanti, più - come voi potreste dire - "referenziali", con Falubert e con la sua protagonista."Una passione che avrei tanto voluto trovare nei miei innumerevoli professori di lettere.
E il romanzo incalza, una gita a Praga nei luoghi di Kafka o del Sig. K., K come lui. Satira sul dominio russo e non solo...
Incontra in sogno niente popò di meno che la puttana di Kafka, paragona con un volo pindarico di fantasia i suoi malesseri con quelli dell'autore praghese. ...e poi riferimenti continuo ad autori amati, come Colette, Melville ecc.
(...) "a ciascun cittadino inibito il suo Kafka."
"E a ciascun arrabbiato il suo Melville", ribatto io. "Ma poi che se ne fanno, i letterati, di tutti questi gran libri che leggono..."
"Ci affondano i denti. Voglio dire, mordono i libri anziché la mano che li strangola."
E non è tutto. C'è anche, quasi, un quasi lieto fine, già.
Il personaggio di Claire, la moglie buona, la quiete oltre la tempesta. Ma sarebbe troppo banale se fosse solo questo. Ci sono i dubbi, quei tarli che ogni cosa buona porta con se, soprattutto in chi è abituato a soffrire.
Da sola, lei, ha deciso di abortire. Perché io non dovessi accollarmi un dovere? Perché io la scegliessi soltanto per se stessa? Ma è tanto orrendo il concetto di dovere? Perché non me l'ha detto, che era incinta? Non c'è un punto nel corso della vita in cui uno si arrende al dovere, gli dà il benvenuto, come già s'arrendeva al piacere, alla passione, all'avventura? Non arriva mai il momento in cui il dovere è piacere, piuttosto che il piacere dovere?
Anche la traduzione, pur datata è accettabile.
Adesso c'è spazio per tutto il Giappone che occhieggia dal comodino.
mercoledì 29 agosto 2007
Il libro di mio fratello
Di Bernardo Atxaga
Traduzione dal basco allo spagnolo di Bernardo Atxaga e Asun Garikano (sua moglie).
Traduzione dallo spagnolo di Paola Tomasinelli.

Traduzione dal basco allo spagnolo di Bernardo Atxaga e Asun Garikano (sua moglie).
Traduzione dallo spagnolo di Paola Tomasinelli.

Così muoiono
le parole antiche:
come fiocchi di neve
che dopo aver esitato nell’aria
cadono sul suolo
senza un lamento.
Dovrei dire: tacendo.
Dove sono ora i cento
Modi di dire farfalla?
Sulla costa di Biarritz raccolse
Nabokov uno di quei
nomi: miresicoletea.
Guarda, ora è sotto la sabbia,
come il frammento d’una conchiglia.
(…)
Bernardo Atxaga (al secolo Joseba Irazu) è il più acclamato e premiato autore in lingua basca.
Poeta e narratore (anche di storie per ragazzi) si è imposto in Italia con la trilogia di Obaba, paese basco del suo immaginario poetico. Dal suo sorprendente Obabakoak, passando per lo straordinario Storie di Obaba, fino al recente Il libro di mio fratello, l’Atxaga narratore colloca i personaggi e le vicende delle sue storie dal più remoto al recente passato dell’Euskadi.
Nell’ultimo libro pubblicato in Italia da Einaudi (che dal titolo originale “El hijo del acordeonista” lo trasforma inspiegabilmente in “Il libro di mio fratello”) Atxaga ricostruisce il passaggio dal mondo arcaico alla modernità del Pais Vasco attraverso i ricordi dei protagonisti. David e Joseba, due amici cresciuti a Obaba, attraversano l’infanzia e l’adolescenza in quel clima non solo culturalmente repressivo degli anni cinquanta e sessanta sotto il tallone di Franco. Il primo, David, come il padre, da cui il titolo in castigliano, suona la fisarmonica. Grazie ad una coetanea, che per vendicarsi di non essere ricambiata di alcuni attenzioni amorose gli mostra un quaderno del tempo della Guerra Civile, David scopre il coinvolgimento di suo padre, il fisarmonicista, in una strage compiuta dai falangisti dopo la conquista del paese. Influenzato dallo zio Juan, allevatore di cavalli e antifascista, David non seguirà il padre nel suo servilismo al potere e si rifiuterà di suonare la fisarmonica all’inaugurazione di un monumento ai caduti fascisti. Maggiorenne, invitato dallo zio in California, prenderà le redini del suo ranch e, in punto di morte, lascerà all’amico Joseba il libro dei suoi ricordi di Obaba. Questo, diventato uno scrittore affermato, deciderà di fondere i ricordi di David con i suoi e di dare alla luce il libro di cui sto scrivendo.
David e Joseba, quindi, ci raccontano i giochi e gli amori, le amicizie e gli odi, dei loro anni d’infanzia e dell’adolescenza. Ci mostrano le bassezze e le perfidie degli adulti, ma anche la muta resistenza di chi, avendo conosciuto la ferocia della guerra, non ha più la forza di ribellarsi apertamente. Crescendo, incontreranno il fermento culturale di San Sebastian e Bilbao, si nutriranno delle nuove idee di libertà che nei primi anni settanta spirano dall’Europa e in particolare dal vicinissimo confine francese. E abbracceranno quella singolare miscela di marxismo e nazionalismo che sarà la spina dorsale del movimento armato per la liberazione dal fascismo e dall’oppressione castigliana: l’ETA.
Vivranno in clandestinità, tra Francia e Spagna, compiranno qualche azione dimostrativa e verranno arrestati, imprigionati e brutalmente torturati dalla polizia agli ordini del dittatore.
Ma non ci sono solo i loro ricordi in queste pagine, a tratti di una bellezza commovente. C’è la Guerra Civile, quel grande disastroso antefatto che ha cambiato la storia della Spagna e dei suoi abitanti. Facciamo un lungo passo indietro alla scoperta di quei ragazzi che saranno adulti durante l’infanzia di David e Joseba. Vediamo il giovane suonatore di fisarmonica, che, come altri, per convenienza o per convinzione, si schiera con l’efferatezza falangista. Vediamo i maestri, i piccoli intellettuali di una provincia remota. Osserviamo sbigottiti come vengono prelevati e uccisi, perché non allineati, ma liberi, perché considerati pericolosi per il semplice fatto di avere delle opinioni politiche e di possedere gli strumenti intellettuali per esprimerle. Vediamo il giovanissimo zio Juan salvare la vita del proprietario dell’unico albergo di Obaba, reo di essere stato in Canada, di aver conosciuto le certezze di un paese libero, di essersi arricchito e di essere troppo pulito, troppo grasso e troppo profumato (e quindi “finocchio”, secondo gli schemi mentali dei rozzi militari fascisti).
Ed è con questa fondamentale digressione che andiamo all’origine dei rapporti tra gli abitanti di Obaba. E’ stata la Guerra Civile a creare uno squarcio inguaribile tra le persone. Il bombardamento di Guernica, i rastrellamenti, le fucilazioni. Tutto questo non si è esaurito con la fine della guerra, non è stato cancellato da quarant’anni di dittatura. Gli odi, le recriminazioni, i rancori sono stati cristallizzati, soffocati dall’asfissia del franchismo, ma non si sono mai spenti. Lo zio Juan non potrà mai spendere parole di stima per il marito di sua sorella, quel collaboratore dei fascisti, quel fisarmonicista che suona alle feste nell’albergo confiscato e oggi gestito da un sostenitore del regime. E allora lo zio Juan se ne va in California, dove David lo seguirà, dopo la morte di Franco e l’amnistia. Laggiù David formerà una famiglia e insegnerà alle sue figlie quella lingua che ha cento parole per chiamare una farfalla. E scriverà la sua storia, quella che si è svolta ad Obaba, quella della sua vita precedente. Non la scriverà in inglese e nemmeno in spagnolo, ma in una lingua antica. E da decenni già sconfitta. Ma i suoi ricordi resteranno per sempre, mentre lui vola in cielo, sulle ali di una farfalla.
le parole antiche:
come fiocchi di neve
che dopo aver esitato nell’aria
cadono sul suolo
senza un lamento.
Dovrei dire: tacendo.
Dove sono ora i cento
Modi di dire farfalla?
Sulla costa di Biarritz raccolse
Nabokov uno di quei
nomi: miresicoletea.
Guarda, ora è sotto la sabbia,
come il frammento d’una conchiglia.
(…)
Bernardo Atxaga (al secolo Joseba Irazu) è il più acclamato e premiato autore in lingua basca.
Poeta e narratore (anche di storie per ragazzi) si è imposto in Italia con la trilogia di Obaba, paese basco del suo immaginario poetico. Dal suo sorprendente Obabakoak, passando per lo straordinario Storie di Obaba, fino al recente Il libro di mio fratello, l’Atxaga narratore colloca i personaggi e le vicende delle sue storie dal più remoto al recente passato dell’Euskadi.Nell’ultimo libro pubblicato in Italia da Einaudi (che dal titolo originale “El hijo del acordeonista” lo trasforma inspiegabilmente in “Il libro di mio fratello”) Atxaga ricostruisce il passaggio dal mondo arcaico alla modernità del Pais Vasco attraverso i ricordi dei protagonisti. David e Joseba, due amici cresciuti a Obaba, attraversano l’infanzia e l’adolescenza in quel clima non solo culturalmente repressivo degli anni cinquanta e sessanta sotto il tallone di Franco. Il primo, David, come il padre, da cui il titolo in castigliano, suona la fisarmonica. Grazie ad una coetanea, che per vendicarsi di non essere ricambiata di alcuni attenzioni amorose gli mostra un quaderno del tempo della Guerra Civile, David scopre il coinvolgimento di suo padre, il fisarmonicista, in una strage compiuta dai falangisti dopo la conquista del paese. Influenzato dallo zio Juan, allevatore di cavalli e antifascista, David non seguirà il padre nel suo servilismo al potere e si rifiuterà di suonare la fisarmonica all’inaugurazione di un monumento ai caduti fascisti. Maggiorenne, invitato dallo zio in California, prenderà le redini del suo ranch e, in punto di morte, lascerà all’amico Joseba il libro dei suoi ricordi di Obaba. Questo, diventato uno scrittore affermato, deciderà di fondere i ricordi di David con i suoi e di dare alla luce il libro di cui sto scrivendo.
David e Joseba, quindi, ci raccontano i giochi e gli amori, le amicizie e gli odi, dei loro anni d’infanzia e dell’adolescenza. Ci mostrano le bassezze e le perfidie degli adulti, ma anche la muta resistenza di chi, avendo conosciuto la ferocia della guerra, non ha più la forza di ribellarsi apertamente. Crescendo, incontreranno il fermento culturale di San Sebastian e Bilbao, si nutriranno delle nuove idee di libertà che nei primi anni settanta spirano dall’Europa e in particolare dal vicinissimo confine francese. E abbracceranno quella singolare miscela di marxismo e nazionalismo che sarà la spina dorsale del movimento armato per la liberazione dal fascismo e dall’oppressione castigliana: l’ETA.
Vivranno in clandestinità, tra Francia e Spagna, compiranno qualche azione dimostrativa e verranno arrestati, imprigionati e brutalmente torturati dalla polizia agli ordini del dittatore.
Ma non ci sono solo i loro ricordi in queste pagine, a tratti di una bellezza commovente. C’è la Guerra Civile, quel grande disastroso antefatto che ha cambiato la storia della Spagna e dei suoi abitanti. Facciamo un lungo passo indietro alla scoperta di quei ragazzi che saranno adulti durante l’infanzia di David e Joseba. Vediamo il giovane suonatore di fisarmonica, che, come altri, per convenienza o per convinzione, si schiera con l’efferatezza falangista. Vediamo i maestri, i piccoli intellettuali di una provincia remota. Osserviamo sbigottiti come vengono prelevati e uccisi, perché non allineati, ma liberi, perché considerati pericolosi per il semplice fatto di avere delle opinioni politiche e di possedere gli strumenti intellettuali per esprimerle. Vediamo il giovanissimo zio Juan salvare la vita del proprietario dell’unico albergo di Obaba, reo di essere stato in Canada, di aver conosciuto le certezze di un paese libero, di essersi arricchito e di essere troppo pulito, troppo grasso e troppo profumato (e quindi “finocchio”, secondo gli schemi mentali dei rozzi militari fascisti).
Ed è con questa fondamentale digressione che andiamo all’origine dei rapporti tra gli abitanti di Obaba. E’ stata la Guerra Civile a creare uno squarcio inguaribile tra le persone. Il bombardamento di Guernica, i rastrellamenti, le fucilazioni. Tutto questo non si è esaurito con la fine della guerra, non è stato cancellato da quarant’anni di dittatura. Gli odi, le recriminazioni, i rancori sono stati cristallizzati, soffocati dall’asfissia del franchismo, ma non si sono mai spenti. Lo zio Juan non potrà mai spendere parole di stima per il marito di sua sorella, quel collaboratore dei fascisti, quel fisarmonicista che suona alle feste nell’albergo confiscato e oggi gestito da un sostenitore del regime. E allora lo zio Juan se ne va in California, dove David lo seguirà, dopo la morte di Franco e l’amnistia. Laggiù David formerà una famiglia e insegnerà alle sue figlie quella lingua che ha cento parole per chiamare una farfalla. E scriverà la sua storia, quella che si è svolta ad Obaba, quella della sua vita precedente. Non la scriverà in inglese e nemmeno in spagnolo, ma in una lingua antica. E da decenni già sconfitta. Ma i suoi ricordi resteranno per sempre, mentre lui vola in cielo, sulle ali di una farfalla.
martedì 3 aprile 2007
Righi Celati

"Piangevo piangevo sulla sua spalla, come un vitello che s'é perso in un prato; senza dire perché, perché il perché lo sapevo io, lei poteva mica saperlo. Lei ci metteva solo la spalla, io ci mettevo il dolore di ragazzo tradito nei suoi ideali massimi".
"Basta. Che si smetta una buona volta di dire: la vita! la vita! Ma la vita cosa? È solo il mondo che fugge, e lasciarlo fuggire bisogna. L'ululo é il suono del vento che spazzerà via tutto, nel giorno del Giudizio Universale".
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Gianni Celati, Lunario del paradiso, Feltrinelli
venerdì 23 marzo 2007
Io, te e Pier Vittorio.
Devo gridare al mondo che ho conosciuto Pier Vittorio Tondelli.Lo devo fare. Ebbene sì. Forse troppo tardi, ma anch’io sono passata per le emozioni delle sue parole e le mie emozioni sono passate per le sue parole. Racconterò come accadde che il Pier Vittorio è entrato nella mia vita e non solo lui.
Tutto è iniziato per sfida.
Disse: - Davvero la nostra Francese, questa lettrice onnivora e vorace, questa trentenne creativa e curiosa non ha mai sentito parlare del Piervittorio?
Lo scrisse, per l’esattezza. Sì, scrisse proprio così, onnivora.
E mi conosceva anche poco, e se mi avesse visto mangiare allora? o se avesse buttato un occhio alla mia libreria, cosa avrebbe mai detto? Senza nemmeno conoscermi troppo, abolendo tutti i freni della sua educazione celtico-cattolica, mi aveva lanciato una sfida.Sì, disse così. E nel suo tono supponente sapeva che l’avrei colta. A vederla oggi, fu un chiaro e precoce segno di interessamento nei miei confronti, ma che io, allora, non colsi. È ben saputo dagl’intimi (come li chiama Emauff) che io di queste cose non me ne accorgo mai, queste cose dei corteggiamenti insomma.
A dire il vero, la Storia, la Nostra Storia, inizia prima, ma questa sfida è molto importante per la sua evoluzione. Insomma, io su questa sfida c'ho pensato un sacco perché in effetti, quando buttò il sasso, mi conosceva molto poco e mi sono rimuginate in testa un sacco di domande in merito …che fosse così evidente la mia attitudine alla competizione? … che a non leggere sto tizio che parla con scrittura emozionale mi sia davvero persa un caposaldo della letteratura contemporanea? …ma io i libri come li pesco?
Misi in moto le pale, come conierà poi in seguito, quando cioè la Nostra Storia prenderà la sua piega, la giusta piega… Per il momento siamo ancora alla fine di luglio, un luglio caldo di programmi del mio avvenire per il mondo, alla ricerca dell’essenza.
Fruzzicai nella libreria di casa, sempre piena di tutto, visto la mia bramosia di parole, e vi trovai, annichilito dall’omogeneità di una collana editoriale gadget da quotidiano, il famoso PVT. Rimini. Ora, ero terribilmente stuzzicata dal reverenziale rispetto del mio sfidante sul Vate di questa generazione di postmoderni. Presi qualche informazione su quell’onnisciente mezzo che è la rete, giusto così, per sapere cosa avrei messo sotto i denti di lì a breve. Perché vero è vero che leggo di tutto, ma onnivora proprio no, anch’io capita che uno o due libri a biennio non li finisca! Cosa crede!
Questo tizio si prospettò interessante. In più, dalla prefazione del volume di poco credito della collana-gadget-da-arredo, qualcosa di interessante si desumeva.
La referenza maggiore: la sua fine, la morte d’AIDS. Simbolo di una generazione in tutto, anche nella dipartita. Simbolo del genio, la vita d’eccessi.
Ebbene Rimini mi prese, e subito. E lo fece appena l’aprii, con una mappa. Finalmente qualcuno che sa capire un povero lettore con la mania dell’orientamento! Dalle prime cinquanta pagine, il romanzo si prospettava come un giallo avvincente con un sacco di note interessanti. Un personaggio principale che rispecchia il mio ideale di protagonista, un giornalista detective alla Pepe Cavallo senza la passione per la gastronomia ma cinico e senza scrupoli, come si addice ad un attore principale, che in fondo lascia trasparire dei sentimenti. Ma devo dire che a parte le note descrittive del luogo, e la prima scena di sesso ben disegnata, io tutta st’emozione non la vidi… questa poetica dell’abbandono non si annusava nemmeno…
Fruzzicai nella libreria di casa, sempre piena di tutto, visto la mia bramosia di parole, e vi trovai, annichilito dall’omogeneità di una collana editoriale gadget da quotidiano, il famoso PVT. Rimini. Ora, ero terribilmente stuzzicata dal reverenziale rispetto del mio sfidante sul Vate di questa generazione di postmoderni. Presi qualche informazione su quell’onnisciente mezzo che è la rete, giusto così, per sapere cosa avrei messo sotto i denti di lì a breve. Perché vero è vero che leggo di tutto, ma onnivora proprio no, anch’io capita che uno o due libri a biennio non li finisca! Cosa crede!
Questo tizio si prospettò interessante. In più, dalla prefazione del volume di poco credito della collana-gadget-da-arredo, qualcosa di interessante si desumeva.
La referenza maggiore: la sua fine, la morte d’AIDS. Simbolo di una generazione in tutto, anche nella dipartita. Simbolo del genio, la vita d’eccessi.
Ebbene Rimini mi prese, e subito. E lo fece appena l’aprii, con una mappa. Finalmente qualcuno che sa capire un povero lettore con la mania dell’orientamento! Dalle prime cinquanta pagine, il romanzo si prospettava come un giallo avvincente con un sacco di note interessanti. Un personaggio principale che rispecchia il mio ideale di protagonista, un giornalista detective alla Pepe Cavallo senza la passione per la gastronomia ma cinico e senza scrupoli, come si addice ad un attore principale, che in fondo lascia trasparire dei sentimenti. Ma devo dire che a parte le note descrittive del luogo, e la prima scena di sesso ben disegnata, io tutta st’emozione non la vidi… questa poetica dell’abbandono non si annusava nemmeno…
Passò il 22 luglio con quelle prime immobili 50 pagine. Poi altre priorità, di lettura e di vita. Altro, ma tutto verso te. Verso te, l’assenza e la mancanza, un pensiero ed un ricordo, un quaderno e un sollecito. Il tuo sollecito, di sapere qualcosa di me. Graditissimo pensiero di esser pensata. Da lì un gioco di trame, intrecci e ricami, stucchi e ripicche, senza osar nemmeno pensare di desiderare trasformare le parole in voce.
Ma la piega giusta, per fortuna, questa Nostra Storia l’ha trovata e non voglio nemmeno cercar di spiegare il perché, perché il perché non c’è, sono cose che accadono punto e basta. Insomma adesso posso smettere di parlare in un passato antico e incominciare ad avvicinarmi a questo presente felice.
Ma la piega giusta, per fortuna, questa Nostra Storia l’ha trovata e non voglio nemmeno cercar di spiegare il perché, perché il perché non c’è, sono cose che accadono punto e basta. Insomma adesso posso smettere di parlare in un passato antico e incominciare ad avvicinarmi a questo presente felice.
Il mio secondo Tondelli questa volta l’ho appreso dalla tua bocca. Altri libertini. Un tascabile rosso, abituato ad essere agguantato, tastato e arrotolato per carpirne il senso, l’emozione e quell’artigianato che dici sempre tu, quello che scricchiola, che aggancia le parole insieme una dopo l’altra. Insieme a Camere separete, sono state le prime cose che ho avuto di te. Libri, libri vissuti senza lasciare apparente traccia. Ma andiamo per ordine che sennò chi ci legge giustamente si perde, ed io non ho messo la mappa.
Il primo racconto di Altri libertini me lo hai letto sotto le coperte, inaugurando la felice tradizione dei libri-a-letto-insieme. Poi è venuto con me, quando tu non potevi, alla scoperta di un Nuovo Mondo, che mi ha erroneamente portato nelle Indie. Erroneamente, perché il Nuovo Mondo l’ho trovato tra le tue braccia, subito lì, fuori da Malpensa. Altri libertini, era con me, con i suoi toni forti e quelle caricature incisive e anche un po' truculente, con quei toni da anni ottanta che i miei occhi da bambina-con-la-valigia hanno assorbito in apnea, ricordando le figure dei tossici della mia infanzia, la postura ingobbita di chi è fatto e il capello unto, l’eskimo aperto e i primi pantaloni stracciati.
Si assapora già, tra l’odore buono di una carta ventennale, qualcosa di questa poetica dell’abbandono e di questa scrittura emozionale:
Il primo racconto di Altri libertini me lo hai letto sotto le coperte, inaugurando la felice tradizione dei libri-a-letto-insieme. Poi è venuto con me, quando tu non potevi, alla scoperta di un Nuovo Mondo, che mi ha erroneamente portato nelle Indie. Erroneamente, perché il Nuovo Mondo l’ho trovato tra le tue braccia, subito lì, fuori da Malpensa. Altri libertini, era con me, con i suoi toni forti e quelle caricature incisive e anche un po' truculente, con quei toni da anni ottanta che i miei occhi da bambina-con-la-valigia hanno assorbito in apnea, ricordando le figure dei tossici della mia infanzia, la postura ingobbita di chi è fatto e il capello unto, l’eskimo aperto e i primi pantaloni stracciati.
Si assapora già, tra l’odore buono di una carta ventennale, qualcosa di questa poetica dell’abbandono e di questa scrittura emozionale:
“ (…) e io ti ho lasciato solo un poco, perché non è giusto che tu viva sempre addosso a me e lo so che non abbiamo un modello per il nostro amore, ma questo va anche bene perché ci obbliga a trovarcelo insieme tutti e due e crescere insieme e accettare quello che capita con tutte le conseguenze, mica bere o rimuovere o fare finta che non accade niente anche dentro a noi solo perché ci vogliamo bene (…)”.
Ma il cuore, il tuo Pier Vittorio me lo ha strappato con la sua opera più significativa, l’ultimo suo libro, quello della già di lui malattia. Camere Separate. Lo devo ammettere, non mi aspettavo molto da questa sua scrittura emozionale, insomma non è che avessi avuto segni forti, il mio approccio alla sua opera fino ad allora era stato un tenue flebile crescendo. Quando è toccato all’ultimo Tondelli essere dei nostri libri-letti-a-letto sono rimasta incredula. Quando nero su bianco, tu hai letto le sue parole, quelle con cui il PVT racconta, come snocciolasse l’elenco della spesa, le sensazioni concatenate, le reazioni scaturite e i risvolti interiori dell’innamoramento, io sono rimasta sorpresa. Sorpresa di non aver immaginato la forza della sua scrittura, sorpresa di averlo già sottovalutato prima ancora di conoscerlo, sorpresa di averlo condotto con i nostri corpi in giro per l’Italia senza nemmeno rendermi conto. Quando hai letto come riesce con la sua prosa leggera e anche divertente a classificare le emozioni come fossero figurine, ho capito perché gli vuoi bene. Ho allentato i sensi e mi sono lasciata guidare dalla tua voce che mi conduceva nel suo mondo emozionale, fatta di indagine, ricerca, analisi e gioia, dolore e perdono, conoscenza di sè e della collettività generazionale degl'anni ottanta.
E lì ho perso i miei sensi, affondando nei suoi, quelli vissuti a parole sulla carta stampata oramai più di vent’anni fa.
Sentire il tuo Pier Vittorio parlare di emozioni è stato una presa di consapevolezza.
Di emozioni si può parlare. Si può chiarire a parole, adoperandone anche poche se si è bravi, quelle sensazioni che ti vivono nello stomaco o sotto pelle, quelle emozioni, mute, che vivono e ti urlano addosso.
E lì ho perso i miei sensi, affondando nei suoi, quelli vissuti a parole sulla carta stampata oramai più di vent’anni fa.
“ (…) Le cose si ingigantivano dentro di lui e schiodavano, facevano saltare i sensi. I suoi sensi e il senso della realtà e il senso dell’irrealtà che sono le parole. Come ogni uomo lui aveva solo quello per restare sulla terra. La loro terapia lo avrebbe salvato. Pregò che non lo lasciassero (…)”.Conquistato tutto questo, ho ripreso quel Rimini rimasto sul comodino quasi sei mesi. Ha avuto gli onori della lettura completa, e di una rivalutazione per quanto tu, ne avessi detto. Vero, è opera di genere, ma dal quale emerge una maturità anche fin troppo complessa e ardita.
“ (…) Non ha problemi su come passare il tempo o le notti, gli piace dormire, gli piace scrivere, leggere, chiacchierare, di tanto in tanto con uno sconosciuto. Eppure, non è mai stato solo come da quando ha perso Thomas, perché in lui aveva perso qualcosa che rendeva sopportabile la lunga sequenza delle sue solitudini giovanili (…). (…) quello che ora ha perduto, quello che non l’ha mai fatto sentire veramente solo, era il suo immaginario”.
“(…) era andato troppo oltre. Il suo amore lo aveva lanciato talmente lontano da non poter più nemmeno scorgere dietro di sé la propria traccia”.Ma la traccia questo signore l’ha lasciata ed anche evidente, e non solo nella generazione di scrittori che lo evocano con la loro personale scrittura, ma nei lettori, anche quelli non attenti ed ambiziosi, ma che gli vogliono bene.
Sentire il tuo Pier Vittorio parlare di emozioni è stato una presa di consapevolezza.
Di emozioni si può parlare. Si può chiarire a parole, adoperandone anche poche se si è bravi, quelle sensazioni che ti vivono nello stomaco o sotto pelle, quelle emozioni, mute, che vivono e ti urlano addosso.
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