Visualizzazione post con etichetta Gerusalemme. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Gerusalemme. Mostra tutti i post

domenica 27 gennaio 2013

I luoghi della memoria: il memoriale dell'Olocausto di Berlino e il Monte degli Ulivi di Gerusalemme


Quando in occasione del nostro ahimè! ultimo vero viaggio (questo qui solo parzialmente raccontato in Israele) abbiamo prima visto da lontano e poi abbiamo passeggiato al tramonto nel Monte degli Ulivi a Gerusalemme, mi sono resa conto di quanto potente fosse, di quanta memoria portasse con sé, il Monumento dell'Olocausto visitato a Berlino anni prima, opera di Peter Eisenman.

Il monumento berlinese è potente comunque. Ti trovi in questi sentieri scanditi dalla presenza di prismi di pietra di diverse altezze, a volte riesci a traguardare oltre, altre volte ti sovrastano e non vedi che quello che hai davanti. La diversità della luce sulle facce dei prismi è sconcertante, lo stesso blocco di pietra sa essere al contempo luminoso o cupo, ma tutti dello stesso tono, all'unisono compatti, rispondono al contesto cittadino che si apre per accogliere la loro ampissima presenza. Hanno una loro tangibile forza questi blocchi stereometrici e al contempo una loro fragilità nelle loro diverse altezze, nell'essere nonostante la loro materia, un vuoto, un vuoto profondo.
A maggior ragione, aver visto e passeggiato tra i sepolcri di pietra del Monte degli Ulivi, aver colto la similitudine tra il volume delle tombe israelitiche e i blocchi di calcestruzzo berlinesi, aver origliato il dialogano che le forme imbastiscono tra loro e con la città intorno, rende più che mai capace di comunicare l'opera di Peter Eisenman. Comunicare una ferita, la ferita di una città, di una comunità e dell'umanità tutta. Un mondo che cerca di orientarsi in qualcosa che appare ordinario e ordinato ma che si rivela assai più vario e complesso.

Nella giornata della memoria di questo nuovo anno un pensiero anche agli strumenti che abbiamo per poter tenere a mente, mandare a memoria: luoghi, edifici e monumenti, frutto dell'ingegno e del sentimento dell'uomo, capaci di emozionare anche a distanza, di chilometri e di anni, perché intrisi di storia e di contenuti.

domenica 17 aprile 2011

Diario di viaggio in Israele: Gerusalemme, il terzo giorno.

Sveglia alle 7, la Spianata delle moschee non aspetta.

La sala da pranzo è già brulicante di ortodosse con il fazzoletto sulla testa che macinano tutto il mangiabile. Ci mettiamo in coda al buffet e un paio di queste passano davanti alla Francese adducendo a gesti il loro diritto di precedenza dato dall'appartenenza allo stesso gruppo di altre donne già chine sul banco delle vivande. Qualcuno, non io, ritornerà per giorni sul terribile sgarbo subito (ihih) e su quel tostapane che andava presidiato per evitare che le nostre preziose fette finissero indebitamente in stomaci di ruspanti pellegrine dell'est Europa.

Ci buttiamo in Salah-ad-din, infiliamo la porta di Erode e raggiungiamo alla Porta del letame la lunga coda in attesa di attraversare la passerella che conduce alla spianata. Passiamo i controlli e, prima di entrare nella spianata, ci fermiamo a fare qualche foto dall'alto sui fedeli dondolanti che affollano il muro del pianto.

Varchiamo la soglia e siamo dall'altra parte, al cospetto del luogo da cui Maometto ascese al cielo e Abramo rischiò di sacrificare il figlio Isacco. Gruppi di uomini seduti in circolo leggono e recitano il corano. Scolaresche in gita smangiucchiano all'ombra dei grandi ulivi. La moschea di Al Aqsa è imponente, così austera da essere, nonostante la dimensione, discreta. La scena è però dominata dalla Moschea della roccia e dalla sua cupola d'oro. Ci aggiriamo tra le moschee per fare qualche foto e tra gli ulivi del grande giardino e poi usciamo varcando la soglia dell'ingresso su cui siamo rimbalzati il primo giorno. Il militare stavolta non ci dice niente, sta dicendo “it's closed” a una turista perplessa che vorrebbe entrare. Come a noi, non le dice altro e così glielo spieghiamo: l'ingresso per i non mussulmani è dalla porta del letame dalle 7,30 alle 10,30.

Prossima tappa: Yad Vashem, il museo dell'Olocausto. Ci arriviamo attraversando a piedi la città vecchia fino alla porta di Giaffa. Lungo il percorso la Francese incappa in un souvenir ricercato e di gusto: la corona di spine.

All'ufficio turistico della porta di Giaffa ci dicono di prendere il 20 per raggiungere il museo. Per arrivare la fermata, all'arrivo del bus che prendiamo al volo, ci tocca sfondare un muro di tassisti che s'inventerebbero qualunque scusa per una corsa in più. Ma noi siamo irremovibili e ci facciamo, con poco più di 1 euro a testa, un bel giro a Gerusalemme ovest fino allo Yad Vashem.

All'ingresso, incredibile!, niente controlli di sicurezza. Ci chiedono solo la provenienza e ci invitano ad entrare (il museo dell'Olocausto è ad ingresso gratuito).

La forma è a V rovesciata, a rappresentare una della cinque punte della stella di David, una parte del tutto, di quello che rimane del popolo ebraico, una punta su cinque, le altre sono finite nella Shoah. All'interno il percorso è insieme suggestivo e didattico. In gran parte non aggiunge niente di nuovo alle conoscenze di chi ha prestato una qualche attenzione alla storia dell'antisemitismo, senza risparmiare la Chiesa cattolica, fino alla tragedia del nazismo. Di particolare interesse sono però i focus che verso la fine del percorso sono dedicati ai ghetti delle città europee, con la dovuta insistenza sulla storia del ghetto di Varsavia e della sua disperata insurrezione.

All'uscita torniamo allo Yehuda Market. C'ingozziamo di datteri e dolci da forno. Con un sacchetto di olive ci sediamo a un tavolino del nostro pub preferito e ci facciamo due birre. Un po' di carburante è necessario, prima di ripartire.

Torniamo alla città vecchia e, poco prima del tramonto, decidiamo di avventurarci sul monte degli ulivi. Attraversiamo quello sterminato cimitero che occupa sostanzialmente l'intero pendio della collina che si affaccia sulla città vecchia. Secondo la Lonely qui si trovano almeno 150mila tombe. Questo è in pratica il cimitero più ambito dagli ebrei osservanti, visto che proprio da qui il Messia comincerà la risurrezione e l'instaurazione del regno dei cieli.

La salita non è delle più leggere, ma arrivati in cima lo scenario ci ripaga con gli interessi. Con un solo colpo d'occhio possiamo abbracciare l'intera città vecchia bagnata dalla luce del tramonto. Il vento pungente porta con sé il canto del muezzin e noi, macchine alla mano, ci lasciamo sedurre da quest'incanto.

Con il crepuscolo torniamo alla città vecchia rientrando dalla porta dei Leoni in pieno quartiere cristiano. Passiamo davanti all'Ecce homo convent (ostello che aveva preso in considerazione ma poi scartato) e girelliamo in cerca di un posto per cenare. Ce la caviamo con un paio di calzoni o focaccine, non saprei, ripiene di formaggio prese in un forno e poi, con le gambe sotto il tavolo in un ristorantino senza pretese a mangiare hummus e kebab.

Sonno, tanto sonno. E freddo, tanto freddo. Forse è ancora presto, sì. Ma dopo cena, ormai, le batterie sono scariche e i piedi urlano vendetta.

Torniamo in albergo, che domani lasceremo la città per un tuffo nel deserto salato del mar Morto.

























domenica 10 aprile 2011

Diario di viaggio in Israele: Gerusalemme, secondo giorno.

La sveglia suona presto, ma non prestissimo, del resto la giornata di ieri è stata piuttosto faticosa. Ci vestiamo e scendiamo nel salone della colazione. Sembra siano passate le cavallette. La sala è semivuota ma non c'è un tavolo intonso. Prima di noi è passato un gruppo di pellegrini ortodossi rumeni guidati da un pope dalla lunga barba fulva che abbiamo visto gironzolare per i corridoi con il suo seguito di suorine piccole e rapidissime.
In un minuto il gentilissimo personale di sala di apparecchia un tavolo vicino al buffet. La colazione è ricca, più salata che dolce, molte verdure e ortaggi, yogurt, formaggi freschi, qualche fetta di torta, pane da toast e marmellata. Niente bioches, ma quel che c'è ci predispone ottimamente alla lunga giornata che abbiamo davanti.

Di nuovo alla città vecchia, questa volta entrando dalla monumentale porta di Damasco. Qui ci fermiamo per qualche foto ed entriamo, muovendoci un po' alla cieca nel dedalo dei vicoli. Nonostante la colazione abbondante ci lasciamo sedurre dai deliziosi dolciumi delle botteghe del lungo mercato coperto del Cardo, finché la luce che proviene da una via laterale non ci conduce in una via popolata di gatti ma pochissimi umani.

Proseguiamo in questo paesaggio così diverso dai vicoli brulicanti del quartiere arabo, accorgendoci a poco a poco, dagli abiti e dai visi dell'Africa orientale, di essere entrati in territorio copto. All'ennesima svolta ecco i primi negozi di souvenir di una via che ci conduce nel cortile assolato del Monastero della Chiesa Etiope.

Qui ci accodiamo a un gruppo di italiani ed entriamo da una porta stretta e bassa fino all'antica chiesa etiope, dove un sacerdote ascolta le letture del suo allievo. Proseguendo, arriviamo a un'altra cappella, altrettanto antica e suggestiva, e poi di nuovo fuori, misteriosamente approdati sul sagrato della Basilica del Santo Sepolcro.

All'interno troviamo un assetto architettonico stratificato e piuttosto disorientante, quasi una riproduzione metaforica della città vecchia. Confusi, consultiamo la guida per capire da che parte cominciare, ma prima ancora di capirci qualcosa, dopo un una specie di girotondo, ci troviamo al cospetto di un'edicola del XIX sec. che conserva la pietra su cui è stato deposto il corpo di Gesù. Alcuni monaci ortodossi ne sorvegliano l'entrata regolando il flusso della lunga fila di pellegrini delle più svariate fedi cristiane. Dai qui proseguiamo, passando a un livello superiore della basilica, arrivando al Golgota. Qui, altra cappella e altra fila di pellegrini (al nostro arrivo un gruppo di ortodossi dell'est Europa) che strisciano sulle ginocchia fino all'altare sotto il quale si piegano a baciare il punto esatto in cui, secondo la tradizione, è stata piantata la croce su cui è morto Gesù. Anche qui facciamo alcune foto ai fedeli giunti dai quattro angoli della Terra per compiere il loro costoso bagno di emozioni.

Tornando all'ingresso passiamo davanti a un baldacchino che protegge una lastra di pietra sui cui in molti s'inginocchiano per lasciare un bacio, una preghiera o semplicemente passarci sopra un fazzoletto. E' la pietra sui cui pare sia stato versato il sangue di Cristo.

Di nuovo fuori, di nuovo condotti da una mano invisibile che si chiama caso, giungiamo alla porta di Giaffa, la porta occidentale. Qui beviamo la nostra prima dissetante spremuta di melograno e mettiamo il naso fuori dalle mure per dare un'occhiata alla città moderna. Ma con un occhio alla guida, ritorniamo sui nostri passi per esplorare la zona armena della città vecchia.

Facciamo sosta alla Chiesa armena di S. Giacomo, ma riusciamo a vederla solo da fuori. Un monaco alla guardiola ci blocca la strada e alla mia domanda sull'ora di visita biascica qualcosa di incomprensibile, fortuna che la guida lo dice chiaramente che si può entrare tra le 15 e le 15,30 durante la preghiera dei Vespri.

Così proseguiamo il nostro cammino verso la porta di Zion. Visitiamo il Cenacolo, la Basilica della dormizione di Maria, la tomba di Re David e quella di Oskar Schindler, senza che questi luoghi ci sappiano coinvolgere emotivamente.

Torniamo al muro del pianto, attraversando il quartiere ebraico. Cerchiamo di capire dov'è l'ingresso alla Spianata delle Moschee per i non mussulmani e in che orari viene aperto. Sappiamo che dovrebbe essere da quell'orribile passerella in legno che sale dal piazzale, ma non è chiaro come vi si accede. Da una specie di finestrella chiedo a due militari di guardia alla passerella se sanno dell'orario di ingresso. Indolenti come militari di guardia, simpatici come un granchio che ti stringe l'alluce, riusciamo a farci dare qualche scarsa informazione. Un giovane hassidim che ha intercettato le nostre domande, completa le scarse notizie dei militari: tutti i giorni dalle 7,30 alle 10,30, del resto lo dice anche la guida del Touring. Lo ringraziamo e torniamo sui nostri passi, è quasi l'ora dei vespri.

La chiesa armena di S. Giacomo all'interno è bella da togliere il fiato. Appena gli occhi si abituano all'oscurità, ci troviamo dentro una chiesa dal soffitto altissimo da cui scendono decine di oliere di foggia antica. Il pavimento, con i posti a sedere disposti lungo il perimetro, è ricoperto di grandi tappeti, dando all'ambiente un aspetto di moschea. A un segnale, dato dai battiti di un grande gong in legno, una fila di monaci, alcuni incappucciati, entrano nella chiesa e danno inizio ai canti di preghiera. Oltre a noi, qualche altro turista e una comitiva di ragazzi italiani guidati da un frate. Di fedeli, nemmeno l'ombra e d'altra parte i celebranti, con le spalle rivolte al pubblico, non sembrano darsene cura. Ricordatevi di non accavallare le gambe in questa chiesa, è solo una delle mille norme sconosciute che regolano il comportamento del visitatore a Gerusalemme.

Dopo le suggestioni della chiesa armena, torniamo alla porta di Giaffa e ci inoltriamo nella città nuova. Attraversare il centro commerciale Marmilla è come fare un salto di 2000 anni. Da qui risaliamo gli spazi aperti di Jaffa street fino al triangolo commerciale di King George e Ben Yehuda str. Arriviamo al Mahane Yehuda market e girelliamo tra i profumi e i colori dei banchi. Frutta e verdura di ogni tipo, olive, cataste di pane e dolciumi, spezie e frutta secca. Ci concediamo una birra in un piccolo pub dentro il mercato gestito da un paio di ragazzi molto simpatici (il May 5).

Si è fatto l'ora di cena, ripartiamo per la città vecchia. La Francese vuole tornare al quartiere armeno. Ha puntato l'Armenian tavern, un locale pittoresco dove passare una sera rilassante.

La cena è ottima, non ci resta che tornare in albergo. Domani, se tutto andrà come previsto dovremo raggiungere la porta del letame piuttosto presto, per accedere all'ambita Spianata delle Moschee. E lo dovremo fare molto presto, prima che il gruppo di pellegrini rumeni finisca le torte della colazione.





Gerusalemme, monastero etiope
























Tour invernale della Sicilia: Siracusa

Leggi anche Tour invernale della Sicilia prima parte (Trapani, Erice, Marsala) seconda parte (Agrigento, Ragusa e dintorni) Siracusa è...