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mercoledì 19 marzo 2008

Nostalgia dell’ideologia. Pci vs Pd. La sconfitta del coraggio.


Son due giorni che ci penso. Per schiarirmi le idee sono andato a rileggermi Gramsci (be’ solo una spolverata). E ho deciso che non lo farò, non metterò in mezzo il pensiero del fondatore del Pci e de L’Unità. Ma la tentazione l’ho avuta. Ho pensato di tirare in ballo la teoria dell’egemonia, chiamare in causa gli intellettuali organici, parlare di blocco sociale e di direzione politica.

Ma non lo farò.

Quello che mi domando è molto semplice e non c’è nessun motivo per rivestirlo di (ostentata) erudizione.

Ma perché? Mi chiedo.

Perché il Pci per settant’anni ha rivolto la sua azione politica e culturale nei confronti delle masse (oggi a sinistra si direbbe ‘le persone’, a destra ‘la gente’), le ha istruite (qualcuno direbbe indottrinate, ma non è solo questo), ha fondato scuole di politica popolari, ha operato per fondere militanza, socializzazione e cultura? Perché, in sostanza il Pci per settant’anni ha agito per spostare l’orientamento delle masse popolari tradizionalmente conservatrici verso posizioni di progresso? E perché oggi il più grande partito nato da una (naturale?) evoluzione di quello che fu il Partito Comunista Italiano, al contrario, si rivolge alla generalità della popolazione rinunciando alle istanze progressiste? Perché buona parte del patrimonio costruito dalla sinistra italiana viene oggi ricollocato in un centro moderato?

Io vorrei, fortemente vorrei una sinistra di governo, una sinistra matura e forte, in grado di farsi portatrice di quegli ideali di progresso che ancora oggi, ne sono convinto, potrebbero far breccia in un elettorato maggioritario. Il problema è che si è rinunciato a farlo.

Sostiene Goffredo Bettini, il deus-ex-machina dell’operazione Veltroni-Pd, che la sinistra in Italia non è autosufficiente. E con questo assunto si è deciso di liquidare non solo il comunismo democratico italiano (da un ventennio ormai messo in soffitta), ma anche la lunga tradizione del socialismo europeo, altrove vitale e rinnovato.

Tutta quella forza oratoria, gli effetti speciali della comunicazione politica, il pullman delle cento città, il web 2.0 del consenso e, in sostanza, la forza di penetrazione di quel fenomeno che si chiama Walter Veltroni non avrebbe potuto essere indirizzato verso argomenti e tesi appena poco più coraggiosamente progressiste?

L’allargamento della base elettorale attuata con la nascita del Partito Democratico non avrebbe potuto guardare a sinistra verso quelle forze aperte al confronto invece di confinarle in una posizione di minoranza perpetua?

Guardo il programma del Pd. I 12 punti e il loro svolgimento. E dico che mi può anche andar bene l’accettazione di una flessibilità apparentemente inarrestabile in un contesto internazionale di competitività, se questo è un presupposto di un’economia sana e dinamica. Mi va bene se attorno a questo si costruisce un vero sistema di ammortizzatori che sostengano le pause tra un lavoro e l’altro, una formazione permanente, la possibilità di essere non solo licenziati ma anche assunti rapidamente, l’accesso al credito non limitato allo status di lavoratore a tempo indeterminato e stipendi più alti. E su questo punto potrei anche sottoscrivere quel programma.

Rimango deluso nel campo dei diritti. Troppo debole quel programma sull’argomento dell’immigrazione. Si dice che la Bossi-Fini verrà superata. E in che modo? Che sarà della vergogna dei Cpt?

Verrà concesso il diritto di voto alle amministrative. Con quale criterio alle amministrative sì e alle politiche no? Un immigrato che vive in un comune italiano non vive anche in questa nazione? Non versa le imposte all’erario italiano? Possibile che un argentino che nemmeno ha messo piede sul territorio di questo Stato può mandare un proprio rappresentante in Parlamento e un immigrato che vive in Italia da anni non possa farlo? Non sarebbe allora necessaria una più radicale riforma del diritto di cittadinanza?

E le unioni civili? Stordisce il silenzio di Veltroni e del suo programma su questo tema. Al punto che rimpiango il governo Prodi che almeno aveva saputo innescare un dibattito.

Questo Partito si concentra invece su altre questioni. La sicurezza nelle strade, la certezza della pena e una maggiore presenza di poliziotti nelle città. C’è un tintinnar di manette nel discorso di Veltroni di ieri a Vercelli, quell’indignazione che scatena gli applausi per la concessione di arresti domiciliari al posto della cella a un pirata della strada. E’ qui che il programma del Pd si accontenta di parlare alla pancia della gente e di soddisfare una generica richiesta di capri espiatori, limitando le garanzie dell’imputato. Abdicando alla necessità di dover rendere i processi più veloci, si procede alla carcerazione fin dal primo grado di giudizio. Così le strade saranno più sicure, all’insegna del “chi sbaglia paga”, al prezzo di aver limato la presunzione d’innocenza e gettato nel dimenticatoio lo spirito di un, quantomeno tentato, reinserimento sociale.

Un partito progressista dovrebbe saper costruire il consenso attorno ai valori che ritiene importanti, saper convincere e trascinare, invece d’inseguire gli umori dettati da un sistema di mass media a caccia di audience e di raccolta pubblicitaria.

Per fedeltà e spirito d’appartenenza tantissimi vecchi militanti del Partito Comunista Italiano si trovano oggi a scendere a patti con il nuovo soggetto egemone della sinistra. Quante energie progressiste riportate forzatamente al centro!

Solo una lotta di retroguardia ormai, a pescare elettori indecisi, una timidezza di scelte, un pensiero debole che non può far altro che misurarsi con il termometro dei sondaggi e inseguire la destra sul suo terreno, in cerca di un sempre più sperato pareggio elettorale.


Nonostante tutto io spero che si vada anche oltre. E che la Sinistra Arcobaleno abbia la forza parlamentare necessaria per convincere il Pd a guardare, di tanto in tanto, dalla sua parte.

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