
Son due giorni che ci penso. Per schiarirmi le idee sono andato a rileggermi Gramsci (be’ solo una spolverata). E ho deciso che non lo farò, non metterò in mezzo il pensiero del fondatore del Pci e de L’Unità. Ma la tentazione l’ho avuta. Ho pensato di tirare in ballo la teoria dell’egemonia, chiamare in causa gli intellettuali organici, parlare di blocco sociale e di direzione politica.
Perché il Pci per settant’anni ha rivolto la sua azione politica e culturale nei confronti delle masse (oggi a sinistra si direbbe ‘le persone’, a destra ‘la gente’), le ha istruite (qualcuno direbbe indottrinate, ma non è solo questo), ha fondato scuole di politica popolari, ha operato per fondere militanza, socializzazione e cultura? Perché, in sostanza il Pci per settant’anni ha agito per spostare l’orientamento delle masse popolari tradizionalmente conservatrici verso posizioni di progresso? E perché oggi il più grande partito nato da una (naturale?) evoluzione di quello che fu il Partito Comunista Italiano, al contrario, si rivolge alla generalità della popolazione rinunciando alle istanze progressiste? Perché buona parte del patrimonio costruito dalla sinistra italiana viene oggi ricollocato in un centro moderato?
Io vorrei, fortemente vorrei una sinistra di governo, una sinistra matura e forte, in grado di farsi portatrice di quegli ideali di progresso che ancora oggi, ne sono convinto, potrebbero far breccia in un elettorato maggioritario. Il problema è che si è rinunciato a farlo.
Sostiene Goffredo Bettini, il deus-ex-machina dell’operazione Veltroni-Pd, che la sinistra in Italia non è autosufficiente. E con questo assunto si è deciso di liquidare non solo il comunismo democratico italiano (da un ventennio ormai messo in soffitta), ma anche la lunga tradizione del socialismo europeo, altrove vitale e rinnovato.
Guardo il programma del Pd. I 12 punti e il loro svolgimento. E dico che mi può anche andar bene l’accettazione di una flessibilità apparentemente inarrestabile in un contesto internazionale di competitività, se questo è un presupposto di un’economia sana e dinamica. Mi va bene se attorno a questo si costruisce un vero sistema di ammortizzatori che sostengano le pause tra un lavoro e l’altro, una formazione permanente, la possibilità di essere non solo licenziati ma anche assunti rapidamente, l’accesso al credito non limitato allo status di lavoratore a tempo indeterminato e stipendi più alti. E su questo punto potrei anche sottoscrivere quel programma.
Rimango deluso nel campo dei diritti. Troppo debole quel programma sull’argomento dell’immigrazione. Si dice che
Verrà concesso il diritto di voto alle amministrative. Con quale criterio alle amministrative sì e alle politiche no? Un immigrato che vive in un comune italiano non vive anche in questa nazione? Non versa le imposte all’erario italiano? Possibile che un argentino che nemmeno ha messo piede sul territorio di questo Stato può mandare un proprio rappresentante in Parlamento e un immigrato che vive in Italia da anni non possa farlo? Non sarebbe allora necessaria una più radicale riforma del diritto di cittadinanza?
E le unioni civili? Stordisce il silenzio di Veltroni e del suo programma su questo tema. Al punto che rimpiango il governo Prodi che almeno aveva saputo innescare un dibattito.
Un partito progressista dovrebbe saper costruire il consenso attorno ai valori che ritiene importanti, saper convincere e trascinare, invece d’inseguire gli umori dettati da un sistema di mass media a caccia di audience e di raccolta pubblicitaria.
Nonostante tutto io spero che si vada anche oltre. E che