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lunedì 28 luglio 2008

Giappone. Decimo giorno. Il diluvio universale.


Chissà per quanto me lo ricorderà la Francese di aver pronunciato ieri queste parole: tutto questo sole, ma non dicevano che era la stagione dei tifoni?

Ma andiamo con ordine.

Alle 9 siamo riusciti a cambiare i nostri euro. In banca, all'apertura del mattino, ci hanno accolti come un cliente stramigliardario. Erano ancora tutti in piedi, ma già alle loro postazioni e tutti (proprio tutti, compresa la signora delle pulizie) ci hanno salutati in coro. Un'impiegata ci si è fatta incontro sorridente e ci ha indicato la scale che portano al secondo piano. Qui erano già tutti all'opera, con gli occhi sui monitor e un filo di voce per comunicare: un gran silenzio in quel grande open space. Anche l'impiegata che ci ha serviti bisbigliava in un inglese incerto. Aveva una specie di divisa, gilet e gonna gessati blu, uguale a tutte le sue colleghe, ad eccezione di una babbiona a cui tutti si rivolgevano con gesti di ossequio.

E' davvero quasi inebriante la sensazione che si riceve dal modo che hanno i giapponesi di porsi. Gli inchini, i grandi sorrisi, le formule di cortesia cantilenanti ti danno l'impressione di essere un ospite speciale e importante. E si intuisce che non si tratta solo di marketing da bottegai, perché altrimenti non sarebbe diffuso ad ogni livello: dal ristorante raffinato al negozio di souvenir, dalle gentilezze sugli autobus ai sorrisi in ascensore. E' forse un tratto che distingue tutti i popoli dell'Asia orientale. Ma quando arrivi in Giappone un certo (anche solo latente) senso d'inferiorità te lo porti con te e loro, invece, sotto tutti lì composti e sorridenti, pronti a salutarti chinando il capo, a prodigarsi per soddisfare una richiesta, ad aprisi in un sorriso che conquista, a ringraziarti mille volte di essere solo passato dalle loro parti. E questo è davvero inebriante e forse, per noi turisti europei, è la peggior trappola per lo shopping. E del resto, se il Giappone è la potenza commerciale che è, non sarà anche per la loro naturale capacità di sedurre?

Usciti dalla banca ci siamo diretti in quell'estremo lembo nord di città che sconfina nella collina (ah, viste dall'alto le città giapponesi si allargano come olio nelle piane e i fondi valle. Strano come sembrino detestare le colline e le alture, fittamente ricoperte di vegetazione e quasi prive di costruzioni).
La nostra meta è il tempio Ryoan-ji e il suo giardino roccioso (un giardino proprio zen, ma zen zen! di quelli dove non c'è nulla ed è questo nulla, pare, che spinge alla contemplazione speculativa i più grandi filosofi che si trovano a passare di lì per un té).
E qui la Francese ha incollato l'occhio all'obiettivo della sua macchina semi-professionale per immortalare quel sogno di laghetto ricoperto di fiori di loto.

Partiti per Katzura (quasi dalla parte opposta della città), abbiamo imbroccato la perfetta combinazione di autobus JR (quindi compreso nel nostro Pass-quasi-partout) e metro semi-express che ci ha portato nella cittadina della rinomata villa imperiale in un batter d'occhio, dove c'è pure stato il tempo di un pranzetto veloce prima della visita prenotata (aggratis) già da venerdì scorso per le 13,30 di oggi.
Ed è stato qui, mentre nutrivamo le nostre stanche membra, che la tempesta si è scatenata su tutto il Kansai. Tuoni fulmini saette e pioggia a secchiate, a venti minuti dall'inzio della visita, a un quarto d'ora di strada (a piedi!) dalla villa. Un ombrello da 105 yen comprato alla stazione di Katsura non è servito a (come dicono nel dialetto Osaka) non infrascicarci fino all'osso.
Arrivati alla villa grondanti, con gli abiti che avrebbero avuto bisogno di una bella strizzata, al riparo sotto una tettoia, come se nulla fosse, un uomo in camicia bianca pantaloni neri e auricolare (a tutta evidenza uno 007 del servizio segreto dell'Imperatore) ci ha chiesto di esibire la prenotazione (forse gli unici 20 centimetri quadrati ancora asciutti che avevo addosso).
In sala d'attesa ci siamo, per quanto possibile, asciugati, mentre il video di presentazione della visita specificava che questa si sarebbe tenuta esclusivamente all'esterno.
Dopo pochi minuti una guida in camicia e cravata si è presentata al gruppetto di partecipanti. Dopo poche parole in giapponese, ci siamo comportati come tutti gli altri: l'abbiamo seguito. Fuori dalla sala d'attesa (inimmaginabile che una visita programmata potesse essere ritardata) ci hanno messo in mano un ombrello imperiale e in fila indiana siamo partiti sotto il diluvio. Chiudeva la fila lo 007 di cui sopra, sempre attento che nessuno si allontanasse.
A un certo punto è anche sembrato che avessero sparato non so che arma sperimentale tra le nuvole, perché ad un tratto la pioggia aveva addirittura quasi smesso.
Ma poi, tra un padiglione da té, un ponticello di pietra e sassi muschiosi, siamo arrivati alla vera e propria villa imperiale. Apoteosi di gusto e raffinatezza, ispiratrice dell'opera di Frank Lloyd Wright e di molta architettura moderna (fonte: La Francese) questa villa del seicento, rifugio di imperatori e parentela assortita non ha potuto essere catturata dal sapiente obiettivo della Francese, per via della pioggia.
E qui, al cospetto di cotanta sublime bellezza, la tempesta ha ripreso con ancora più forza di prima, con fulmini che cadevano a pochi metri da noi e tuoni che sembravano lacerare la terra. E in questo scenario da fine del mondo, che cosa facevano tutti i giapponesi con noi? Allora: lo 007 ci guardava a distanza da sotto il suo ombrello senza un movimento percettibile che fosse uno, le signore del gruppo si lasciavano andare a qualche risolino, la guida continuava imperturbabile la sua spiegazione solo aggiustandosi di tanto in tanto il nodo della cravatta quando il bombardamento di un tuono più articolato degli altri copriva la sua voce.

Alla stazione di Katzura ci siamo tornati in taxi, di quelli con i coprisedili di pizzo e le porte posteriori che si aprono e chiudono da sole. E poi, ancora con il semi-express siamo tornati a Kyoto, in Karasuma-dori. Da qui ci siamo inoltrati in Shijo-dori, fino a Gion, bighellonando nella frescura del temporale, tra una libreria (dove ho preso questo e questo manga, tra i pochi disponibili con traduzione in inglese), negozi di té e di souvenir.
Su Shijo-dori abbiamo anche trovato un sushi bar tecnologico, dove, oltre al carrellino che trasporta i piattini, puoi ordinare quello che ti pare da un monitor davanti te e in pochi secondi uno shinkansen in minuatura ti consegna l'ordinazione. Il nome era scritto solo in ideogrammi, ma sull'insegna c'erano due tartarughe tipo ninja. Il tutto a soli 1.400 yen (nemmeno 5 euri a testa eh!).

Che paese il Giappone!
(le foto di oggi sono qui sotto)

Arrivederci Kyoto...

ultimo giorno a kyoto

Devo ammettere che questa città a pelle mi è stata subito un po' antipatica, ed ora che incomincia a piacermi, e a piacermi un sacco, ce ne dobbiamo andare!
Sarà che con quello che ho letto - Kerr in primis (o come mi è capitato per le mani proprio questo libro!!) - mi aveva riempieto di aspettative, non alimentandole affatto per quel che riguarda Tokyo.
Fatto sta che dopo essere stata entusismata dalla Capitale, arrivare in questa città dalle strade a reticolo, ricca di siti patrimonio dell'umanità, mi ha completamente spaesata, e non solo metaforicamente, ha anche messo ko il mio senso dell'orientamento.

Oggi però, sarà stata la luce, sarà stato che cominciavamo a prenderci dimestichezza con queste strade a scacchiera, ecco, oggi che ce ne andiamo, mi incominciava proprio a piacere.

Torneremo, è una promessa.

domenica 27 luglio 2008

Giappone. Nono giorno. Castello di Himeji


Giornata dedicata al castello di Himeji.
In poco meno di un'ora di Shinkansen questa mattina poco dopo le nove siamo approdati alla ridente cittadina di Himeji, nota per il suo castello bianco.
Leitmotiv, come sempre, il caldo umido che attanaglia. Fortuna che appena dentro le mura del castello la provvidenza giapponese ha pensato bene d'installare un vaporizzatore d'acqua.

Del castello, che dire? Affascinante e incantevole. Ma del resto l'architetto, dei due, non sono io. Di quelle immagini che fanno venire in mente schiere di soldati a cavallo dagli occhi a mandorla armati di lance di bambù, con indosso spaventose armature (come quelle, lance e armature, che abbiamo visto dentro il torrione principale).

E poi i giardini, con l'unico rammarico che in questa stagione, purtroppo, non mostrano di sé il proprio aspetto migliore.

E ancora il museo della letteratura, tappa obbligata, non tanto per gli oggetti esposti (che poi, se ci pensi, nemmeno sui protagonisti di una letteratura conosciuta e/o comprensibile, un museo a tema talmente generico sarebbe poi così un'idea così interessante), per i tre edifici che lo compongono, disegnati dall'esimio Tadao Ando-san

In città ci siamo fermati per un ramen veloce prima di riprendere lo shinkansen. Davvero, con il caldo umido che quasi ti fa stramazzare a terra, non sembrerebbe la stagione migliore per queste brodaglie da risucchio. Ma appena entri in un qualunque ristorante o dinner che sia, con tutte quelle correnti di aria fredda che ti assalgono, non pensi ad altro che ad una buona minestra calda per ritermprare lo spirito e lo stomaco.

Di nuovo a Kyoto verso le cinque, siamo passati in camera per una doccia + riposino. E davvero se ne sentiva il bisogno.
In serata di nuovo un giro in città, più per stancarsi ancora, che per un vero giro di piacere.


Domani è lunedì e speriamo di riuscire a cambiare qualche euro. I bancomat, di sputar fuori qualche soldo, davvero non ne vogliono sapere. E con i 1.500 yen che ci rimangono in tasca, non credo che avremmo vita facile quaggiù.

Una selezione delle foto di oggi della Francese:

Himeji-jo 27 luglio

venerdì 25 luglio 2008

Kyoto, japanese style

Eccoci a Kyoto, un po' nostalgici, devo ammettere, della grande metropoli che ci ha fatto vedere il nostro primo Giappone.
Come si dice, qui si respira aria di tradizione, ed in effetti c'è molta meno varietà e disinvoltura e più austera distanza.
L'accoglienza è stata comunque calorosa, casette in legno come nei cartoni e processioni affollatissime, che solo in un secondo momento abbiamo capito essere più di una, all'inizio pensavamo di essere inseguiti!
Qui si è conclamata la mia passione per il gelato al matcha, non posso fare a meno di una ma anche due razioni giornaliere! Inutile dire che a Nathan non piace...
kyoto 24 luglio


...e con queste sono in pari! le foto della giornata di oggi raccontata nel precedente post!

kyoto 25 luglio

Giappone. Settimo giorno. Kyoto.


C'è questo libro di Peter Carey che leggiucchiamo nei tempi morti (quasi mai) del viaggio in corso. Carey è un appassionato del Giappone classico, della sua pittura, del Kabuti e del No. Il giorno in cui scopre in suo figlio adolescente una passione sfrenata per alcuni manga, decide di partire con lui per questo paese.


Il suo intento è quello di portare alla luce la continuità della cultura classica con le iperboliche trame dei manga, il richiamo che i loro personaggi fanno ai miti che si credono perduti, l'evidente parentela del disegno a fumetti con le arti figurative del passato.


Carey, però, riceve una battuta d'arresto quando, in merito a una sua sollecitazione riguardo a un agguerrito personaggio di manga e al culto giapponese della spada, riceve questa risposta da un disegnatore, nonché critico di questa arte pop:


Sapere una cosa a metà a volte è peggio di non saperla per niente.


Il critico si riferiva alle parole, ai diversi livelli di significato, alla tendenza occidentale nei confronti del Giappone di fermarsi alla superficie. E quindi a sbagliare tutto.


Insomma, meglio non capire che cercare d'interpretare sbagliando.

Esattamente come quei ragazzi americani che oggi giocavano con la playstation portatile durante la visita guidata al palazzo imperiale. Ma chissà, forse facevano un gioco ispirato a un anime.


Come arrivare a comprendere ai nostri occhi la lentezza e i significati più profondi della vita all'interno del palazzo reale? Come intendere, se non attraverso gli occhi sgranati e le narici aperte, il senso di quelle costruzioni così imponenti e belle, il valore intrinseco di una struttura dotata della maestosità del legno?


E il Padiglione d'oro. E' sufficiente fermarsi a gustare la bellezza di quello scenario stretto fra le colline, inspirarne il profumo e lasciare andare le endorfine.


E forse è meglio non dannarsi l'anima per arrivare a capire. Perché tanto non arriveremo a capirlo fino in fondo questo Giappone. Non sappiamo neppure infilare la giusta successione di salse del tempura che abbiamo mangiato da Katsukura all'undicesimo piano della Kyoto station. E non capiamo perché quaggiù le stazioni delle grandi città sembrano (e in parte sono) dei centri commerciali tirati a lucido, scintillanti e ordinate, dei luoghi dove incontrasi, passeggiare e fare shopping oppure cenare. Dei luoghi dove (per dirne una) i corrimano delle scale mobili vengono quotidianamento puliti da un addetto dedicato a questa mansione.

E non capiamo perché in Italia questo non succede. Perché Santa Maria Novella, Termini, Milano Centrale, Porta Nuova a Torino sono invece quello che sono.




Giappone. Sesto giorno. Kyoto



Lentamente ci siamo alzati dai nostri letti. Incolumi. La grande scossa profetizzata da Zazie non è arrivata (e non avremmo nemmeno avuto un tavolo sotto cui ripararci).

Alla stazione di Ueno abbiamo goduto di una colazione calorica dal mio preferito: Anderson.

Fatto le prenotazioni per lo Shinkansen Hikari diretto a Kyoto, ci siamo spostati, per l'ultima volta sulla bellissima (già ci mancano i suoi gingle) Yamanote, alla Tokyo Station.

Incredibile vedere all'opera gli addetti alle pulizie del treno appena arrivato e pronto per ripartire. Ripuliti i braccioli, spolverate le sedute, cambiate le immacolate pezzole sui poggiatesta.

Sul treno, nel silenzio generale di cellulari spenti (o silenziati) e di viaggiatori addormentati o che chiacchieravanno con un filo di voce, solo un bambino vociava allegramente, inzozzava il vetro con una salvietta umida, intralciava il corridoio al passare del carrello delle vivande. Aforisma, della Francese: certo, i bambini son bambini, giapponesi lo diventano dopo.

Alla Kyoto station ci perdiamo in quell'infinità di scale e intrecci di corridoi. C'imbattiamo in un ufficio del turismo dove otteniamo una mappa della città. La gentilissima (come sempre) impiegata ci chiede se abbiamo già una sistemazione. Sì ce l'abbiamo. Ho anche uno schizzo disegnato da me per arrivarci. Su suggerimento della Francese chiediamo se sanno darci indicazioni più precise. Dico il nome del posto, ma loro non l'hanno mai sentito. Di sicuro lo pronuncio male. L'impiegata chiede alla collega. Entrambe si mettono a sfogliare freneticamente guide di alberghi. Dico che l'abbiamo trovato su internet e mostro la mia mappa "artigianale". Contiamo i semafori che ho disegnato maldestramente. E loro si prendono a cuore la situazione. Ma noi vogliamo andare. La strada non sembra difficile: quattro semafori su Karasuma-dori e poi a sinistra al 7/11. Diciamo che andiamo lo stesso. Ci chiedono se siamo veramente sicuri di voler andare senza uno loro indicazione. Continuano a cercare su manuali e cataloghi. Che ci sarà là fuori, pensiamo, una giungla piena d'insidie? Ma loro non ne vengono a capo. Insistiamo. Siete davvero sicuri ? Sì, lo siamo. Oh, allora buona fortuna, ci salutano rammaricate.

Dieci minuti sotto il sole cocente con le valigie. Ma arrivare è stato facile.

All'Ikoi-no-le ci diamo una rinfrescata. Srolotiamo i futon e, come dire, li collaudiamo.

Poi facciamo il punto della situazione. Cartina e Rough guide (per queste cose molto meglio della lonely) alla mano, segnamo i punti d'interesse.

Ma per oggi usciamo zonzo, verso il quadrilatero del centro, attraverso la Karasuma-dori, Shijo-dori, il tempio Kasaka-jinja, Gion, Higashiyama.

C'imbattimo in una libreria a cinque piani (Junkudo) dove acquistiamo The illustrated guide to Japan e un libro sui caratteri kanji. Alla cassa, tra inchini e carinerie, ci foderano i libri prima di metterli nel sacchetto.

Gironzolare porta fortuna. Oggi dev'essere giornata di processioni. Ne incontriamo diverse. Uomini urlanti vestiti da karate-ka, alcuni con quella sorta di perizoma da lottatore di sumo, percorrono le strade della città trasportando un baldacchino dorato, si fermano davanti ai templi e lo fanno dondolare urlando a ripetizioni frasi cadenzate.

Scopriamo che è una delle parate del Gion-Matzuri.

Ora usciamo, si va al palazzo dell'imperatore. Andiamo a prenotare la visita alla villa imperiale Katsura.

ps: la Francese ha mangiato il suo primo Okonomiyaki (fatto da sé sulla piastra :-)

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