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martedì 28 agosto 2007

Diario di viaggio: Normandia e Bretagna • Luglio 2007 ( IX PUNTATA)

24 luglio 2007

Con la dolcezza si ottiene tutto: le ostriche finalmente!

Nathan è sceso per accertarsi che nei 30,00 euro per la notte al Richmond, non ci sia compresa la colazione. Risale. Niente colazione. Meno male.
Ripartiamo contenti di lasciare la roulotte e St. Lunaire, che come località, nel suo insieme, non è male, sia chiaro. Ci siamo messi in macchina seguendo la strada costiera, alla ricerca di bar un accogliente per la colazione e per pianificare le nostre ultime tre notti in Bretagna. È importante in un viaggio itinerante come il nostro che il ricovero serale sia accogliente. E poi, lo devo dire, io se non mi sento a mio agio, non sono molto di compagnia, soprattutto in camera da letto. Chiaro no? Dato che siamo nel nostro “mese di miele”, il nostro intero mese insieme, dato che dopo agosto non sarà più così, sarà il caso di darsi un po’ da fare no?
(Nathan: eh, direi!)

Al paese dopo St. Lunaire, Sain-Briac-sur-mer, ci fermiamo al primo bar e, dopo esserci già accomodati, ci accorgiamo che non è molto fornito. Gli strappiamo comunque la colazione, tè e croissant burrosissimi. Attorno a noi personaggi particolari: un gruppo di signore anzianotte cinguettano tra un sorso di caffè-sciaquone e un morso di brioche; un signore del posto ordina al banco cafè-au-lait e apre la sua personale scartatina, dalla quale tira fuori un pain-au-cioccolat (comprata probabilmente al vicino mercato). Eh, lui lo sapeva che il pregio di questo locale non è la varietà. Bho! Noi mangiamo, e poi accantoniamo il pentolame per apparecchiare nuovamente la tavola con mappe e giude. Nathan inizia a fare le prime telefonate. Decisamente non c’è l’immediata disponibilità dell’inizio vacanza. Trovare le prossime tre sistemazioni per la notte non è semplice. Guadagniamo solo la prossima e l’ultima, per la seconda ci ripenseremo, Nath incomincia a sclerare dopo tutte queste telefonate
(Nathan: tutto sotto controllo comunque). E finalmente possiamo partire, misureremo il nostro itinerario conseguentemente alle tappe per la notte. Ma viaggiamo pochissimo. Dopo 200 mt ci accorciamo che a Saitn-Briac c’è un mercato speciale e ri-parcheggiamo per gironzolarci un po’. La prima parte di gastronomia regionale è speciale, fiori, coquillage, salamini, formaggi di capra… uhmm che bontà! Sarebbe necessario viaggiare con una cella frigo, non con l’auto!
Ripartiamo a mani vuote per impossibilità di fare altrimenti, alla volta di Cap Frèhel. Una delle innumerevoli lingue di terra bretone sfacciatamente incuneate nel mare, che si alternano a riparate baie sabbiose, dove la bassa marea lascia a bocca asciutta le barche. Per arrivarci, attraversiamo tutta la Costa di Smeraldo. Come consuetudine, appena messo il piede fuori dalla macchina, ha incominciato a piovere. Orami non ci scoraggiamo, infiliamo i nostri k-way gemelli allacciandoli fin dove possibile per ripararci dal vento e affrontiamo le intemperie. Sono un po’ tutti uguali questi posti, c’è il faro, i sentieri tra le eriche serlvatiche, le falesie, il mare in burrasca, troppi turisti sulle solite rotte. Nonostante tutto rimangono luoghi enormemente suggestivi, forse per la completa diversità dal nostro mediterraneo. Non ci tratteniamo molto, anche se il parcheggio è valido per un’intera giornata, come si era premurato di chiedere Nathan alla giovine che ci ha ritirato la grana.
Scendendo lungo la strada che costeggia il mare, avvistiamo diverse spiaggette riparate dal vento e affollate di bagnanti. Ci facciamo allettare da un po’ di vita di mare. Parcheggiamo, ci spogliamo, scendiamo ripidi sentieri tra arbusti spinosi per accovacciarci a leggere tra le rocce, baciati dal sole che per sua grazia, ha deciso di riscaldarci la pelle e il cuore. Leggiamo insieme Perissinotto, schiacciati l’uno contro l’altro, sciovolando in un dolce sonno. Mi risveglio per i gridolini dei nostri vicini di asciugamano e i morsi della fame. Alle 15.00, complice anche l’ustione alla spalla destra, rimasta esente dell’alta protezione che di solito mi do ovunque, ci avviamo verso la nostra prossima tappa: Treguier. Tappa di cui non sappiamo molto ma vicino alla quale si trova il nostro B&B. Lungo il percorso facciamo due soste, l’Abbaye di Beauport, adesso rudere ma nel XIII tappa fondamentale verso la meridionale Roncisvalle e il cammino di Santiago - ma non la visitiamo dentro, guardiamo solo il giardino, perchè biglietto troppo caro per una toccata e fuga - poi Paimpol, cittadina marinara un po’ irlandese, dove ci fermiamo a masterizzare la sim della macchina fotografica e prender un gelatone mega al tavolino. Qui ho obbligato, contro il suo volere, l’AmoreMio a fare qualche telefonata, ottenendo così anche l’alloggio per la terza notte. Soddisfatte tutte le necessità - merenda e sicurezza di “intimità” per la notte - abbastanza presto rispetto all’ora tarda in cui, di solito, ci presentiamo presso gli chambres d’hotes, ci avviamo verso Krec’h Choupot, nome impronunciabile, dove ci aspettano i signori Keramoal. La strada per arrivarci è semplice, ma queste sono informazioni che hai solo dopo esserci giunto. Il luogo è delizioso , una casa indipendente lungo la strada, con un giardino ben curato, un salice piangente enorme, un orto fruttuoso sul retro. La camera si rivela di gran lunga la migliore vista fin’ora. Una pulizia impeccabile, meglio che a casa mia!
Nath, nella conversazione di rito con i padroni di casa, coglie il mio suggerimento, e chiede consiglio su dove andare a mangiare un buon piatto di ostriche nei paraggi. Ma perché se a lui non piacciono? Perché avevo attuato un mio piano, una minaccia!
- Amore, siamo qui da più di una settimana e per il semplice fatto che non piacciono a te non abbiamo MAI mangiato ostriche!? Ti rendi conto!?!
Lui obbiettava dicendo, come tra l’altro è vero, che quando s’incappava nelle ostriche avevamo di solito appena mangiato, e che quando c’abbiamo provato, come da Le Hamelinet, non c’erano loro, le ostriche. Bene è lì che ho dovuto tirare un colpo sotto la cintola.
(Nathan: scorretta!)
- Ok, io te lo dico eh… se non riusciamo a mangiarle qui, quando torniamo a casa, mi porti nel posto più sciccoso di Firenze, a mangiarle!!
Un ricatto vero e proprio, ma era quello che ci voleva. La sera stessa di questa solenne proclamazione, il mio Nathan ha chiesto consiglio alla sciura del B&B che ci indirizzato verso l’ottava meraviglia del mondo: la poissonnerie J.P. Moulinet, che di giorno vende pesce al kg e di sera fa degustazione al piano di sopra. Non stavo più nella pelle! Sono quelle cose che paiono genuine e mi fanno letteralmente impazzire. Per l’occasione, smetto i panni “pratici” da turista, per l’unico “vestitino” un po’ più elegante che mi ero concessa in questo viaggio spartano (sì perché per tirarsi le valige in camere diverse tutte le sere devono essere leggere…). Bene, partiamo per andare a mangiare le ostriche e si alza un vento gelido. IO batto letteralmente i denti, ma non voglio, ovviamente darlo a vedere, quindi mi metto subito addosso tutto quello che ho. Parcheggiamo nella piazza alta e troviamo subito il paradiso delle ostriche! Il banco del pesce è vuoto ma i rumori di sedie e piatti al primo piano sono una melodia bellissima. Ci accomodiamo tra il banco della pseudo-cucina e due indigeni impegnatissimi con il loro plateau royal. Inebriata, li guardo cavare molluschi con l’ago dalle piccole chioccioline e spaccare chele con lo schiaccianoci o come si chiama. Studiamo la carta e ordiniamo dopo qualche richiesta di spiegazioni. Tra queste richieste, una in particolare ha suscitato l’ilarità dei nostri vicini di tavolo, che detto tra noi incominciavano a rimanermi sulle xxlle! Bhè, noi da meridionali d’Europa chiediamo un vino bretone, senza pensare che qui l’eccessivo vento e l’aria salmastra non si confà al pregiato nettare, loro ridono di questa assurda richiesta e ci indirizzano verso gli alsaziani. Quando anche a noi arriva il piatto reale, si aprono le danze: un armonioso movimento coordinato di mascelle, mani e labbra, per estirpare o succhiare, la maggior quantità possibile di ciccia-mollusca da quei gusci di mare (ostriche “huitres”, cozze, gamberi, scampi, astice “homar” e chioccioline). Solo una nota negativa: una turista milanese. Una sciura alquanto ricercata al cellulare e alquanto rumorosa, nonostante le pressioni del marito molto più conscio di lei che ci stava rompendo le xxlle a tutti quanti.
Io esco a pancia stra-piena. Nathan invece, non fosse stato per il bis di quel dolce a chiocciolina tutto burro che avevamo già mangiato a St-Malò, si alzerebbe con la fame, visto che alla fine ho mangiato quasi tutto io! E così, inebriati dalla cena e dal vino, cerchiamo immediatamente la strada della cameretta così graziosa nella quale passeremo un'altra notte abbracciati.

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venerdì 24 agosto 2007

Diario di viaggio: Normandia e Bretagna • Luglio 2007 ( VIII PUNTATA)

23 luglio 2007

Lo avevo già capito prima di addormentarmi ieri sera, ma appena sveglia, ne ho conferma: scegliere la camera sopra la cucina non è stata una gran trovata! Chissà quante me ne dirà Nathan! Mentre, ancora tra le coperte, penso questo, lui balza giù dal letto e aggredisce il giorno, o meglio, sono io quella ferita dalla luce. Una luce atona che entra accesa e monocorde dalla finestra.
Pioggia, ancora pioggia, anche per oggi. Quando chiediamo agli indigeni del tempo, tutti ci confermano che qui è classicamente piovoso, ma non a Luglio e non così! Si parla sempre del tempo piovoso dell’Irlanda, ma del tempo piovoso della Normandia non parla nessuno? Comunque, per noi cambia poco, anzi di sicuro, per i lunghi spostamenti in auto, è meglio, però per le visite, i paesaggi, per fare il turista insomma è ‘na scocciatura. Stamani in programma c’è la seconda visita al Mont Saint-Michel, quella per vedere salire la marea! Ho scocciato un poco Nathan con questa storia ed orami la devo portare fino in fondo, anche se visto l’alta densità di turisti, non ho nemmeno troppa voglia di tornare al “castello”.
Sarà questo fenomeno delle maree che ci rende un po’ nervosi? Se è vero che l’uomo è fatto del 70% di acqua, qualcosa cambia anche in noi in un’area geografica soggetta ad un simile fenomeno, no?

Nonostante lo spentolio, riusciamo a rimanere a letto fino alle 9.30. E pensare che la signora dell’ufficio turistico ci aveva consigliato un allettante un pellegrinaggio all’Abbazia, con partenza alle 7.00 da Genets per percorrere a piedi i 7 km (più 7 al ritorno) nel fango lasciato dalle maree! Che peccato ce lo siamo persi! Scendiamo, trasportiamo i nostri bagagli attraverso le strettoie della cucina con un po’ di difficoltà e ci mettiamo in cammino per la San Marino normanna. Parcheggiamo distanti e c’incamminiamo digiuni e un pochino rugginosi tra di noi. Siamo entrambi vittime di una muta incomprensione. È questa che ci porta a perderci, ad aspettarci e infine, a chiamarci davanti all’accesso al Monte. Io avrei voluto vedere l’acqua muoversi sotto l’effetto delle maree, dal basso, passeggiando sulla sabbia, ma secondo Nathan è meglio osservabile dall’alto. Forse ha ragione, e ci appollaiamo insieme a tanti turisti su di un bastione ad aspettare l’onda anomala.
Diciamo che mi sembra di aver visto salire l’acqua, lontano. Misurando con occhio miope il crescere delle pozze, lontane. Insomma, la grande onda non c’è stata, e forse questa seconda visita è stata un po’ inutile… La guida in italiano che origliavo ieri, diceva che questo fenomeno è più intenso quando la luna è piena o nera, è però! Dopo aver tirato umido, ripartiamo ancora più irritati cause varie: il silenzio tra noi, la processione che intasa i vicoli dentro le mura, le bancarelle e gli stupidi souvenir. Nath mi cede la guida e ci dirigiamo verso St. Malò, alle 14.00, digiuni ed irritati. La peggiore delle situazioni di coppia! Tempo-tre-km-tre sbotto in una mezza scenata, tra la fame e la schizofrenia, che però ha un merito, quello di portare alla pacificazione e alla sosta per il pranzo, fortunatamente in un luogo speciale. Un posto memorabile, La Rustique, bistrò modesto, economico e assai consigliabile, sulla strada che congiunge il Mt. St. Michel a St.Malò. Qui il CuoreMio ha preso il “menù da operai” - come si dice in francese tesoro?
(Nathan: «menu ouvrier») – menù che per soli 9,00 euro comprende entrée a buffet, piatto del giorno - nel caso specifico tacchino - formaggi al vassoio per servirsi a proprio gradimento, dolce e anche (corsivo) i’bere! Davvero!
– Prendilo anche te, no? Non vedi quante cose? Dai prendilo!
– No! Non mi va oggi il tacchino, uff.
Bhe, ancora un po’ di ruggine da smaltire, ma l’abbiamo dissolta portata per portata, saziandoci. Più amorosi, dopo una bottiglia di cidro, ci avviamo verso St. Malò, che a pensarci bene è la prima tappa Bretone di questo nostro tour. Infatti il Mont Saint-Michel segna un po’ il confine tra le due regioni, un confine discusso e disputato, sembra nato bretone e divenuto normanno …
(Nathan: come per il sidro, se ne contendono la migliore produzione, neanche fosse poi sta delizia…) i soliti conflitti da terra al limite. Lungo la strada, il cielo si apre e ci concede anche qualche attimo di sole. Siamo satolli e non possiamo approfittare della miriade di banchini sul lungomare, che propongono vendita e degustazioni di molluschi! Ahh, le ostriche! È già una settimana che siamo qui e non le ho ancora mangiate! A Nathan non piacciono, quindi non le mangiamo, cioè quando scegliamo dove cenare, cerchiamo sempre qualcosa che proponga valide alternative, spesso troppo valide, tanto da preferirle alle ostriche! Uff!
(Nathan: ed è qui che inizia a proferire la sua terribile minaccia riguardo alle ostriche)
Ci fermiamo a passeggiare sulla sabbia lasciata ad asciugare al sole per il ritiro delle acque. I colori sono stupendi, gli azzurri di cielo e terra si fondono e dissimulano la linea dell’orizzonte. Poesia. Siamo attratti dalle protuberanze della sabbia, se così si possono chiamare, disposte millimetricamente alla stessa distanza tra di loro. Ne risulta una distesa di sabbia punteggiata da monticelli di sabbia fatti da bacherozzolini di rena avvorticciolati su se stessi, come le cacce di qualche animalino, chiaro no? Vedi qui. Annuncio QUIZ: ricompensa per chi risolverà il mistero dei bacherozzi sulla spiaggia!
Arriviamo a St. Malò senza rendercene conto, parcheggiamo vicinissimo al centro, sempre per sbaglio, e rimaniamo indecisi sul da farsi. Dal cielo viene giu un’acqua, ma un acqua… classico, quando viaggiamo c’è il sole e appena mettiamo il piede fuori diluvia. Ma a St. Malò siamo stati anticipati! Alla fine scendiamo, ma la città non c’entusiasma. Sarà l’acqua, sarà la folla, fatto sta che ai nostri occhi St. Malò, è solo una cittadella militare in pietra scura, con una bella cinta muraria e un bel forte. Non ha niente di quella dolce e romantica attrattiva delle città fiorite che abbiamo visitato fino ad ora. Camminiamo per le vie e cerchiamo qualcosa che ci faccia ricredere, ma niente. Mangiamo un tipico dolcetto burroso più per gola che per fame, scattiamo giusto due foto, per ricordare che ci siamo passati e ripartiamo.
- Dove andiamo ora?
- A Dinard – faccio io – ricordi? Ti avevo detto che la guida la consiglia, dice che è una bella cittadina con fortificazioni turrite.
Nathan guarda la carta.
- Uhm. A Dinard? Sicura? Non era Dinan? Sono due città diverse!
- Sìsì! ho controllato D I N A R D!
- Se hai controllato…
(Nathan: eh eh :-)
Ed avevo controllato giuro! Parola di lupetto! Ma mi succede spesso, uff! Quando conosco due cose insieme, con i nomi simili poi, mi confondo! - Può essere dislessia? - Arriviamo sul posto e di turrito non c’è niente. Dinar«d» è carina, una cittadina un po’ anni ‘50, mare, tende a strisce sulla spiaggia per ripararsi dal vento, ristoranti, “casino” (non è un errore “o” e non “ò” in Francia si scrive così). Ci appropinquiamo a trovare un ricovero per la notte. Andiamo a visitare un albergo ad una stella, visitiamo e veniamo via… triste-triste… puzzone! Quello che visitiamo dopo, lo scansiamo perché 60,00 euro, per una doppia, abituati agli Chambre d’Hote, ci sembrano troppi.
Ripartiamo da Dinar«d», allontanandoci dalle mie ostriche in vendita al ristoratore sulla spiaggia.
Andiamo-andiamo-andiamo, fino a St. Lunaire, un po’ sconsolati dai precedenti tentativi andati buca.
Il paese non sembra molto grande. Notiamo un’insegna: “Hotel Richmond”. Un nome inglese? Che strano. Nathan lo vorrebbe scartare a priori perché dice di aver visto delle auto di lusso parcheggiate fuori. Io invece ho intravisto una certa trascuratezza nel giardino, che pare una prerogativa degli alberghi scarsi e non di lusso. Ci decidiamo a verificare chi, tra di noi, ha ragione. Tatttattttaaaa!! VINCO IO, ma non ne gioisco! Ci troviamo davanti ad una pensioncina da anziani con la minima di pensione, dove l’arredo è coevo agli avventori e l’odore di minestrina gradito. L’addetto a tutto - ricevimento clienti, servizio a tavola, parcheggio - dice di avere giusto (corsivo) l’ultima stanza libera, e noi, presi per sfinimento
(Nathan: e dalla prospettiva di dover ancora girare a vuoto…), accettiamo di vederla. Sarà stato l’assenza di puzzo rispetto a quella vista prima, ma al primo sguardo, la camera ci pare cent’ori! Al secondo colpo d’occhio, invece, sono uscite le magagne; al terzo, al rientro dopo cena, Nathan è sceso in macchina a prendere i sacchi a pelo, sentenziando:
- Almeno sappiamo che è sudicio nostro!
Per fortuna che eravamo stati messi di buon umore dalla cena. Abbiamo trovato un posticino dalla cucina buona e ben presentata, a pochi passi dal Richmond. Un locale estremamente lezioso e pieno di ninnoli, con marmellate in vetrina, una luce soffusa, una veranda aperta su un giardino curatissimo e tavoli azzurri in piccolo mosaico. L’ambiente piacevole ci fa passare sopra anche all’incomprensibilità del menù. Prendiamo quello che ci propongono, senza capire a pieno. Nel mio piatto troverò non pera, come aveva capito Nath, ma porri, una buona quiche ai porri. L’AmoreMio mangia il solito piatto del giorno e beviamo lo stuzzicante cidro. Sorpresa per gli occhi e per il palato, sarà il dolce, di cui non aveva proprio capito il nome. Si rivelerà essere un cruble ai lamponi, deliziosamente squisito! Anche il caffè è particolare, un’invenzione bretone registrata dagli svedesi: caffè infuso in piccole caffettierine con filtro a stantuffo. Con estrema gentilezza, il proprietario, una volta compreso che eravamo riusciti a prenotare per l’indomani, ci presta le sue guide dei dintorni, dalle quali appuntiamo vari riferimenti. Ci chiede dove siamo alloggiati e Nath ha un po’ di remore a confessare che siamo in quella stamberga, ma una volta estirpato con le pinze, sembra non scandalizzarsi e anzi si spinge in considerazioni profonde. Secondo il suo parere, il Richmond è un albergo medio, siamo solo noi italiani che lo riteniamo un po’ scadente, forse, suggerisce, perché siamo abituati a livelli più alti anche per gli alberghi modesti. Mah. Che dire io l’ultima volta che ho dormito in lenzuoli dello stesso grigio ero in India, e lì si sa, lavano nel Gange! Comunque, ci mettiamo l’anima in pace. In fin dei conti, siamo partiti con la tenda in macchina, nell’idea di fare molto spesso campeggio, e fino ad ora, dato l’economicità della soluzione chambres d’hotes, non l’abbiamo mai fatto. Vorrà dire che potremo dire di aver passato una notte almeno, in sacco a pelo e bagno-roulotte!

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