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lunedì 12 luglio 2010

Aggiornamenti afosi

Prossimi alla partenza delle tante sospirate ferie lunghe annuali - e sono solo due settimane almeno per me - ci sarebbe tanto da scrivere. Siamo rimasti assai indietro, presi sempre da mille cose.
Ci sarebbe da raccontare di delle brevi vacanze al mare, che ci hanno fatto scoprire posti notevoli in alta maremma e fatto prendere i primi raggi di sole. Chissà che prima o poi non arrivino due righe con tanto di foto e di indirizzi di ristoranti e B&B... qualcuno lo avrebbe dovuto fare! Ma è vero! Ha fatto altro! Il Ragazzo è stato bravo. Mentre io ero in ritiro per l'ennesimo esame, stavolta nel senso fisico del termine - qui - lui si è fatto quasi tutte le prenotazioni per le vacanze in Belgio&Olanda. Bravo vero, sapete quale è stata la spinta? Non dover fare telefonate in francese! Potessi io parlar franzoso! tz! Chi ha il pane non ha i denti!
Ma a proposito di pane son qui per farvi vedere dove siamo stati a pranzo oggi: al Bar Trattoria Lo Grand Baou.
Si tratta di un alpeggio adattato ad agriturismo in località Jovençan sopra Saint Nicolas in Valle d'Aosta. Cucina tradizionale buona e spartana a base di antipasti locali come salsicce, bouden, mocetta, una roba tipo ricotta e castagne cotte, e il piatto forte a base di polenta concia. Da consigliare soprattutto per la collocazione geografica, in una valle spettacolare ed incontaminata. Almeno sembra... ci si arriva in macchina e i turisti abbondano di questa stagione.
La temperatura non ha niente a che vedere con questa cappa di appiccicosa umidità! Torno orora da 7 ore di auto con la Gasolina - la punto a gpl di Nathan - e la nebbiolina imbarcata a Masone ancora non riesco a togliermela dagli occhi. Cielo grigio costante e l'aria condizionata che si vedeva in auto come quando aliti all'aria fredda dell'inverno.
Forza e coraggio che presto siamo in ferie e ci sono ancora un po' di cose da fare.

domenica 13 dicembre 2009

Miscellanea dicembre

Tre anni a fare su e in giù per l'Italia tra venerdì e domenica, saltandone solo pochissimi week-end, e passa giusto un mese dalla discesa a valle che ognuno va per la sua strada! Eh già! Io a Piacenza, lui in montagna!

A proposito di Piacenza, ho fatto pace con la gastronomia di questa città, dopo l'esperienza del 2007 non troppo felice.
Se passate di lì e cercate una pizzeria, non potete che andare da Tosello, giusto accanto a Piazza Duomo. Locale molto carino, soffitti alti, tavoli di legno e banco delle pizze in vista, ottima offerta di condimenti e pure di birre - la weize rossa per me una novità - oltre ad una gentilezza estrema dei cameriere (da 12 prenotati siamo arrivati in 20 e ci hanno accomodato uguale!).
...ed ho scoperto anche piatti tipici piacentini, come la picula di cavallo, uno spezzatino piccolo piccolo di equino da mangiare con la polenta.

...e il Principino in-do-gliè?
È in montagna a farsi venire il "gomito del dentista".
Una passo sulla terra rossa e uno sotto la lampada rettangolare del cavadenti, così almeno dice!

AH!
Non so se lo rivedrete su questi schermi - come si dice - si è montato la testa e il web, non fa più per lui, lui che adesso vive nella culla del Rinascimento, ha altro da fare, deve covare il genio del grande Leo nelle sue colline natali e metabolizzare la trash experience di Moscerino ai Renai! Giuro e spergiuro che non è stata un idea mia!


giovedì 27 settembre 2007

Miracolo a Piacenza e le sorprese di Belgioioso

Sabato mattina Piacenza è un’altra città. Sarà la luce e il tepore di questo sole di metà settembre, ma il ronzare di biciclette e il via vai di questa bella gente di pianura opulenta ci lascia di stucco. Perché, almeno dalle mie parti, tutta questa folla a spasso la si vede solo nella settimana di Natale e in quella di Ferragosto. E ci chiediamo dove si fossero barricati ieri sera tutti questi piacentini dall’aria soddisfatta e pasciuta che oggi sciamano tra piazza Cavalli, Corso Vittorio, Via XX settembre. Ce lo domandiamo ancora quando entriamo nella libreria di un noto franchising nazionale che una volta era di sinistra. Vagoliamo tra violini in offerta, dvd e un assortimento librario tutto sommato mediocre considerando la superficie su due piani del negozio. Attratta dagli ammiccamenti paralibrari di questo baraccone che non chiamano nemmeno più libreria, la Francese decide di acquistare non so che paccottiglia in cartoncino colorato :-p e mentre ne discutiamo la coda disordinata che si assiepa alla cassa forma degli strani intrecci e sfilacciamenti e la Francese si lascia superare da un nugolo di zotiche vocianti tardone padane con il loro fiammante Follet stretto tra i palmi.
- Andiamocene dai -, le dico, - andiamo più a nord -, in un posto in cui la gente rispetti l’ordine FIFO, quel rassicurante, non a caso anglosassone, First In First Out.

L’ingresso al Castello di Belgioioso, per la fiera della piccola editoria, costa addirittura sette pesantissimi euri. Ma noi, da veri vips, abbiamo gli inviti dell’editore. E così entriamo in questo palazzone neoclassico dal bel giardino settecentesco e gli interni vagamente fatiscenti. Leggiamo il programma per capire se davvero comprende anche noi e per sapere dove sta l’editore. Si va e lo si saluta. Da veri vips, dopo un paio di cene degli appuntamenti passati, ci scapperebbe un pranzo. Ma noi s’è appena ingurgitato una colazione da hotel sciccoso un po’ dolce e un po’ salato, che purtroppo ci fa declinare l’invito. Facciamo un giro, è quasi l’una. Alle due al piano terra è prevista la presentazione con readings. Girelliamo un po’ tra i banchi di questi editori piccoli piccoli, tra copertine orride e impaginati da aritmie, ma qua e là anche belle edizioni, fumettoni dal tratto accattivante, cartonati pregevoli per ragazzi.
Alle 14 siamo nella sala conferenze. File e file di sedie rigorosamente vuote. Noi autori del libro siamo in quattro, più la curatrice con marito chitarrista, più due attori, fidanzate e mogli al seguito. Ci sparpagliamo tra le sedie. Facciamo pubblico e palco, avvicendandoci ai microfoni. Iniziamo e qualcuno arriva, mette il naso dentro, se ne va. Un paio di persone rimangono. Tra loro un severo editor milanese di una casa editrice in ascesa della Svizzera italiana.
E bla bla bla bla, ho voluto scriver questo, dire quello, rappresentare il buco nero che ho nella testa in forma di stambecco che fa una rapina in banca e finisce male. Sì, io parlo parlo e decisamente straparlo. La Francese mi guarda con quella faccia che dice “che dici?”, ma io parlo, dicono che l’importante è parlare, l’importante è esserci, tanto non ti ascolta nessuno. Il severo editor milanese di una casa editrice della Svizzera italiana mi fa una domanda sulla regione che rappresento. E io parlo e straparlo, dovrei rispondere con intelligenza, ma l’intelligenza cos’è, penso, dovrei cantare la verità, ma poi la verità, dico, non sono così convinto che esista, soprattutto nella mia regione. E insomma parlo parlo, finché faccio una pausa per riprendere fiato e la curatrice ne approfitta per dire grazie, abbiamo finito, e io me ne torno a fare il pubblico vicino alla Francese che mi dice di tornare su a riprendere il suo libro autografato un po’ da tutti che ho lasciato sul tavolo. Ma parlano altri, ora, il Piemonte, e mica gli rubo la scena, ora che tocca a lui.
Ma insomma il tutto va così come deve andare, dilagando in una grande discussione fiume lungo i corridoi, perché abbiamo sforato, sulla sostanza e la forma del giallo e del noir, del loro sdoganamento nel mondo della letteratura che conta, da Gadda e da Eco in poi. Ancora noi a far da pubblico e oratori allo stesso tempo.
E poi ci disperdiamo ancora, io e la Francese, ce andiamo tra i banchi a guardar libri e annusare l’odore che hanno i piccoli editori. E lei si ferma, ancora a trattar di paccottiglie di cartone (quando le prende la fissa…) con quei marchigiani che non sono editori ma fabbricano la carta. E io mi avvicino, qualche metro più in là, al severo editor milanese che sta al banchino di una casa editrice della Svizzera italiana. Faccio due parole e lei fa le sue, anche le altre due donne dell’editrice della Svizzera italiana fanno le loro. Insomma facciamo le nostre parole, si parla della mia regione e delle loro collane. E infine me ne vado pensando che tornerò, da voi che fate gialli territoriali, tornerò a bussare, che credete.
E ancora libri, ancora banchetti, fino a quell’editrice romana, quella cooperativa sociale che pubblica libercoli colorati su carta ruvida. Ma quello è, sì, guarda mia Francese, guarda quell’ometto con la faccia sbarbata post-ideologica e la pancetta da ex rivoluzionario combattente. Mioddio ma è davvero lui. Come trovarsi di fronte Leroy Johnson mentre fai il biglietto in stazione. Certi personaggi visti solo in foto o in tv, i loro nomi, i pensieri e le azioni lette sui libri. Non credi davvero che possano avere una vita propria, svincolata dall’icona storiografica. Quella faccia l’hai vista quasi sempre in bianco e nero, con quello sguardo sempre concentrato, la cornice di barba e capelli incanutiti. E poi mi chiedo: se sei un personaggio talmente ingombrante, così legato a una memoria collettiva ben precisa, come puoi startene dietro un banchetto a vendere libri e fare il direttore editorial a tema storico-sociale? Come puoi incassare e dare il resto a chi sceglie un tuo libro senza pensare che la persona che hai di fronte può riconoscere in te quello che sei stato e che ancora sei nella memoria di questo Paese o nei sogni erotici di Fanny Ardant?

Insomma, con questo dilemma nella mia mente confusa, ce andiamo verso Pavia.

martedì 25 settembre 2007

Week end padano. Piacenza: notte.


"…stiamo per arrivare nella stazione di Piacenza, ringraziamo per aver…”
“Guarda amore, se stavolta non sei ad aspettarmi al treno…”

Venerdì sera, due ore e poco più di treno e sto per scendere a Piacenza, Nathan sarà sul binario, stavolta, almeno così ha promesso. Inauguriamo l’anno accademico delle nostre trasferte con un fine settimana padano. Domani presidieremo una delle tante presentazioni dell’antologia noir in cui appare un racconto di Nathan. Dopo Fidenza, dopo Ponzano superiore, dopo Bologna, domani saremo a Belgioioso. Nessuna mania di protagonismo, solo un’occasione per trovarci a metà strada e risparmiare a Nathi un po’ di chilometri, perché di settimana in settimana, è lui che ne macina sempre di più per scendere nella statica e immobile, rinascimentale Firenze.
Stanotte siamo a Piacenza. Stazione d’arrivo di un treno veloce. E poi, ho voglia di visitare questa città. Non ne so molto. Sono stata sui Colli, con Nath ma anche da sola, annualmente andavo con la mia insegnante di yoga a trovare la sua maestra. E poi non mi scorderò mai quella battuta di un film del Benvenuti che ne sai tu della solitudine di un calabrese a Piacenza!”. Questa è l’occasione per spiare un po’ questa città e saperne di più. La città delle tre c.

Il treno entra in stazione, in lontananza ciminiere alte e fumose, sotto la luce algida della pensilina appare Nath, di persona, lì a prelevarmi! Nel nostro abbraccio svaniscono tutti i mali della settimana e ci incamminiamo per scoprire cosa ci aspetta. Recuperiamo La Poderosa e ci buttiamo a naso nelle strade deserte, cercando il centro. Giusto qualche giro di troppo ad una rotonda e ci arriviamo.
Noi ci siamo, in centro, ma noi e pochissimi altri. Parcheggiamo, la temperatura è mite, da passeggio direi, ma c’imbattiamo solo in qualche ritardatario in bici… arriviamo nella Piazza dei Cavalli , con il suo palazzo del municipio detto Il Gotico, chiaramente il centro della città. Sotto i portici vuoti del piano terra del palazzo, alcuni ragazzi bivaccano silenti. Diffusa arriva una musica dolce, di archi e pianoforte. La luce dei lampioni fende l’aria umida quasi nebbiosa. L’atmosfera è superba, musica, atmosfera, scenografia… attorno deserto, o quasi. Facciamo due passi, arriviamo al locale che diffonde la musica, un bar, dietro un altro bar. Fino ad ora non abbiamo visto nemmeno un ristorante. Ancora quattro passi, niente, tutto chiuso, venerdì sera, appena le 22 e tutto è chiuso. Cambiamo direzione, troviamo via XX settembre, un asse viario che porta al Duomo. La prospettiva della strada inquadra una piccola porzione della facciata in romanico lombardo, illuminata per l’occasione in modo suggestivo. Lungo il percorso un kebabbaro che ci guarda sconsolato dalla vetrina. Arriviamo in piazza e sospiriamo di sollievo. C'è un ristorante con tavolini all’aperto. A dire il vero, non ci entusiasma molto, ha tutte le caratteristiche per essere una sòla, ma non abbiamo altra possibilità.
Da cosa si vede che un ristorante è una possibile sòla? In questo caso,
1) dal carattere sciatto dell’apparecchiatura,
2) l’insegna riportava ristorante pizzeria e il nome, non ricordo Carmine, Pasquale… bho.. insomma tipico da calabrese a Piacenza! Nessun pregiudizio, è che a noi piace assaggiare la cucina tipica locale, l’insegna non ne dava l’aria
3) la pizza deve essere buona ma non avevamo referenze su Carmine…
Ci sediamo e il menu di troppe pagine conferma i miei sospetti! Questo è un mio giudizio personale. Penso sia impossibile tenere un menù di grande assortimento e fare tutto buono. Sono molto più affidabili per qualità i menù con poche pietanze.
Io, tutto questo, ovviamente, lo brontolavo a Nathan così come lo pensavo… una lamentela dopo l’altra. Non mi ha più sopportato quando, con l’antipasto in tavola, ho attaccato la tiritera per la mancanza del vino. Come dire, un piccolo attrito da cause esterne.
Passata la freddura del suo “stai rovinando la cena”, abbiamo iniziato a scherzarci sopra, complice il sauvignon (ma avevamo chiesto uno chardonnay) che, arrivato oramai a fine antipasto mi sono tracannata come meritata consolazione.


A conclusione della nostra poco lodevole cena con accompagnamento di letture liturgiche organizzate dalla locale Azione Cattolica sul sagrato della cattedrale, siamo stati premiati però con la possibilità di visitare la cattedrale eccezionalmente aperta. Il grande portone spalancato sull’immensa navata centrale, scandita da enormi pilastri cilindrici e alte pareti in laterizio caldo e con ciechi matronei. Al centro una cupola con affreschi di un rimaneggiamento post cinquecentesco e alla base, sul lato destro, un bellissimo pulpito scolpito con figure di animali. Complice l’alcol ma soprattutto la monumentale bellezza della Chiesa, la nostra serata ha ripreso “calore”.

Ora ci aspettava una prova dura. L’albergo.
Era accaduto che nella prenotazione mi ero un po’ alterata con il receptionista. Che nessuno si azzardi a dire che è colpa del mio carattere! Questa volta avevo ragione! Come usa adesso, a garanzia della prenotazione chiedono i dati della carta di credito, ok e fin qui tutto bene. Solo che i dati me li ha chiesti dopo che mi aveva già confermato la prenotazione, senza specificarne la necessità. Quindi stuporone, quando dopo la mail di conferma, mi ha mandato anche un modulo in cui richiedeva i miei dati di carta e l’autorizzazione ad adoperarla nel caso in cui non ci fossimo presentati. Bene. Compilo tutto e mando conferma di prenotazione giovedì alle 15. Dopo nemmeno 5 minuti sento il mio cellulare bipbip.. messaggio:
“Banca pinco palle … addebito… pagamento 81 € per Hotel Nord Piacenza”
Non ci posso credere! Si sono pagati la camera in anticipo! Non ci penso due volte e chiamo troppo arrabbiata per esprimermi correttamente:
-“ Fpt Ma come avete ptu ptù voi no potete ftpù”.
Fatto sta, che dopo due ore ho ricevuto lo storno:
“Banca pinco palle … storno… pagamento 81 € per Hotel Nord Piacenza”
Il tipo lì, BuonaseraHotelNordPiacenzarispondeGianqualcosa, avrà pensato che o non gli volevo dare la valuta in anticipo di 2 giorni oppure che da amanti clandestini, non potevamo lasciare segni sulla carta di credito… come, vedo troppi telefilm? Eh, ci sta!

Non sarebbe stato carino chiudere la serata, discutendo anche con l’addetto dell’albergo. Quindi, ho mandato avanti l’AmoreMio, ho abbassato la testa e ho tirato dritto, una volta con le chiavi in mano, verso l’ascensore, per chiedere poi immediatamente, appena chiusa la porta, “come si chiamava quello, Gianqualcosa?”. Non era lui, ma aveva sicuramente attuato la sua vendetta, riservandoci una camera non troppo grande in fondo al corridoio.
Ma quello che Gianqualcosa non sa, è che noi ci vogliamo così tanto bene, un mondo di bene, che della dimensione della stanza poco ci importa, ci basta un letto grande dove dormire insieme, vicini o abbracciati, per mano o di fianco, distanti magari, ma pronti a sorriderci al risveglio di un buongiorno insieme!

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