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venerdì 24 agosto 2007

Diario di viaggio: Normandia e Bretagna • Luglio 2007 ( VIII PUNTATA)

23 luglio 2007

Lo avevo già capito prima di addormentarmi ieri sera, ma appena sveglia, ne ho conferma: scegliere la camera sopra la cucina non è stata una gran trovata! Chissà quante me ne dirà Nathan! Mentre, ancora tra le coperte, penso questo, lui balza giù dal letto e aggredisce il giorno, o meglio, sono io quella ferita dalla luce. Una luce atona che entra accesa e monocorde dalla finestra.
Pioggia, ancora pioggia, anche per oggi. Quando chiediamo agli indigeni del tempo, tutti ci confermano che qui è classicamente piovoso, ma non a Luglio e non così! Si parla sempre del tempo piovoso dell’Irlanda, ma del tempo piovoso della Normandia non parla nessuno? Comunque, per noi cambia poco, anzi di sicuro, per i lunghi spostamenti in auto, è meglio, però per le visite, i paesaggi, per fare il turista insomma è ‘na scocciatura. Stamani in programma c’è la seconda visita al Mont Saint-Michel, quella per vedere salire la marea! Ho scocciato un poco Nathan con questa storia ed orami la devo portare fino in fondo, anche se visto l’alta densità di turisti, non ho nemmeno troppa voglia di tornare al “castello”.
Sarà questo fenomeno delle maree che ci rende un po’ nervosi? Se è vero che l’uomo è fatto del 70% di acqua, qualcosa cambia anche in noi in un’area geografica soggetta ad un simile fenomeno, no?

Nonostante lo spentolio, riusciamo a rimanere a letto fino alle 9.30. E pensare che la signora dell’ufficio turistico ci aveva consigliato un allettante un pellegrinaggio all’Abbazia, con partenza alle 7.00 da Genets per percorrere a piedi i 7 km (più 7 al ritorno) nel fango lasciato dalle maree! Che peccato ce lo siamo persi! Scendiamo, trasportiamo i nostri bagagli attraverso le strettoie della cucina con un po’ di difficoltà e ci mettiamo in cammino per la San Marino normanna. Parcheggiamo distanti e c’incamminiamo digiuni e un pochino rugginosi tra di noi. Siamo entrambi vittime di una muta incomprensione. È questa che ci porta a perderci, ad aspettarci e infine, a chiamarci davanti all’accesso al Monte. Io avrei voluto vedere l’acqua muoversi sotto l’effetto delle maree, dal basso, passeggiando sulla sabbia, ma secondo Nathan è meglio osservabile dall’alto. Forse ha ragione, e ci appollaiamo insieme a tanti turisti su di un bastione ad aspettare l’onda anomala.
Diciamo che mi sembra di aver visto salire l’acqua, lontano. Misurando con occhio miope il crescere delle pozze, lontane. Insomma, la grande onda non c’è stata, e forse questa seconda visita è stata un po’ inutile… La guida in italiano che origliavo ieri, diceva che questo fenomeno è più intenso quando la luna è piena o nera, è però! Dopo aver tirato umido, ripartiamo ancora più irritati cause varie: il silenzio tra noi, la processione che intasa i vicoli dentro le mura, le bancarelle e gli stupidi souvenir. Nath mi cede la guida e ci dirigiamo verso St. Malò, alle 14.00, digiuni ed irritati. La peggiore delle situazioni di coppia! Tempo-tre-km-tre sbotto in una mezza scenata, tra la fame e la schizofrenia, che però ha un merito, quello di portare alla pacificazione e alla sosta per il pranzo, fortunatamente in un luogo speciale. Un posto memorabile, La Rustique, bistrò modesto, economico e assai consigliabile, sulla strada che congiunge il Mt. St. Michel a St.Malò. Qui il CuoreMio ha preso il “menù da operai” - come si dice in francese tesoro?
(Nathan: «menu ouvrier») – menù che per soli 9,00 euro comprende entrée a buffet, piatto del giorno - nel caso specifico tacchino - formaggi al vassoio per servirsi a proprio gradimento, dolce e anche (corsivo) i’bere! Davvero!
– Prendilo anche te, no? Non vedi quante cose? Dai prendilo!
– No! Non mi va oggi il tacchino, uff.
Bhe, ancora un po’ di ruggine da smaltire, ma l’abbiamo dissolta portata per portata, saziandoci. Più amorosi, dopo una bottiglia di cidro, ci avviamo verso St. Malò, che a pensarci bene è la prima tappa Bretone di questo nostro tour. Infatti il Mont Saint-Michel segna un po’ il confine tra le due regioni, un confine discusso e disputato, sembra nato bretone e divenuto normanno …
(Nathan: come per il sidro, se ne contendono la migliore produzione, neanche fosse poi sta delizia…) i soliti conflitti da terra al limite. Lungo la strada, il cielo si apre e ci concede anche qualche attimo di sole. Siamo satolli e non possiamo approfittare della miriade di banchini sul lungomare, che propongono vendita e degustazioni di molluschi! Ahh, le ostriche! È già una settimana che siamo qui e non le ho ancora mangiate! A Nathan non piacciono, quindi non le mangiamo, cioè quando scegliamo dove cenare, cerchiamo sempre qualcosa che proponga valide alternative, spesso troppo valide, tanto da preferirle alle ostriche! Uff!
(Nathan: ed è qui che inizia a proferire la sua terribile minaccia riguardo alle ostriche)
Ci fermiamo a passeggiare sulla sabbia lasciata ad asciugare al sole per il ritiro delle acque. I colori sono stupendi, gli azzurri di cielo e terra si fondono e dissimulano la linea dell’orizzonte. Poesia. Siamo attratti dalle protuberanze della sabbia, se così si possono chiamare, disposte millimetricamente alla stessa distanza tra di loro. Ne risulta una distesa di sabbia punteggiata da monticelli di sabbia fatti da bacherozzolini di rena avvorticciolati su se stessi, come le cacce di qualche animalino, chiaro no? Vedi qui. Annuncio QUIZ: ricompensa per chi risolverà il mistero dei bacherozzi sulla spiaggia!
Arriviamo a St. Malò senza rendercene conto, parcheggiamo vicinissimo al centro, sempre per sbaglio, e rimaniamo indecisi sul da farsi. Dal cielo viene giu un’acqua, ma un acqua… classico, quando viaggiamo c’è il sole e appena mettiamo il piede fuori diluvia. Ma a St. Malò siamo stati anticipati! Alla fine scendiamo, ma la città non c’entusiasma. Sarà l’acqua, sarà la folla, fatto sta che ai nostri occhi St. Malò, è solo una cittadella militare in pietra scura, con una bella cinta muraria e un bel forte. Non ha niente di quella dolce e romantica attrattiva delle città fiorite che abbiamo visitato fino ad ora. Camminiamo per le vie e cerchiamo qualcosa che ci faccia ricredere, ma niente. Mangiamo un tipico dolcetto burroso più per gola che per fame, scattiamo giusto due foto, per ricordare che ci siamo passati e ripartiamo.
- Dove andiamo ora?
- A Dinard – faccio io – ricordi? Ti avevo detto che la guida la consiglia, dice che è una bella cittadina con fortificazioni turrite.
Nathan guarda la carta.
- Uhm. A Dinard? Sicura? Non era Dinan? Sono due città diverse!
- Sìsì! ho controllato D I N A R D!
- Se hai controllato…
(Nathan: eh eh :-)
Ed avevo controllato giuro! Parola di lupetto! Ma mi succede spesso, uff! Quando conosco due cose insieme, con i nomi simili poi, mi confondo! - Può essere dislessia? - Arriviamo sul posto e di turrito non c’è niente. Dinar«d» è carina, una cittadina un po’ anni ‘50, mare, tende a strisce sulla spiaggia per ripararsi dal vento, ristoranti, “casino” (non è un errore “o” e non “ò” in Francia si scrive così). Ci appropinquiamo a trovare un ricovero per la notte. Andiamo a visitare un albergo ad una stella, visitiamo e veniamo via… triste-triste… puzzone! Quello che visitiamo dopo, lo scansiamo perché 60,00 euro, per una doppia, abituati agli Chambre d’Hote, ci sembrano troppi.
Ripartiamo da Dinar«d», allontanandoci dalle mie ostriche in vendita al ristoratore sulla spiaggia.
Andiamo-andiamo-andiamo, fino a St. Lunaire, un po’ sconsolati dai precedenti tentativi andati buca.
Il paese non sembra molto grande. Notiamo un’insegna: “Hotel Richmond”. Un nome inglese? Che strano. Nathan lo vorrebbe scartare a priori perché dice di aver visto delle auto di lusso parcheggiate fuori. Io invece ho intravisto una certa trascuratezza nel giardino, che pare una prerogativa degli alberghi scarsi e non di lusso. Ci decidiamo a verificare chi, tra di noi, ha ragione. Tatttattttaaaa!! VINCO IO, ma non ne gioisco! Ci troviamo davanti ad una pensioncina da anziani con la minima di pensione, dove l’arredo è coevo agli avventori e l’odore di minestrina gradito. L’addetto a tutto - ricevimento clienti, servizio a tavola, parcheggio - dice di avere giusto (corsivo) l’ultima stanza libera, e noi, presi per sfinimento
(Nathan: e dalla prospettiva di dover ancora girare a vuoto…), accettiamo di vederla. Sarà stato l’assenza di puzzo rispetto a quella vista prima, ma al primo sguardo, la camera ci pare cent’ori! Al secondo colpo d’occhio, invece, sono uscite le magagne; al terzo, al rientro dopo cena, Nathan è sceso in macchina a prendere i sacchi a pelo, sentenziando:
- Almeno sappiamo che è sudicio nostro!
Per fortuna che eravamo stati messi di buon umore dalla cena. Abbiamo trovato un posticino dalla cucina buona e ben presentata, a pochi passi dal Richmond. Un locale estremamente lezioso e pieno di ninnoli, con marmellate in vetrina, una luce soffusa, una veranda aperta su un giardino curatissimo e tavoli azzurri in piccolo mosaico. L’ambiente piacevole ci fa passare sopra anche all’incomprensibilità del menù. Prendiamo quello che ci propongono, senza capire a pieno. Nel mio piatto troverò non pera, come aveva capito Nath, ma porri, una buona quiche ai porri. L’AmoreMio mangia il solito piatto del giorno e beviamo lo stuzzicante cidro. Sorpresa per gli occhi e per il palato, sarà il dolce, di cui non aveva proprio capito il nome. Si rivelerà essere un cruble ai lamponi, deliziosamente squisito! Anche il caffè è particolare, un’invenzione bretone registrata dagli svedesi: caffè infuso in piccole caffettierine con filtro a stantuffo. Con estrema gentilezza, il proprietario, una volta compreso che eravamo riusciti a prenotare per l’indomani, ci presta le sue guide dei dintorni, dalle quali appuntiamo vari riferimenti. Ci chiede dove siamo alloggiati e Nath ha un po’ di remore a confessare che siamo in quella stamberga, ma una volta estirpato con le pinze, sembra non scandalizzarsi e anzi si spinge in considerazioni profonde. Secondo il suo parere, il Richmond è un albergo medio, siamo solo noi italiani che lo riteniamo un po’ scadente, forse, suggerisce, perché siamo abituati a livelli più alti anche per gli alberghi modesti. Mah. Che dire io l’ultima volta che ho dormito in lenzuoli dello stesso grigio ero in India, e lì si sa, lavano nel Gange! Comunque, ci mettiamo l’anima in pace. In fin dei conti, siamo partiti con la tenda in macchina, nell’idea di fare molto spesso campeggio, e fino ad ora, dato l’economicità della soluzione chambres d’hotes, non l’abbiamo mai fatto. Vorrà dire che potremo dire di aver passato una notte almeno, in sacco a pelo e bagno-roulotte!

mercoledì 22 agosto 2007

Diario di viaggio: Normandia e Bretagna - Luglio 2007 (VII puntata)

22 luglio 2007


Ripartiamo dalla fattoria di Nicole per il Mont-Saint-Michel, percorrendo un pezzo di strada sulla costa. Nell’aria aleggia una certa tensione per i disaccordi sulla strategia da adottare per trovare un alloggio per la notte. Continuare a telefonare a vuoto o passare la giornata visitando il Monte e occuparsi della camera solo al momento in cui se ne presenta la necessità e l’opportunità lungo il cammino?
A Genets fermo la macchina e ci avviamo a piedi nel centro abitato. Sul ciglio della strada esplode la discussione. Appena dico che stiamo scioccamente sottraendo del tempo utile alla visita del Monte e che avremmo potuto spostarci a fine giornata verso Rennes trovando una stanza in uno degli innumerevoli alberghi che circondano le città francesi, la Francese decide in aperta polemica di tornare sui suoi passi, mentre io proseguo verso il centro del paese.

(Francese: ma va, bugiardo. Hai detto letteralmente: “lo sai, vero, che il tempo che perdiamo per strada a cercare un alloggio è tutto tempo sottratto alla visita? Un aperto ricatto al quale non ho voluto cedere. E a ragione…).


Infatti, è quello che ho detto. Insomma, proseguo da solo e trovo un ristorante. Chez François, l'insegna dice Chambres. All’interno un grande camino e grandi pezzi di carne che sfrigolano sulle griglie. Chiedo al cuoco, che è anche cameriere e affittacamere, François, appunto, cappello da cuoco e volto alla Belmondo, se ha una stanza libera. Risponde di sì ma che purtroppo per la cena il ristorante è tutto prenotato. Poco male, penso, a noi, interessa la camera. Ok, gli dico, recupero “ma femme” e ritorno. Torno alla macchina e annuncio (trionfante) che ho trovato la camera (tié!). Le camere in realtà sono due, doccia e lavandino in camera, toilette comune in corridoio. Non bellissime, anzi bruttine, ma per 30 euro e, vista la difficoltà momentanea, vanno bene (meglio non fare confronti con la camera che abbiamo lasciato).
La ragazza al piano ci lascia scegliere. Dopo qualche tentennamento la Francese decide per quella
che le sembra più spaziosa, quella con il tavolino per gli appunti che diventeranno questa cronaca.
Dopo aver preso possesso della camera, scendiamo al piano terra passando per la cucina dove scambiamo due parole con un sardonico François e il suo simpatico aiuto-cuoco, probabilmente irlandese, occupato a sbucciar patate. La Francese è rapita dal profumo che arriva dalla sala da pranzo.
“E’ un peccato che non ci sia proprio posto per cenare e nemmeno per pranzare qui”, dico a François, cercando di tastare l’eventualità di un tavolino per due in un angolo nascosto. “Sì, è proprio un peccato”, mi risponde lui sorridendo con la sigaretta alla Humphrey Bogart tra le labbra.
Dopo una sosta al punto informazioni di Genet, dove una solerte e curiosa impiegata ci trattiene per un tempo che sembra lunghissimo illustrandoci l’avventurosa esperienza di una traversata a
piedi di sette chilometri sulla sabbia melmosa da Genet al Mont, dopo una carezza al gatto Caramel, prendiamo l’auto e andiamo.
Il Mont Saint-Michel, dentro, è una sorta di San Marino in balìa delle maree. Il più bello è arrivarci, osservare il piatto paesaggio, le mucche e le pecore che brucano l’erba sullo sfondo di un monte che ha il profilo incantato da fiaba della buonanotte. La strada che percorriamo per arrivarci è di diversi chilometri. Un primo tratto di super-strada e poi un lento avvicinarsi sopra un nastro di asfalto, in un percorso punteggiato di insegne di chambres d’hotes e piccoli alberghi, e io (ovviamente) do la colpa all’ansia della Francese che ci ha spinti a prendere alloggio così lontano (ma lo dico solo tra le righe e con il sorriso sulle labbra…).

(Francese: sì sì sorriso. L’ho detto e lo ripeto, chez François è molto più carino e originale, non avremmo potuto trovare di meglio, a trenta euro. Questi posti qua, sono brutti, tutti uguali, uff).
Gli arriviamo proprio sotto, al Monte, e lasciamo l’auto in un grande parcheggio a pagamento. Quattro euro tutto il dì, credevo peggio.
La marea, lo dice un cartello appena entrati, era fissata per le 12, ma noi siamo arrivati tardi (eh!). Quindi ci inerpichiamo tra i vicoli affollati e in cima arriviamo all'abbazia. Le sue origini risalgono già all'ottavo secolo, quando il vescovo di Avranches, dopo l'apparizione dell'arcangelo San Michele, fa costruire un "oratoire" su un precedente edificio carolingio. Ma l'edificio, come lo vediamo ora, viene iniziato nell'undicesimo secolo e, tra il tredicesimo e il quindicesimo, subisce diversi interventi. Per questo motivo l'abbazia è una fusione di elementi romanici e gotici. Fin dalla costruzione dell'abbazia, il Monte è stato meta di pellegrinaggi, persino durante la Guerra dei Cent'anni, quando, sotto il dominio inglese, ai pellegrini francesi venivano rilasciati salvacondotti (pagando il "giusto prezzo" della fede, questo è ovvio). Con il sedicesimo secolo l'abbazia conosce un progressivo degrado, fino alla sua trasformazione, ancor prima della Rivoluzione, in prigione. E' solo dal 1969 che i primi religiosi sono tornati ad animare le funzioni (fonte Guide Michelin).
Trattandosi di architettura, il mio sguardo immaturo si sofferma sul colonnato del chiostro, lo spazio maestoso e suggestivo del refettorio e la grande ruota ad argano in cui i condannati venivano fatti camminare per issare lungo le alte mura le provviste della prigione.
Dopo una pennica sul sagrato, lunghi sguardi al paesaggio, al cielo michelangiolesco e una visita al complesso (doverosamente non commentata, sebbene una simpatica ragazza avesse invitato tutti gli italiani a seguire la visita guidata – la Francese detesta i commenti delle guide anche se aggratis, anche se poi mi dice di allungare l’orecchio per sentire quello che dicono), si sono fatte le diciotto e ci siamo diretti ad Avranches, bella e vuota città murata nei pressi del Monte dove non abbiamo trovato nulla, proprio nulla da fare.
Ripartiti per Genets, sostiamo a guardare il paesaggio bucolico sorseggiando due birre nel villaggio di Saint Léonard.
Docciati, rigenerati, coccolati, ci infiliamo a letto. Con i libri in mano ci accorgiamo che la scelta della camera che sta sopra la cucina non è stata davvero delle più felici.


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martedì 21 agosto 2007

Diario di viaggio: Normandia e Bretagna - Luglio 2007 (VI puntata)

21 luglio 2007


La giornata di relax è iniziata con una colazione “affollata”. Ai dieci a tavola di ieri si sono aggiunti i nostri vicini di camera. Abbiamo assaggiato le marmellate di Nicole (la padrona di casa) e il latte delle sue mucche. E ancora chiacchiere e resoconti della nostra giornata di ieri e dei programmi di oggi. Poi siamo partiti in direzione della punta della Normandia: Cap Le Hague.
Evitiamo la superstrada, per cercare di fare un po’ di paesaggio. Ci concediamo una deviazione per l’imperdibile Moulin du Cotentin di Fierville… e ci perdiamo sulle strade di campagna.
(Francese: Notate la vena polemica? Questo perché la deviazione al mulino l’ho voluta fare io. Ma a perdere, si era già perso lui).
Girano le pale, girano le pale del mulino al vento del Cotentin, la penisola a forma di dito che si allunga sopra la Normandia. La Francese compra un chilo di farina (vuoi mettere, la farina macinata da una “meule” in pietra spinta dal vento? Farà dai dolci straordinari!). Dopo una rapida visita al museo dei mulini di Normandia, ripartiamo da Fierville e ci buttiamo su strade strette tra i campi in direzione nord. Solo grazie alla bussola portachiavi regalatami dalla Francese, sappiamo che la direzione è quella giusta. Ma alla fine ritroviamo le indicazioni per Cheerboug e ci rimettiamo in carreggiata. Cap Le Hague, arriviamo! I francesi, a volte, prendono decisioni strane. Sapevamo che la Francia è un grande produttore di energia nucleare. Sapevamo che buona parte degli impianti sono collocati vicino al confini e al mare. Ma qui, in questo paradiso selvaggio che si chiama Cap Le Hague, perché collocare uno stabilimento di lavorazione delle scorie radioattive? Perché proprio qui la Cogema? Avranno previsto di affondare nella Manica l'ultimo lempo di Cotentin in caso d'incidente?
Lo aggiriamo (è immenso). La guida Michelin consiglia la visita al centro informazioni dello stabilimento per avere ragguagli sull'estrazione del plutonio (!)
Ce lo perdiamo senza rimorsi e arriviamo a “Gouvry”, proprio sulla punta. Qui, appena mettiamo fuori dalla macchina il capo per vedere il Capo, riprende a piovere. Scrosci d’acqua tanto improvvisi quanto violenti ci ributtano in macchina a cercare rifugio per un paio di volte. Pazientiamo, ancora qualche minuto chiusi in macchina. Ecco, ha smesso. Andiamo, vediamo quanto regge.
Alla fine, zuppi d'acqua visitiamo questo paesaggio “da fine del mondo”. Sazi di vento e di colori poveri di varietà ma ricchi d'intensità, riprendiamo l'auto e facciamo tappa a Auderville, in un bar da indigeni per un tè. La ragazza del bar, dichiarando di discendere da un Morandi da parte di madre, ci dà un saggio delle sue abilità linguistiche (“parlo poco poco, io studio 3 anni italiano a la scuola”), ma alla mia richiesta di conoscere se discende dal pittore o del cantante, non sa rispondere (per nostra fortuna conosceva solo il primo, dimostrando che la frontiera, almeno in questo caso, ha svolto un ruolo positivo)
(Francese: ho creato un mostro! Nathan sta mostrando tutto il sarcasmo del suo avo toscano).
Sulla strada del rientro decidiamo di fare un giro largo percorrendo la “Route des Caps”. Arrivati alla falesia più alta di Normandia, il “Nez de Joburg”, finalmente smette di piovere. Il "naso" è un promontorio imponente che si affaccia su un belvedere mozzafiato. Lontano, laggiù, sul mare ammiriamo l'ansa di Vauville e la falesia di Flamanville.
Proseguendo, superiamo Beaumont-Hauge (un tempo rifugio di contrabbandieri, oggi residenza dei dipendenti della centrale nucleare), dove il sole finalmente si decide fare capolino. Arriviamo a Vauville, dove mettiamo nello stomaco 2 crèpes alla marmellata. Passeggiamo tra la chiesa "rustica" e il maniero "Renaissance" di questo villaggio e arriviamo sulla spiaggia di ciottoli bianchi, dove ci stendiamo. Se la Francese, come ho scritto spesso, ha un temperamento meridionale, così non è per la sua pelle di latte. Appisolati al sole, si è ritrovata il fastidioso arrossamento che avrà modo di rincarare successivamente.
Di nuovo in auto, ci fermiamo a un belvedere che dà su una verde distesa che degrada dolcemente sul mare. Con le falesie sullo sfondo e i pascoli di cavalli e pecore nel mezzo, “mappizziamo” le prossime tappe Bretoni. Io sarei per visitare Mont Saint-Michel domani in giornata e ripartire in serata verso Rennes, dove alloggiare per la notte. Ma la Francese vuole osservare la marea la sera e tornarci la mattina per vedere l’effetto che fa, per vedere come cambia il paesaggio e rimanere a bocca aperta.
(Francese: embè? che c'è di male? siamo qui o no anche per questo fenomeno naturale? io punto i piedi - si era capito, no?)
La ricerca di un alloggio in quella zona, però, sembra vana. Tutte le chambres d’hotes segnalate dal Routard ci rispondono di essere complete. La Francese vorrebbe che telefonassi anche a un lungo elenco di indirizzi presi in un ufficio del turismo trovato lungo la strada. Ma io mi scoraggio e allora desistiamo e decidiamo di proseguire con un nulla di fatto verso Port Bail, dove abbiamo un anticipo del fenomeno delle maree. Port Bail ha un porto turistico alla foce di un fiume. La bassa marea qui, lascia in secco una miriade di imbarcazioni e scatena la golosità dei pescatori che si avventano sulle sacche d'acqua in cui molluschi e pesci rimangono imprigionati. All’interno della chiesa di Notre Dame visitiamo una bella mostra di quadri e tavole disegnate a fumetti (come caspita si chiamava quel vignettista di talento?). Proseguendo, arriviamo a Surville per cenare in un ristorante suggerito dalla Guide du Routard (Le Hamelinet), che, inaspettatamente sfornito di ostriche, ci ha propinato le solite cozze con patate fritte. Ed è qui che la Francese concepisce (ma ancora non pronuncia) la sua terribile minaccia contro di me, che dalle ostriche, cerco di tenermi il più lontano possibile.

mappa degli spostamenti

lunedì 20 agosto 2007

Diario di viaggio: Normandia e Bretagna • Luglio 2007 (V PUNTATA)

20 luglio 2007


La Signora dai capelli cangianti ci ha definitivamente conquistato con la colazione, presi letteralmente per la gola! Un mix di dolce e salato ci ha accolto nella sala da rigattiere. Un commento sul pernottamento complessivamente positivo. Lo stile, come diceva Routard, è decisamente particolare e caratteristico, un giudizio non completamente positivo sulla pulizia – sfiderei chiunque a riuscire a pulire bene una casa antica con tutti quegli abbriccichi – ottimo sulla colazione. Decidete voi se andare da M.me Viard se vi capita di andare da quelle parti (tel. 02-35975477).
Ripartiamo con il solito cielo grigio e la pioggia rada. Oramai siamo rassegnati, questa variabilità di tempo deve essere caratteristica. Direzione Sud, verso la bassa Normandia. La Lucia Bosè ci ha consigliato di andare a Honfleur, anzi ci ha intimato di andarci!
Dopo una decina di km di strada normale ci scappa qualche battibecco
(Nathan: dev’essere il finesettimana che incalza…), per fortuna raggiungiamo presto l’autostrada e attacchiamo una conversazione sui massimi sistemi, inflazione e scala mobile, il costo della vita in Italia da vent’anni, l’economista che è in Nathan ogni tanto torna fuori. Attraversiamo il ponte di Normandia, l’ultima, cronologicamente, delle infrastrutture che collegano le due rive della Senna all’estuario. Appena scesi siamo già ad Honfleur, tipica cittadina nordica, con porto turistico, case in legno a graticcio e quelle di ardesia nera (le più tipiche di questa città). Passeggiare tra negozi e ristoranti è stato veramente piacevole. Quando ha riattaccato a piovere ci siamo rimessi in macchina verso Caen, dopo Rouen l’altra grande città della Normandia. La guida dice “città universitaria completamente distrutta durante la II Guerra Mondiale”, già perché le spiagge dello sbarco qui sono proprio dietro l’angolo.
Anche a Caen cerchiamo il parcheggio del municipio, dove ci ritroviamo su di un’altura davanti ad una Abbazia monumentale. Con il cielo incerto ci incamminiamo a naso verso il centro. Al primo scroscio deciso di acqua, sebbene dotati di kway gemelli, ci ricoveriamo dentro una sala da tè a riscaldarci un po’. Approfittiamo per fissare per la notte. Incominciamo ad avere qualche problema per trovare da dormire, sarà il week-end, combinato con la zona più turistica. Alla fine, rischiando la crisi di nervi di Nathan che odia fare le prenotazioni per telefono
(Nathan: precisiamo, prego: odio fare decide di telefonate e sentirmi ripetere ogni volta “c’est complet, désolé”), ma al quale è costretto, essendo l’unico tra di noi a parlare la lingua indigena –sì, lo so è vergognoso, La Francese non sa il francese – prenotiamo chambre e table d’hote presso i Signori Seguineau a Montgardon.
Nonostante la pioggia a tratti battente, dobbiamo comunque farci un’idea di questa città. Quindi, ci rimettiamo in marcia. Facciamo due foto in croce: la fortezza, le strade antiche superstiti della distruzione. Intervalliamo il culturale con pain-au-chocolat, giusto per non perdere il vizio a mangiare con gli occhi! (Nathan: ma soprattuto con la bocca, direi!)
Prima di avvicinarci al luogo del nostro riposo serale, abbiamo ancora una tappa: Bayeux, la città dell’arazzo. Scopriamo che il venerdì, o forse questo venerdì, è un giorno di mercato ed io mi perderei tra le bancarelle, ma Nath sbuffa, a ragione devo ammettere, perché è un mercato uguale a tutti. Infiliamo nella chiesa della città, che devo dire essere bruttina, almeno ai nostri occhi avvezzi ai più alti capolavori del gotico francese. Ci avviciniamo alla sede di questo arazzo, che la guida indica come una lunga tela con ricami narrativi sulla vita medievale. Stavolta il costo del biglietto, e lo scarso interesse di trovarsi davanti a metri di ricamo
(Nathan: e mettiamoci anche una certa stanchezza, forse più mia che tua, lo ammetto…), ci fanno scansare l’appuntamento con il medioevo e ci rimettiamo in cammino verso il Parc naturel régional des Marais du Cotentin et du Bessin, al centro della penisola normanna nel dipartimento della Manche. La chambre d’hote è vicino a Le-Haye-du-Puit, la padrona di casa ci aspetta per cena alle 20. Nath si è offerto di essere la mia voce a tavola, con una certa eccitazione ha letteralmente pronunciato queste parole “Amore, sarò la tua voce, tu parla e io tradurrò per te”. Mai avrei chiesto tanto, sono tutta dimessa e timida quando parla, mi scoccia chiedergli di riferire per me… al massimo a volte gli suggerisco! Fatto sta che dopo un po’ di giri a vuoto (le indicazioni stradali francesi hanno un lettura tutta loro) siamo giunti a destinazione. Il posto è molto grazioso, i Signori Seguineau molto accoglienti. Ci hanno messo a tavola con altre 10 persone dopo le presentazioni del caso, Nath ha subito precisato che io non spiccico parola e che lui si farà carico di tradurmi. Bene, io lo avevo preso alla lettera nella sua dichiarazione di poco prima. Tempo 10 minuta, alla seconda richiesta di riferire il mio pensiero, tra piatti da passare e da sporzionare, mi ha sgranato gli occhi ed ha esplicitato che si era stufato, letteralmente “la prossima volta che vuoi venire in Francia con me ti impari il francese!” Carino, no? l’amore mio! Ah! Gli omini! non sanno nemmeno cos’è il multitasking!
(Nathan: questa è una bugia infamante! Non era la seconda richiesta, si era già a metà cena, anzi forse era già comparso il dolce della signora Nicole, e tutti quei transalpini erano interessati alla coppia d’italiani, dovevo rispondere e domandare per me, farlo per te, passare le pietanze agli alsaziani, farmi allungare le patate al forno dagli anziani della regione parigina e spiegare la forma e consistenza di un cereale che avevi visto ma di cui non conoscevi il nome, il tutto in due lingue, con qualche nota di colore sul dialetto germanico alsaziano, e il borgognone che voleva sapere da me cosa ne pensassi della riforma pensionistica in Italia, dato che in Francia si va in pensione a sessant’anni già da molto, molto tempo…. Uff, che cena stressante!). Insomma mi sono messa lì tutta la cena a sorridere e dir “merci”. Un’esperienza da fare la table d’hote, se puoi conversare con i commensali! A livello gastronomico tutto eccellente, il sidro fatto dal padrone di casa, la terrine campagnard come entrée, l’arrosto di manzo con gratiné-de-pommes-des-terres-au-daufinois, che altro non è che patate al forno con formaggio, poi a chiudere un vassoio di formaggi di zona, inutile dirlo, buonissimo, e anche il dolce, che non saprei dire né nome né ricetta
(Nathan: mi pare di ricordare una marmellata di prugne e una pasta frolla, molto, molto burrosa).
Dato il week end e le difficoltà a trovare alloggio, abbiamo pensato di programmare una successiva notte a Montgardon, con successiva giornata di relax, escludendo la table d’hote che tanto rilassante non è stata!

mappa

martedì 14 agosto 2007

Diario di viaggio: Normandia e Bretagna • Luglio 2007 (IV PUNTATA)

19 luglio 2007


Anche stamani, colazione più che soddisfacente. Quella delle chambre d’hote è veramente un’ottima sistemazione, accogliente ed economica, le tariffe a notte per una doppia si aggirano tra 35 a 45. Sembra che qui non sia avvenuto quello stra-ricarico dell’euro. Riprendiamo la strada, ma per poco, l’Abbaye de Jumiège è veramente dietro l’angolo. C’è da pagare un biglietto, avremmo preferito di no. La nostra vuole essere una tappa breve. Vogliamo riprendere la via di Le Havre, che sia per la Route delle Abbazie o delle chaumières. Paghiamo e lo spettacolo dell’interno è molto suggestivo. La Basilica risale al 654 con ricostruzione nel XI sec. Adesso è un rudere senza tetto, ma ben tenuta. Il parco avrebbe meritato una visita più accurata. Ripartiamo dividendoci tra i due percorsi, prima verso l’Abbaye de St-Wandrille, poi la route des chaumiere. Una volta lì capiamo che si tratta di un percorso sulla riva sinistra della Senna per valorizzare le case tradizionali dal tetto di paglia, chaumières appunto
(Nathan: io l’avevo già capito prima. Tu no?). Attraversiamo, anche troppo velocemente, paesi da cartolina, dove tutto è lezioso e ben custodito.
I ponti sulla Senna sono opere di ingegneria rilevanti ed imponenti, coprono luci di centinaia di metri perché qui il fiume è gigante, essendo vicinissimo alla sua foce in mare.
Le Havre si colloca proprio sull’estuario, alla punta estrema verso il mare, è il secondo porto di Francia dopo Marsiglia, ed io adoro i porti, così diversi dalla mia immobile Firenze. Questa città mi preme particolarmente. Fu completamente rasa al suolo durante la II Guerra e completamente ricostruita da August Perret, architetto di stampo antico che codifica l’utilizzo del cemento armato. Lo stesso Perret di Rue Franklin a Parigi (vedi qui). So già cosa mi aspetta, niente di quello che abbiamo visto fino ad ora, nessuna casetta tipica a graticci di legno, nessuna tinta sgargiante o balconi fioriti, ma cemento armato prefabbricato, edifici rapidi e omogenei, in risposta all’esigenza di dare una casa agli sfollati, di ridare dignità ad una città martoriata dalla guerra. Una comunità dignitosa, in nome di quello che allora era un materiale “nuovo”.
Ricordo la presenza di una chiesa ma non molto di più. Arrivati in città, optiamo per il parcheggio interrato. Una volta alla luce, ci troviamo nel cuore del progetto di Perret, la Place dell’Hotel de Ville. Il municipio ha una grande torre con orologio, eco degli storici edifici pubblici. Attorno, una piazza bella, rigogliosa di verde ed ordinata nella modularità delle facciate prospicenti. Vediamo spuntare dal tessuto urbano un campanile di quella che leggo sulla mappa essere il vago ricordo della chiesa, Sant Joseph, anche questa in cemento, anche questa di Perret. Il cielo è sempre variabile, e proprio mentre ci avviciniamo diventa grigio, come il cemento armato a vista, una luce grigia permea tutto. Giriamo attorno all’edificio quadrato, fino all’accesso, anonimo. Qui le mie aspettative sono già azzerate e incomincio a farmi un’idea sugli sfottò che Nathan perpetrerà per giorni sul maestro Perret e il suo materiale. Ma è proprio quando siamo sfiduciati che abbiamo le sorprese più grandi, no?!
(Nathan: sì sì, eccome!). Dentro si apre un ventre accogliente e luminoso. Dalla base dell’edificio si accende un cono luminoso - la lanterna centrale, quella che prima ho chiamato campanile ma che è di dimensioni esagerate - tutto costellato di vetri colorati, attuali discendenti delle vetrate gotiche. Ogni lato dell’edificio filtra luci con predominanti cromatiche diverse. Leggiamo che St-Joseph è stata riconosciuta monumento dell’umanità, e secondo noi a ragione
(Nathan: un titolo ormai inflazionato, qui in Francia…). Soddisfatta di dovermi ricredere e lieta di poter continuare a vedere in Perret un maestro dell’architettura contemporanea, ci avviamo verso la spiaggia. C’è un bel porto e una bella spiaggia turistica; un viale la percorre fiancheggiato da chioschetti-ristorante. La spiaggia è scandita da casine di legno mono-famiglia per ripararsi dal freddo vento di mare. Noi, più che dalla spiaggia, siamo attirati dai ristorantini. Il primo ci ha convinto, troviamo quello che cercavamo: il piatto regionale moules-et-frites. Ci sediamo e portano anche a noi quelle deliziose pentoline monoporzione con cozze al naturale con un po’ di cipolla e le patate fritte da pucciare nel sughetto! Bontà di elaborata digestione! Qui ho riprovato con il caffè, ma giuro che rinuncio!
Ben rifocillati, ripartiamo salutando soddisfatti Le Havre e Perret, direzione Côte d’Albâtre. Abbiamo fissato per la notte in una chambre d’hote da M.me Vaird, presso St-Martiin-aux-Buneaux, loc. Tournetot. La guida Routard le etichetta uno stile veramente particolare, vedremo con i nostri occhi entro la serata. Per il pomeriggio scendiamo lungo la costa d’alabastro a vedere le falesie a picco sul mare e i caratteristi paesi normanni. Si susseguono Ètratat, dove compro la mia francese maglietta a righe in un edificio tipo mercato coperto dalla caratteristica carpenteria lignea e Fecamp, dove cerchiamo di visitare la Distilleria Bénédictine che però troviamo chiusa. Riconosciamo entrambi a questo posto un fascino molto anglosassone, quello, per intenderci, dei film di Loach. Anche per questa volta trovare la stanza della notte non è stato semplice, complice anche la pioggia. Arrivati la sorpresa è enorme, M.me Viard è una sorta di Lucia Bosè, la casa il covo di un rigattiere (la foto è sfuocata ma rende). Ci assegna un stanza duplex per 6 persone e ci consiglia di andare a mangiare a Veulettes-sur-mer. Complice il mal tempo, tutto qui sembra scarsamente abitato. Il fascino da terra alla fine del mondo viene amplificando dal vento, la luce crepuscolare e le facce lavorate dal sale. Scegliamo l’ultima bettola del lungo mare ed abbiamo fortuna, ci portano dei piatti enormi e gustosi.

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lunedì 13 agosto 2007

Diario di viaggio: Normandia e Bretagna • Luglio 2007 (III PUNTATA)

18 luglio 2007


Svegliarci in campagna ci fa sentire realmente in ferie, una dimensione nuova che durerà un mese intero, il nostro mese insieme.
Scendiamo dalla Signora Jacquelin Leriche a far colazione. Usciamo dall’ala della fattoria riservata alle chambre d’hote, che contiene anche un museo della civiltà contadina, e ci dirigiamo verso il salone da pranzo. Qui un reperto della civiltà che fu, un grande tavolo da pranzo per famiglie numerose, le braccia dell’agricoltura. È apparecchiato per due, con croissant, café-au-lait, baguette, burro giallo e marmellata. Che buon risveglio! Dopo il lauto pasto, due parole con la Signora, che originalmente ritiene francesi, italiani e spagnoli tutti di una stessa razza, latini
(almeno per quanto riguarda la lingua. Detto per inciso, non saprei davvero quanto la gentilezza, la cordialità e il senso civico di questi normanni abbia punti in comune con molte tra le inclinazioni italiche – il commento è di Nathan)

Rimessi in strada, salutiamo Brienne-sur-Aisne e la campagna dello Champagne senza aver ceduto alla tentazione di posticipare il nostro arrivo in Normandia per le sotterranee cantine del nettare con le bollicine.
La nostra meta è Rouen, capitale della Normandia nonché città adottiva della mia Simone, la già troppo citata autrice de L’Età forte. Mi sento attratta da questa città che l’ha ospitata per anni, che l’ha vista nella pendolare dell’amore verso Berlino, Parigi o Le Havre, verso Sartre.
Per raggiungere Rouen riprendiamo l’A26 a Neufchatel-sur-aisne. Decidiamo per una sosta intermedia e scegliamo la più prossima, St. Quentin, snobbando la successiva e più famosa Amiens. St. Quentin, cittadina “minore” per la guida verde, si è rivelata una vera e propria sorpresa. Interessante fin dall’uscita dell’autostrada, che la rivela arroccata su di una collinetta, ma la sorpresa vera e propria è stata quando, emersi dal parcheggio interrato, ci siamo trovati in una spiaggia attrezzata. La centrale piazza del Hôtel de Ville in stile gothique flamboyant era allestita con sabbia, piscine, scivoli, giochi per bambini e sdraio con ombrelloni per i grandi. Una soddisfazione a vederli! Tutto attorno il mercato settimanale con banchi di frutta ed extra alimentari. Ci siamo concessi una bella passeggiata, con visita alla Basilica di St. Quentin del XIII-XV e anche al mercato. Qui abbiamo acquistato il “cestino” per il nostro pic-nic autostradale: due formette di caprino direttamente dal produttore, una baguette non complète, e deux tomates perché ci stavano bene, oltre che coca cola sostitutiva del caffè, che si ostinano a chiamare espresso ma non è. (Nota: di solito mi adatto alle abitudini locali, ho bevuto caffè austriaco lungooooolungo, quello svedese, quello turco buonissimo, ma questo lo trovo assolutamente insoddisfacente per il mio palato). Lungo il tragitto in auto, Nathan ha cercato telefonicamente un alloggio per la sera, e prevedendo di riuscire a visitare il capoluogo nel pomeriggio, abbiamo fissato ad una quindicina di chilometri ad ovest, una Chambre d’hote vicino all’Abbaye di Jumièges, una San Galgano della Senna.
Rouen si è rivelata splendida, animata di belle persone, affatto provinciali, e ricca di edifici monumentali: la cattedrale di Notre-Dame cuore della città, il rinascimentale Gros-Horloge, il fiammeggiante Palais de Justice, la chiesa abbaziale di St. Ouen, la Place del Vieu Marché, dove fu arsa viva la pulzella di Orléans, la chiesa e l’Aître di St. Maclou, la prima capolavoro gotico ma chiuso per insufficiente personale, il secondo sede dell’Accademia di Belle Arti, tanto bello da farmi tornare la voglia di andare a scuola! Bella Rouen, veramente!
Riprendiamo a sera il nostro autocammino verso le camere di campagna. Non è mai facile, i paesini dove troviamo le Chambre d’Hote sono sempre poco segnalati e le nostre mappe poco dettagliate. Stavolta la prendiamo larga, passiamo per Maromme
(Nathan: anonima e inquietante cittadina satellite di Rouen…), gemellata con il mio fiorentino comune di residenza (Nathan: capisco perché si sono gemellati…). Abbiamo anche una disavventura, mettiamo benzina con il bancomat ed invece delle 20€ spese l’sms ne riporta 100€. Speriamo di risolverlo al rientro.
Arriviamo al Relais de L’Abbaye dopo un lungo peregrinare che, per fortuna, è ancora giorno. Per forza, secondo me, qui il sole non scende mai! Jumièges è la prima tappa del percorso che faremo domani lungo la Strada delle Abbazie. La signora del Relais ci consiglia un ristorante, qui sembra non ce ne siamo molti, lungo la Senna. Il fiume qui è prossimo al suo estuario ed è grandissimo, lo si attraversa con battelli (Nathan: i bac, attrezzati per caricare le auto) e vi navigano grandi chiatte stracariche di container. Per giungere a “Le Pommeraie” (tel. 02 35379487) ci sono attimi di attrito tra me e Nath, generati dalla fame e dalle scarse indicazioni stradali, ma che sono dissolti a tavola (Nathan: non è vero, abbiamo solo ragionato pacatamente sulla strada del ristorante. Io sostenevo, sbagliando, che si doveva prendere un’altra strada per il ristorante, ma ho comunque seguito il tuo intuito e siamo arrivati a destinazione). Ci mettiamo in veranda, lungo la strada che costeggia la Senna. Romantico a prima vista, se non fosse che la strada è percorsa a velocità altissima e un po’ ci impensierisce. Ma arriva il tramonto e la poesia di una luce calda e avvolgente. Il mêtre molto gentile ci consiglia un percorso alternativo a quello che abbiamo studiato per il giorno successivo, la route des chaumières – cosa saranno ‘ste chaumiere? – oltre che consigliarci di tornare per un grande evento che coinvolge quest’ansa di una Senna, l’Armade del 2008

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giovedì 12 luglio 2007

Normandia e Bretagna ci aspettanno!

Ci siamo, le nostre vacanze ci aspettano.
Domenica La Francese raggiungerà Nathan nella sua valle e insieme inizieranno il viaggio via terra verso il nord della Francia. Aspettative molte, soprattutto una, quella di stare un mese intero insieme, fino a quando scoccherà mezzanotte e il ferragosto scioglierà l'incantesimo rimettendo fra loro i soliti 500 km.
Imminenti sono i giorni e le notti insieme, in vacanza e a casa, sempre insieme.
Buone Vacanze a tutti e un augurio grande, quello di essere felici!

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