Al culmine della mia mania per le liste, ecco qui una lista promemoria delle cose che voglio vedere, chissà quando, ma prima o poi...
Mancato il proposito di limitarsi all'italia...
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lunedì 9 luglio 2012
Questo lo voglio vedere! #1
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sabato 9 gennaio 2010
Sabato di cuRtura a Milano
La dieta, il trasferimento e la nuova condizione di stanziali?! Dite la verità - oh voi lettori di questo blog in rovina, se ancora esistete?! - ci credete imbolsiti e con le ciabatte ai piedi, incancreniti davanti alla tivvù a vedere di pacchi e coscette di pollo con principi danzanti?!
EBBENE NO! MAI!
Come è vero che sono LaFrancese - alias bambina-con-la-valigia - non è bastato il maltempo preannunciato - pioggia, forse neve - e nemmeno i rincari di trenitalia, a fermare il nostro sabato di curtura a Milano!
Stamani all'alba, sul nostro prode destriero a due ruote con parafango rotto e corredo di schizzi, ci siamo recati alla SMN florence station per farci portare - dalle ormai effettive freccerosse - nell'unica vera realtà metropolitana italiana alla velocità della luce!
Davvero! ...e pensare che quando ci serviva tutte le settimane ci metteva molto di più!
Le nostre mete - oltre a qualche negozio in saldo di straforo - due mostre:
Frank O. Gehry dal 1997 alla Triennale, in scadenza domani, ne abbiamo parlato qui e Edward Hopper a Palazzo Reale, la nostra precedente segnalazione qui.
Che dire?
Primo che a Milano pioveva e noi sia sempre senza ombrello.
Entrando nello specifico...
La sede della prima mostra - parliamo del Palazzo dell'arte di Muzio - è molto bello e molto ben tenuto. L'allestimento della mostra era molto semplice, ma come lo era la mostra in sé. Conteneva i modelli delle opere di O. Gehry e qualche video. Interessante, ma in fin dei conti sono modelli di studio, semplici, spesso in cartone o plexglass, non interessanti in quanto tali.
Niente a che vedere con gli antropomorfi modelli della mostra di Calatrava del 2000. Bello il book shop e noiose le comitive che affollano l'edificio il sabato ingolfando biglietteria e guardaroba. Ma perché li portano di sabato?
La secondo mostra è superba nell'allestimento, raffinata oserei dire. Per la prima volta credo di non aver passeggiato borbottando contro la luce mal posta e i riflessi sui vetri dei quadri. Pareti in toni chiari ben armonizzati, moquette ritagliata a definire le pertinenze delle opere a parete. Possiamo dire che anche qui siamo riusciti a mandare in tilt la rete che emetteva i biglietti e a prolungare la sosta in fila, che poi è diventata fila nelle sale, comitive, comitati di audioguide ecc.
Ma, il ma peggiore, riguarda la scelta della disposizione delle opere, fatto non in ordine cronologico ma per temi: Hopper e la grafica, Hopper e i disegni preparatori, ecc.
Ci ha un po' stupito questa scelta dopo aver visto e letto uno splendido video diretto da Steve Martin che ripercorreva la vita dell'artista, dalle sue prime alle opere mature fino alla sua morte. Questo qui probabilmente, solo che qui si sente un audio e noi abbiamo letto in religioso silenzio sottotitoli che ci impedivano di vedere bene le figure. (^_^ un po' di polemichina!!)
Bene, quindi, perché il video che ripercorreva in ordine cronologico le opere e la loro evoluzione e poi la scelta di una tale disposizione? Perché? Semplice, i quadri non sarebbero bastati! La mostra è povera di opere famose dell'artista americano. Non crediate di vedere I Nottambuli, Gas o Il Cinema di New York, non li vedrete a meno che non vogliate acquistare il catalogo della mostra, che non si sa perché li contiene. Costo extra, oltre i 9,00 euro dell'ingresso, 30,00 euro, ma siete fortunati! è scontato! c'è la settimana della Skira!
...e vogliamo aggiungere qualcosa sul gastronomico? Abbiamo cercato le nostre orme e abbiamo mangiato a quella che era la Salsamenteria Verdiana, che adesso è di Parma in via San Pietro dell'Orto. Rapido, calorico e indolore. Cotechino e pure per la nostra dieta.
Non avrete mica pensato ad una dieta dimagrante?! Na! È di mantenimento della nostra abbondante e gioconda linea!
ps. Baol, scusa, non abbiamo fatto a tempo prima!
lunedì 2 novembre 2009
Segna•L'•Azione: Frank O Gehry a Milano

Frank O. Gehry dal 1997
27 Settembre 09 - 10 Gennaio 10Orario: 10.30 - 20.30, chiuso il lunedì - Giovedì 10.30 - 23.00
Luogo: Triennale di Milano
Ingresso: 8 € - 6 € - 5 €
Info Web www.triennale.it
venerdì 9 ottobre 2009
Segna•L'•Azione: Hopper a Milano, 15 ottobre/31 gennaio

La prima grande mostra di Edward Hopper in Italia.
MILANO, PALAZZO REALE
15 OTTOBRE 2009 - 31
GENNAIO 2010
a cura di: Carter Foster
In collaborazione con il Whitney Museum of American Art, New York
Roma, Fondazione Roma Museo,
16 febbraio -13 giugno 2010
Losanna, Fondation Hermitage,
24 giugno - 17 ottobre 2010
venerdì 28 settembre 2007
Innamorati a Vigevano, separati a Milano
Vigevano è proprio una chicca. Sono mesi che la Francese mi ci voleva portare. Vi arriviamo dal lato del Castello. Iniziato dai Visconti e rimaneggiato dagli Sforza, è un complesso esempio di architettura militare. Ci inoltriamo nel cortile visitando le scuderie, occhieggiando il Maschio (detto anche palazzo ducale) e la falconeria. Scendiamo una scalinata e siamo in Piazza Ducale, il cuore della città, il motivo principale che ci ha spinti fin qua. Costruita nel ‘400 per volere di Lodovico il Moro, questa piazza rettangolare è davvero una delle più belle d’Italia. Porticata su tre lati, con colonne che sorreggono arcate e capitelli tutti diversi fra loro, la piazza proietta lo sguardo sulla facciata concava del Duomo seicentesco di Sant’Ambrogio. Ma la sorpresa di questa cittadina di sessantamila abitanti a un soffio da Milano è anche la via coperta. Lunga 164 m, sviluppata su due piani, la via coperta fu voluta da Luchino Visconti (non quello che pensate) per collegare il Castello con la Rocca Vecchia (ora sede di un cortile e della Cavallerizza).Infine, tra una lettura di giornali e un caffè in piazza Ducale, decidiamo di puntare verso un ristorante che la Francese ha trovato nel web. Usciamo da Vigevano in direzione Milano e dopo pochi chilometri arriviamo al ristorante scelto dalla mia panzerotta.
Troppo chic. Ogni tanto mi permetto di dare di queste sentenze. Sul web c’erano i menù ma non i prezzi. Davanti a questo ingresso decisamente lussuoso che dà su un giardino rigoglioso, vediamo solo bmw e mercedes. E la Poderosa, di mischiarsi a quelle lì, proprio non ne vuol sapere. Allora seguiamo altre indicazioni. Pare essere una zona di ristoranti. Come a Piacenza, anche qui i buoni ristoranti li trovi in campagna. Seguiamo una strada che costeggia un bosco e una centrale elettrica. Saliamo lungo una strada che si attorciglia sopra una collinetta e arriviamo in faccia alla Trattoria Bellavista.
Ci accomodiamo nella terrazza vetrata che dà sul bosco. È una radiosa domenica di sole e il luogo concilia l’appetito e la pace interiore. Io ordino questo, la Francese quest’altro, e poi due secondi (amnesia! nemmeno il pesce può arginare le mie lacune), innaffiando il tutto con un ottimo vino friulano. Cucina ottima, conto un po’ fuori budget, ma il pesce, si sa…
Ripartiamo e risaliamo ancora verso nord.
Panzerottamia ha l’Eurostar alle 18.14. Alle quattro siamo in centro a Milano. In corso Porta di Vittoria si paga la sosta. Anche la domenica. Niente parcometri, però. Devi comprare il gratta e sosta. Ma dove? Che è tutto chiuso. Chiediamo al barista all’angolo. Lui dice “Proa lago guscio”. Eh? “prova largo ausguscio”. Ch’ha detto? Mi fa la Francese. Non son sicuro, ma dice di provare in largo Augusto.
Andiamo torniamo alla macchina e chiediamo a una coppia di ragazzi appena arrivati che stanno grattando il loro cartoncino. “Ragazzi, dove si comprano quei cartoncini?”. “Ah, oggi è tutto chiuso, ma qui non controllano mai”. Questi parlano in modo comprensibile, mi pare. Ma la Francese, più vicina a loro di quanto lo sia io, si volta verso di me e, invece di chiedere a loro di ripetere, chiede a me “che hanno detto?”. Glielo ripeto traducendo in toscano. Per la mia Panzerotta a nord del Rubicone parlano tutti francese, lingua a lei, si sa, sconosciuta.
Piazza Duomo è sempre in piazza Duomo. La Francese mi porta in corso Vittorio in cerca di una presunta nuova libreria che lei giura aver visto in allestimento durante l’ultimo nostro passaggio in questa città. A me non torna. In realtà il suo piano è un altro. Con questa scusa mi conduce davanti a un baracchino di castagnaro pieno di gente così. “Ho tanta sete”, mi fa, ignorando la mia idiosincrasia nei confronti delle code finalizzate al consumo. Resisto dieci secondi. Ci sarà un altro baracchino. Proseguiamo. Lo troviamo, prendo la bottiglietta d’acqua, la faccio contenta e torniamo in Piazza Duomo per infilarci alla Feltrinelli. Io compro un libro di Atzeni (“L’apologo del giudice bandito”), cagliaritano come Coniglia, che me l’ha consigliato.
La Francese invece non trova nulla. Fa la capricciosa, mi sta alle calcagna perché dice che se non trova nulla è colpa mia che le ho messo fretta. Ma andiamo, dobbiamo andare, che l’Eurostar non aspetta.
Sul parabrezza niente multe. Saliamo e lei, la navigatrice che ogni uomo ha sempre sognato, mi conduce, cartina alla mano, dritto dritto in Centrale.
Possibilità di lasciare l’auto nemmeno a parlarne. Ci lasciamo con lunghi abbracci e baci frementi. “Vai amore, la settimana vola, vedrai”.
L’sms che mi dice che è partita arriva mentre seguo le indicazioni per la A4. Vado e forse non sbaglio. Ma sbaglio e finisco a Cinisello. Giro di qua e giro di là. Imbocco la tangenziale, direzione Torino. Ho sbagliato, ma ho recuperato subito. Sono in coda. Lei mi chiama. È già a Piacenza. E io vado, verso il sole che cala.
venerdì 30 marzo 2007
Meridionale dentro - terza parte
Domenica e il riscatto della SerenaNon mi sono alzata proprio riposata, domenica mattina a Milano. Tra il freddo per la coperta piccola, la schiena a pezzi per il letto scomodo, il cielo grigio e l’ora in meno, non saprei con chi rifarmela di più. Per fortuna la cena era stata di ottima digeribilità, altrimenti sarebbe proprio stata una notte drammatica. Ma visto la buona cucina del Garibaldi, alle 10 (ora legale) i nostri stomaci esigono la colazione. Ci avviamo verso il quarto piano, sede della sala colazioni dell’Hotel Serena, pronti a tutto. Ed invece, miscredenti, ci dobbiamo ricredere. Ambiente finestrato su questo bel quartiere di Milano, due signore extracomunitarie sorridenti ci accolgono e ci preparano un dignitoso cappuccio con brioce e succo di frutta. Con noi, altri clienti dell’albergo, venuti a Milano dal vero sud, per la laurea della figlia, ma impossibilitati a partire e costretti ad un giorno in più per difficoltà di treno. Beati loro, magari trattenessero me e Nath un giorno in più… lo penso e non lo dico, sono un po’ ostile questo fine settimana.
Domenica, Sant’Ambrogio e la sua funzione
Voglio andare a Sant’Ambrogio. Svelo a Nath che è tanto che ci voglio andare, come è tanto che voglio andare a Parigi, come era tanto che volevo andare a Torino. Dal liceo, da quando studiare storia dell’arte era uno sguardo sul mondo. Ricordo la Basilica, rossa e grande, diversa dalle chiese della mia città. Ricordo un tono corale, dato dal grande cortile sull’esterno per la raccolta dei fedeli. Ricordo un carattere semplice e schietto, non ricordo altro.
Metrò. Questa volta siamo per i mezzi pubblici, anche perché con questa pioggia non si può certo fare altro.
Arriviamo dalla Podesteria e Sant’Ambrogio è lì davanti a me, con i suoi tre grandi archi della facciata che spuntano dal recinto del portico antistante. Corriamo per entrare dentro. Turisti come noi e qualcuno che cerca riparo. Entriamo in chiesa, anche se c’è la funzione, anche se Nathan un po’ storce il naso con la scusa del disturbo ai fedeli. Io non torno indietro se non entro dentro. La chiesa è affollata, le panche non bastano, la gente è seduta sulle sedie. Ad ulteriori parole di Nath sul disturbo, gli propongo di seguire la messa. Sì, l’atmosfera durante la cerimonia è piacevole, accogliente, cordiale. Mai capitato. Sorprendente. L’incenso è tantissimo, crea nubi nell’aria. S’innalzano cori e parole in questo spazio bianco dalle membra costolanate di mattoni. I nostri passi risuonano sotto le parole del parroco e le intonazioni dei fedeli. Percorriamo le due navate ed usciamo pochi minuti, ci perdiamo la fine. Al rientro le luci sono spente e la gente sfolla. L’atmosfera non c’è più. L’energia diffusa.

Domenica, il bis di Verdi.
Il pasto della domenica è orientato verso Brera. Scoperta di ieri notte, la vorremmo vedere alla luce del giorno, ma ci accontenteremo di questa triste giornata milanese. Sempre con il metrò sbuchiamo davanti al Piccolo. Si intravvede uno scorcio di Castello
e tatatààààà, una seconda Salsamenteria Verdiana, il locale dove avevamo pranzato nella precedente nostra incursione milanese. Bene bene, sappiamo anche dove mangiare, e meno male. Dopo due, dico solo due, passi per fotografare il Castello sforzesco da lontano e farlo vedere a Nath, abbiamo gozzovigliato alla tavola in digestione del bollito misto senza testina – finita tutta nella porzione precedente la mia – per poi passeggiare in una Brera più chiusa che aperta.Domenica, la tristezza della pioggia e delle stazioni
Dopo un breve shopping a Brera, foto davanti alla vetrina, un tè con Celati, non rimane altro che riavvicinarsi alla stazione. Un quarto d’ora tra i nostri due treni. Tu porti me al binario e poi dovrai correre al tuo, in questa grande stazione. Come noi altre coppie di tutte le età, si sbaciucchiano sui gradini del treno. Un dolore collettivo è sempre un dolore che si sente dentro. E quando ci salutiamo è sempre più forte. Sapere che una lunga settimana ci separa non è mai facile. Hai voglia a dire “passa presto vero Nath” in quel momento, l’unica cosa che il mio cervello pensa è che non ti vedrò, non ti abbraccerò, non ti guarderò negl’occhi fino alla prossima settimana. Monto sul treno per lasciarti il tempo di prendere il tuo. Seduta al mio posto sono proprio xxxazzata con il mondo intero.
Provo a studiare. Scaccio i pensieri della lontananza, penso di occupare il tempo che sta tra i nostri fine settimana in modo costruttivo, potrei fare… aziono le pale e dormo. Dormo fino a quando la bimba accanto a me non si contiene più e schiamazza. Il tempo in questa posizione non passa più.
L’arrivo nella Grande Città di F. non ha sorriso, sono ancora arrabbiata, con tutto e con niente. Con un libro in fase terminale aspetto l’autobus che mi porterà alla macchina. Mi isolo dentro alle sue pagine.
Al volante, tra un movimento e l’altro dei tergicristalli, mi sento straniera sulla strada di casa.
giovedì 29 marzo 2007
Meridionale dentro - seconda parte
Sabato, quarantacinque minuti di anticipoChi lo avrebbe mai detto, io che sono sempre in ritardo cronico, sono qui alla stazione centrale della Grande Città di F. con quarantacinque minuti d’anticipo ed ad un’ora impropria, le 7.30. Sì, del mattino.
Cosa non fa l’amore! E meno male che ho chiamato trenitalia per sentire dello sciopero del personale della mia regione, avevo per sbaglio fatto il biglietto del treno prima, quello delle 7 e non quello delle 8.15. Meno male!
Sai che roba, io che vengo alla stazione e mi accorgo di avere il biglietto per il treno già partito!
Quarantacinque minuti di anticipo e il treno sembra non arrivare mai. Compro il
giornale ma con la borsa a tracolla e il cestino (nella foto) in spalla non riesco ad aprirlo. Figuriamoci se mi appoggio! Ts! Io sto in piedi vicino ai binari dell’eurostar ad aspettare che il cartellone partenze disponga il binario del mio treno per Milano centrale e scattare verso la vettura.
Che zoo di variegata umanità che è la stazione.
Fiumane di pendolari allagano questo ambiente razionalista ad ondate.
Soggetti strani si affacciano sporadicamente tra la marea di omologati dalle bianche cuffie agli orecchi.
Un barbone che chiede l’offerta di un caffè; una pertica ossuta, con trampoli anni sessanta dalla chioma bionda ondeggia a grandi falcate tra binario e binario; un bel giovine – ebbene sì, Nath, l’ho guardato! - dai capelli chiari e dall’abbigliamento casual legge El Pais, senza alzare mai gli occhi. Rimarrò curiosa di saperne il colore.
Finalmente il treno arriva, prendo posto e incomincio una minuziosa lettura del giornale. Una volta terminata, con attenta annotazione dei libri recensiti che vorrei ma non potrò comprare - vedi capitolo precedente voce sono in bolletta - penso bene di impiegare queste due ore rimaste, a studiare. Studiareeeee??!! Tutte le volte che mi arrivano le tasse universitarie penso: “Ora mi metto a studiare seriamente, sono quasi due anni che non faccio un esame, che vergogna!”. Il più delle volte non prendo nemmeno il ritmo, passo i libri da ripiano all’altro. Messaggio con sms i mie vani propositi a Nath e poi crollo sotto il peso soporifero di nemmeno 10 pagine lette. Quando mi risveglio, manca solo un’ora al nostro abbraccio. Ho un paio di telefonate da fare e l’arrivo a Milano è rapido.
Sabato, in testa del binario.
Scendo. Non trovo niente per guardarmi allo specchio. Niente. Né un finestrino sporco, né un cartello pubblicitario. Accellero il passo, lui dovrebbe essere lì, all’inizio del binario. La sua corriera arrivava prima, stavolta. Stavolta ci sarà.
Non giungo nemmeno in fondo e lo vedo, rasato, sbarbato completamente, che cerca con gli occhi tra la folla. È corrucciato, gli occhi si muovono con un veloce movimento della terra sul flusso di persone che scorre e passa.
Mi fermo. Lo fisso. Aspetto che guardi me, proprio me.
Aspetto e vengo premiata, mi vede e il suo viso si accende. Che emozione tutte le volte. Il cuore mi sale in gola e al momento giusto strabocca in baci, abbracci e parole a metà.
Ci incamminiamo. Usciamo dal grande tetto di metallo della Centrale di Milano, dal grande atrio bianco per giungere in piazza. Il sole, c’è un bel sole che ci sorride.
Caffé al solito bar e via alla ricerca di questa via boscovich. La zona non è male, vicina alla stazione ma non troppo, le case non sono altissime, fiorite e ben curate. “Sembra Torino”, dici. Vero amore mio, sembra la tua Torino. Troviamo l’Hotel Serena e la scortesia della sua receptionist, ma chi se frega, dopo che ci ha dato la chiave della camera 21, chi se ne ricorda più!
Abbiamo risparmiato, vero. La camera è pulita, vero. Il bagno è grande, vero. Dell’automa all’accoglienza, chi se ne frega, vero, ma che cappero, potevano mettere almeno una fascetta alle zampe di quei due letti gemelli apparecchiati da matrimoniale!
Non lo sopporto proprio che il letto si apra in due sotto il peso dei nostri corpi innamorati!
Sabato e Kandinsky
Non ricordo più per quale logico motivo avevo programmato la visita alla mostra proprio di sabato, forse per evitare l’eventuale coda domenicale, forse per arrivare direttamente dalle cinque che saremo e siamo usciti dalla stanza d’albergo, all’ora di cena, o per avere la domenica libera di fare altro, o per tutte le cose insieme. Fatto sta, che l’albergo una cosa buona ce l’ha, la posizione. Usciti siamo subito in Corso Buenos Aires che non è la desolata arteria di traffico carrabile che abbiamo percorso il precedente week end milanese. Arriviamo velocemente in piazza San Babila senza guardare nemmeno una vetrina, prendendo giusto un caffè, siamo in bolletta o no? Drittidritti a Palazzo Reale, ci accingiamo al grande Wassilly.
Ammetto con Nath che non ho studiato, né nella vita da studente né nell’immediato pre mostra il pittore astratto. Entriamo, entrambi ignari della sua poetica e ne usciamo entusiasti.
Sabato. Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba…
Ristorante prenotato. Qualcosa abbiamo imparato dai nostri peregrinare da una città all’altra per fare l’amore. Organizzati è meglio. Si evita di perdere tempo, quella quarta dimensione preziosa che a noi serve per amarsi. Gironzolare a caso in una grande città alla ricerca di un locale carino e non carissimo non è semplice. LaMadama mi aveva consigliato il ristorante Al Garibaldi, Nath aveva prenotato e noi siamo arrivati puntuali.
Ci siamo arrivati a piedi, passando per La Scala, sostando per apprezzare o disdegnare l’abbigliamento di chi si avvia al teatro. Abbiamo attraversando casualmente quel quartiere delizioso che è Brera, giungendo proprio dietro il teatro Smeraldo.
Da bravi provinciali quali siamo, ci ha sorpreso dover suonare il campanello per entrare nel ristorante. Un tipo ci ha aperto e condotto al tavolo passando l’office - mi sembra si chiami così - quell’ambiente demodè tra cucina e sala dove si tengono e si smistano i piatti. Ambiente carino, un po’ fuori moda, quasi decaduto ma non male. Menù interessante, ma meglio stare leggeri (ci siamo mangiati quasi tutta la pizza salata in un attacco di fame chimica post amore) per la salute e per il portafogli.
Io vado per l’osso buco, voglio proprio vedere come lo cucinano qui in patria, mentre il mio Nath prende il coniglio non ricordo come. In conclusione piatti buoni, qualche difficoltà sul servizio ma in compenso nessuna complicanza nel giudicare troppo caro il conto. Ottanta euro per un antipasto, due secondi e due bicchieri di vino. Troppo. Una per tutte, coperto cinque euro. Un po’ troppo no?
Sabato, una coperta per due.
Che bussola che sono! Non nel senso che non sono slanciatissima, no… e un po’ bussolotto lo sono. Bussola nel senso che ho un buon senso dell’orientamento, mentre Nath, no.
Il primo passo fuori dal ristorante l’ha fatto nella direzione sbagliata. E un po’ l’ho preso in giro, ovvio no? Ma quando in via della Repubblica ha indicato la direzione di piazza duomo cercando la stazione, sono proprio scoppiata a ridere da meriodionaledentro.
Condotto in albergo gli ho fatto pagare a caro prezzo questo servizio… Come?
L’ho costretto a leggere, e a leggere, e a leggere, fino a quando i miei occhi facevano fatica a stare aperti …cosa avevate capito?
Durante la notte, ci siamo resi conto che oltre a tutte queste splendide emozioni dell’innamoramento, oltre alla conoscenza di altre città ed altri loghi, stavamo dividendo anche una sola, unica piccola coperta da una piazza.
Cosa non fa l’amore! E meno male che ho chiamato trenitalia per sentire dello sciopero del personale della mia regione, avevo per sbaglio fatto il biglietto del treno prima, quello delle 7 e non quello delle 8.15. Meno male!
Sai che roba, io che vengo alla stazione e mi accorgo di avere il biglietto per il treno già partito!
Quarantacinque minuti di anticipo e il treno sembra non arrivare mai. Compro il
giornale ma con la borsa a tracolla e il cestino (nella foto) in spalla non riesco ad aprirlo. Figuriamoci se mi appoggio! Ts! Io sto in piedi vicino ai binari dell’eurostar ad aspettare che il cartellone partenze disponga il binario del mio treno per Milano centrale e scattare verso la vettura.Che zoo di variegata umanità che è la stazione.
Fiumane di pendolari allagano questo ambiente razionalista ad ondate.
Soggetti strani si affacciano sporadicamente tra la marea di omologati dalle bianche cuffie agli orecchi.
Un barbone che chiede l’offerta di un caffè; una pertica ossuta, con trampoli anni sessanta dalla chioma bionda ondeggia a grandi falcate tra binario e binario; un bel giovine – ebbene sì, Nath, l’ho guardato! - dai capelli chiari e dall’abbigliamento casual legge El Pais, senza alzare mai gli occhi. Rimarrò curiosa di saperne il colore.
Finalmente il treno arriva, prendo posto e incomincio una minuziosa lettura del giornale. Una volta terminata, con attenta annotazione dei libri recensiti che vorrei ma non potrò comprare - vedi capitolo precedente voce sono in bolletta - penso bene di impiegare queste due ore rimaste, a studiare. Studiareeeee??!! Tutte le volte che mi arrivano le tasse universitarie penso: “Ora mi metto a studiare seriamente, sono quasi due anni che non faccio un esame, che vergogna!”. Il più delle volte non prendo nemmeno il ritmo, passo i libri da ripiano all’altro. Messaggio con sms i mie vani propositi a Nath e poi crollo sotto il peso soporifero di nemmeno 10 pagine lette. Quando mi risveglio, manca solo un’ora al nostro abbraccio. Ho un paio di telefonate da fare e l’arrivo a Milano è rapido.
Sabato, in testa del binario.
Scendo. Non trovo niente per guardarmi allo specchio. Niente. Né un finestrino sporco, né un cartello pubblicitario. Accellero il passo, lui dovrebbe essere lì, all’inizio del binario. La sua corriera arrivava prima, stavolta. Stavolta ci sarà.
Non giungo nemmeno in fondo e lo vedo, rasato, sbarbato completamente, che cerca con gli occhi tra la folla. È corrucciato, gli occhi si muovono con un veloce movimento della terra sul flusso di persone che scorre e passa.
Mi fermo. Lo fisso. Aspetto che guardi me, proprio me.
Aspetto e vengo premiata, mi vede e il suo viso si accende. Che emozione tutte le volte. Il cuore mi sale in gola e al momento giusto strabocca in baci, abbracci e parole a metà.
Ci incamminiamo. Usciamo dal grande tetto di metallo della Centrale di Milano, dal grande atrio bianco per giungere in piazza. Il sole, c’è un bel sole che ci sorride.
Caffé al solito bar e via alla ricerca di questa via boscovich. La zona non è male, vicina alla stazione ma non troppo, le case non sono altissime, fiorite e ben curate. “Sembra Torino”, dici. Vero amore mio, sembra la tua Torino. Troviamo l’Hotel Serena e la scortesia della sua receptionist, ma chi se frega, dopo che ci ha dato la chiave della camera 21, chi se ne ricorda più!
Abbiamo risparmiato, vero. La camera è pulita, vero. Il bagno è grande, vero. Dell’automa all’accoglienza, chi se ne frega, vero, ma che cappero, potevano mettere almeno una fascetta alle zampe di quei due letti gemelli apparecchiati da matrimoniale!
Non lo sopporto proprio che il letto si apra in due sotto il peso dei nostri corpi innamorati!
Sabato e Kandinsky
Non ricordo più per quale logico motivo avevo programmato la visita alla mostra proprio di sabato, forse per evitare l’eventuale coda domenicale, forse per arrivare direttamente dalle cinque che saremo e siamo usciti dalla stanza d’albergo, all’ora di cena, o per avere la domenica libera di fare altro, o per tutte le cose insieme. Fatto sta, che l’albergo una cosa buona ce l’ha, la posizione. Usciti siamo subito in Corso Buenos Aires che non è la desolata arteria di traffico carrabile che abbiamo percorso il precedente week end milanese. Arriviamo velocemente in piazza San Babila senza guardare nemmeno una vetrina, prendendo giusto un caffè, siamo in bolletta o no? Drittidritti a Palazzo Reale, ci accingiamo al grande Wassilly.
Ammetto con Nath che non ho studiato, né nella vita da studente né nell’immediato pre mostra il pittore astratto. Entriamo, entrambi ignari della sua poetica e ne usciamo entusiasti.
Libera interpretazione dai dati essenziali forniti dalla mostra:La mostra di per sé è unaacchiappaturisti, le opere importanti, o meglio famose sono pochissime. Comunque ben allestita ed illuminata. Niente acquisti al bookshop e via per le strade di una fredda città. Ma io non mi sono certo fatta trovare impreparata, da buona meridionaledentro quale sono, su esempio dei mitici Toto e Peppino, calzo quanti e cappello ed affronto così le intemperie.
V.K. avviato a studi scientifici affronta l’arte riducendola all’essenza, il succo, la lisca: LA VIBRAZIONE, LA FORMA, IL COLORE. Ogni forma grafica, ogni colore genera un rapporto soggettivo con il fruitore che entra direttamente in rapporto con la sua anima.
Sabato. Garibaldi fu ferito, fu ferito ad una gamba…Ristorante prenotato. Qualcosa abbiamo imparato dai nostri peregrinare da una città all’altra per fare l’amore. Organizzati è meglio. Si evita di perdere tempo, quella quarta dimensione preziosa che a noi serve per amarsi. Gironzolare a caso in una grande città alla ricerca di un locale carino e non carissimo non è semplice. LaMadama mi aveva consigliato il ristorante Al Garibaldi, Nath aveva prenotato e noi siamo arrivati puntuali.
Ci siamo arrivati a piedi, passando per La Scala, sostando per apprezzare o disdegnare l’abbigliamento di chi si avvia al teatro. Abbiamo attraversando casualmente quel quartiere delizioso che è Brera, giungendo proprio dietro il teatro Smeraldo.
Da bravi provinciali quali siamo, ci ha sorpreso dover suonare il campanello per entrare nel ristorante. Un tipo ci ha aperto e condotto al tavolo passando l’office - mi sembra si chiami così - quell’ambiente demodè tra cucina e sala dove si tengono e si smistano i piatti. Ambiente carino, un po’ fuori moda, quasi decaduto ma non male. Menù interessante, ma meglio stare leggeri (ci siamo mangiati quasi tutta la pizza salata in un attacco di fame chimica post amore) per la salute e per il portafogli.
Io vado per l’osso buco, voglio proprio vedere come lo cucinano qui in patria, mentre il mio Nath prende il coniglio non ricordo come. In conclusione piatti buoni, qualche difficoltà sul servizio ma in compenso nessuna complicanza nel giudicare troppo caro il conto. Ottanta euro per un antipasto, due secondi e due bicchieri di vino. Troppo. Una per tutte, coperto cinque euro. Un po’ troppo no?
Sabato, una coperta per due.
Che bussola che sono! Non nel senso che non sono slanciatissima, no… e un po’ bussolotto lo sono. Bussola nel senso che ho un buon senso dell’orientamento, mentre Nath, no.
Il primo passo fuori dal ristorante l’ha fatto nella direzione sbagliata. E un po’ l’ho preso in giro, ovvio no? Ma quando in via della Repubblica ha indicato la direzione di piazza duomo cercando la stazione, sono proprio scoppiata a ridere da meriodionaledentro.
Condotto in albergo gli ho fatto pagare a caro prezzo questo servizio… Come?
L’ho costretto a leggere, e a leggere, e a leggere, fino a quando i miei occhi facevano fatica a stare aperti …cosa avevate capito?
Durante la notte, ci siamo resi conto che oltre a tutte queste splendide emozioni dell’innamoramento, oltre alla conoscenza di altre città ed altri loghi, stavamo dividendo anche una sola, unica piccola coperta da una piazza.
mercoledì 28 marzo 2007
Meridionale dentro - prima parte
IntroduzioneMeridionale dentro. Questo dice Nath di me. Lo dice non perché abito al mezzo stinco dello stivale, ma perché rispecchio velatamente l’archetipo della “mamma” dell’Italia del sud. In che senso? Nel senso che sono protettiva, premurosa, mi sento sempre responsabile di tutto e per tutto, mi piace dimostrare il mio affetto con la materia, tipo regali, cibo, consenso. Perché velatamente? Perché mi ribello io stessa a quest’immagine di me, reclamando da sempre la mia autonomia e la mia libertà, che questo innato senso materno, in parte me la toglie.
Un piccolo conflitto, uno dei tanti che convivono in me e che questo innamoramento ha portato allo scoperto. Non che non esistesse da sempre. C’è sempre stato.
Quando il mio cuore è stato in pausa sono stati gli amici, la famiglia a beneficiarne. Adesso è Nathan ad adagiarcisi, e lo fa con l’intelligenza e la dolcezza di chi apprezza il mio slancio spontaneo al pilotaggio del nostro stare insieme - della serie: "facciamo qui, andiamo di là, prenoto di sotto e fissa di sopra..." - ma anche con la lucidità di ricondurmi sul percorso corretto di chi affronta la vita in due, ragionando e razionalizzando il sentire, arruffato a volte con un gomitolo.Giovedì, pizza salata al radicchio
Il fine settimana milanese inizia giovedì, da brava ciaciona meridionale preparo il nostro cestino per il pranzo di sabato, e lo faccio giovedì sera dopo cena. Perché così presto? Primo perché domani porto la mamma a teatro, due perchè ho paura di scordarmi qualcosa ed un giorno in più mi può aiutare a ricordarlo. Dopo lavoro, dopo la spesa, dopo cena, accendo il forno. Pizza salata al radicchio. Non ho ricetta, è una mia invenzione ed ho anche qualche dubbio sulla sua bontà. La pasta è quella che faccio di solito per la pizza con la scarola, quasi 500 gr di farina, un panetto di lievito di birra sciolto in acqua tiepida, non calda solo tiepida in una tazza grande, un pizzico di sale, un goccio d’olio. Di farine ne prendo diverse, faccio un po’ per pulire la dispensa. Integrale, di farro e bianca 00 biologico. Preparo la pasta e la metto, coperta, sotto il termosifone a lievitare. Nel frattempo preparo in una padella una cipolla tagliata fine con un filo d’olio. La faccio rosolare aggiungendoci acqua per non adoperare troppi grassi, aggiungo il radicchio e lascio appassire piano piano. La pasta andrebbe fatta lievitare due ore, ma io non ce le ho due ore, sono già le 20.30, un’ora può bastare, e speriamo che Nath non cominci a tirare su una pippa che la cucina meridionale è più pesante.Metto il timer del forno e mi dedico a riordinare e a curarmi un po’… capelli, mani… quest’innamoramento non mi lascia più tempo di fare niente! Né tempo né denaro. Già. Siamo in bolletta, questo incontrarci a metà strada, o comunque gli spostamenti del fine settimana, ci portano a spese extra budget ordinario.
Ne ho già scritto no? Qui. Avevamo anche idea di lanciare una compagna di sottoscrizione, ma forse la cosa migliore è una campagna per lo scambio casa: scambio casa nei pressi della cittàculladelrinascimento per un tetto con letto grande nei pressi di Milano o Genova. Insomma, il piatto piange e per questo week end abbiamo pensato di vederci a Milano, comoda ad entrambi da raggiungere in treno. Non abbiamo pensato all’hotel così ospitale la scorsa volta, ma abbiamo cercato sul nostro motore preferito, venere, qualcosa di più economico. È venuto fuori Hotel Serena a 55 euro a notte per la doppia. 25 euro in meno non sono poche. Proveremo, speriamo bene.
Per economizzare tempo e denaro, io ho pensato, e Nath ha avvallato la proposta - lo dicevo no, che ci si adagiava? – dicevo la proposta di fare un pic nic.
Dove? A Milano, per il pranzo di sabato. Idea carina no? Risparmiamo e poi per lo meno pranziamo! L’ultima volta milanese è stato difficile pranzare, dopo aver soddisfatto la nostra fame d’amore, usciti alle 16.00 dalla stanza, nell’errato percorso per raggiungere il centro, non abbiamo trovato pace per lo stomaco. Quindi stavolta vado attrezzata.
Lievitata la pasta, la stendo sulla teglia, metà per la base e l’altra metà per il sopra, dentro la base di radicchio e prima di chiudere taleggio e fontina, deve essere un pranzo nutriente! Con la pasta che mi avanza, faccio un bel cuore per far diventare la pizza una torta alla nonna papera e con l’avanzo dell’avanzo, un cuore, che stracocerò perché non si rompa nel trasporto. Inforno tutto a 200°, e cuocio la pizza una ventina di minuti abbondanti. Cerco una bella busta con i manici lunghi e incomincio a preparare: bottiglia di prosecco valdobbiadene - perché con il radicchio è la morte sua - cavatappi, biscotti comprati - mica posso fare tutto io! - arrotolo la pizza dentro la stagnola e poi dentro una tovaglia, piatti e bicchieri di carta, il nostro libro di turno, due regalini per l’amore mio.
Il paniere pronto per il nostro pic nic in camera d’albergo economica milanese.
martedì 27 marzo 2007
Piccola città
Cinque minuti alla partenza del suo Eurostar diretto a sud, venti al mio interregionale verso ovest. Ci sono altre cinque, sei coppie con noi davanti allo sportello della carrozza dieci. Si baciano, parlottano con frasi brevi e si baciano ancora, tenendosi stretti nelle braccia. Proprio come facciamo noi, con i sorrisi che potrebbero essere forzati e che invece risalgono i muscoli del collo e piegano la bocca senza che ce ne rendiamo conto. E’ il solito momento dei saluti della domenica, un momento che potrebbe essere triste e invece è caldo delle emozioni vissute in questi due giorni.C’è stata Sant’Ambrogio e l’austera teatralità delle sue
navate, l’ordinato fervore spirituale di una cittadinanza inaspettatamente assidua alla pratica religiosa. C’è stata la pioggia a benedire le nostre teste, ci sono stati il bollito e i musicisti casual della Salsamenteria Verdiana, l’ossobuco e il coniglio in u
mido del ristorante Al Garibaldi.
navate, l’ordinato fervore spirituale di una cittadinanza inaspettatamente assidua alla pratica religiosa. C’è stata la pioggia a benedire le nostre teste, ci sono stati il bollito e i musicisti casual della Salsamenteria Verdiana, l’ossobuco e il coniglio in u
mido del ristorante Al Garibaldi.C’è stato quel letto che si apriva in metà, due metà di coperte che si scompigliano nella notte, quell’automa alla reception e le gentili signore della colazione sulla terrazza con vista.
C’è stato Kandiskij e i suoi gialli spigolosi, il blu rotondo che ti proietta nel mistero della quarta dimensione, il viola che è un rosso raffreddato e ha il timbro delle cornamuse.
C’è stata quell’enorme torta salata ripiena che ti ostini a chiamare pizza, preparata per noi, dalle tue mani di hobbista in cucina. E quel prosecco che ha eccitato (se possibile ancor più) le nostre anime. Ed io che per la prima volta sono arrivato in anticipo e ti ho accolta al binario in quel mare di folla in marcia.
E c’è stata Brera, la piccola città nella città. Le case basse dai balconi fioriti, le vie sinuose vietate alle auto, i nostri passi dentro ai negozi e nei caffè. Ci sono stati gli acquisti in quel negozio di saponi per innamorati, i bagnoschiuma che si sciolgono lentamente, le bombe che frizzano e ti massaggiano di bolle, anticipo dei bagni a due del prossimo weekend.
C’è stato Kandiskij e i suoi gialli spigolosi, il blu rotondo che ti proietta nel mistero della quarta dimensione, il viola che è un rosso raffreddato e ha il timbro delle cornamuse.
C’è stata quell’enorme torta salata ripiena che ti ostini a chiamare pizza, preparata per noi, dalle tue mani di hobbista in cucina. E quel prosecco che ha eccitato (se possibile ancor più) le nostre anime. Ed io che per la prima volta sono arrivato in anticipo e ti ho accolta al binario in quel mare di folla in marcia.E c’è stata Brera, la piccola città nella città. Le case basse dai balconi fioriti, le vie sinuose vietate alle auto, i nostri passi dentro ai negozi e nei caffè. Ci sono stati gli acquisti in quel negozio di saponi per innamorati, i bagnoschiuma che si sciolgono lentamente, le bombe che frizzano e ti massaggiano di bolle, anticipo dei bagni a due del prossimo weekend.

Ci sei stata tu.
Ci siamo stati insieme, ancora a Milano.
Piccola città.
Che ha accolto un grande amore.
venerdì 2 febbraio 2007
Milano è Milano (Secondo giorno)
Il risveglio con la luce che filtra a spicchi dalle veneziane, il suo braccio sotto il mio collo, la sua coscia nel mio abbraccio. Una carezza che risale dal polpaccio, l’incavo del ginocchio e ancora più su, il palmo della mia mano che assapora il ritorno alla coscienza del tatto. Un bacio sullo zigomo della Francese, le labbra che scivolano verso il taglio della bocca. Buongiorno, mio amore. Aspiro il suo sapore di mattino, il calore del sonno che lascia il passo alla tenerezza. Ancora ad occhi chiusi le sue braccia mi avvolgono, le mani percorrono la colonna vertebrale, le sue dita a contarmi le vertebre. Spingo il naso nell’ansa del collo, tasto il grado del suo sonno mordicchiando la pelle che le fodera il trapezio. E poi in discesa verso il petto, aggirandomi in quei luoghi che non permettono alla Francese di restarsene ancora inerte in ascolto delle mie provocazioni da formica. Sì che la sua stretta si fa più invitante e i miei solchi più profondi. La Francese è nella mie braccia ora, io nelle nelle sue, avvolti nel vapore delle sue parole che dicono di non allentare la presa, accolto in lei, in quella composizione di corpi che potrebbe farci affrontare l’eternità senza cura di altro, certi che mai più potremo privarci di questo momento.Non so se Tamara de Lempicka avrebbe saputo dare forma a questo sentimento, quanti colori avrebbe rovesciato sulla tela prima di raggiungere una pur accettabile qualità della rappresentazione.
Ci siamo, a scrutare lo spazio di piazza Duomo, dopo l’amore al risveglio, la doccia caldissima e le carezze, la colazione golosa dell’albergo e la passeggiata attraverso via Montenapoleone e Manzoni, sotto un cielo azzurro e un sole stranieri a Milano, con le scie degli aerei ad indicarci il cammino. Cerchiamo un pezzo di tribù nathaniana scesa a condividere l’evento glamour, un pezzo della mia storia, una stilla di realtà che incontra il sogno. Ed eccoli i tre, avvicinarsi a gran passi, la più bassa al centro, finalmente i testimoni accorsi a provare al mio cuore la certezza che la Francese non è il frutto della mia innamorata immaginazione. E i saluti, gli sguardi che si consumano, gli accenti che si sciolgono. E sono qui, ricongiunto alle radici, i primi rami della mia foresta che raggiungono l’isola del nostro amore. Mia Francese, guardami, proietta i tuoi occhi nei miei, siamo qui, i piedi piantati a terra e l’anima in cielo, io te e gli altri con noi.
Ci siamo, a scrutare lo spazio di piazza Duomo, dopo l’amore al risveglio, la doccia caldissima e le carezze, la colazione golosa dell’albergo e la passeggiata attraverso via Montenapoleone e Manzoni, sotto un cielo azzurro e un sole stranieri a Milano, con le scie degli aerei ad indicarci il cammino. Cerchiamo un pezzo di tribù nathaniana scesa a condividere l’evento glamour, un pezzo della mia storia, una stilla di realtà che incontra il sogno. Ed eccoli i tre, avvicinarsi a gran passi, la più bassa al centro, finalmente i testimoni accorsi a provare al mio cuore la certezza che la Francese non è il frutto della mia innamorata immaginazione. E i saluti, gli sguardi che si consumano, gli accenti che si sciolgono. E sono qui, ricongiunto alle radici, i primi rami della mia foresta che raggiungono l’isola del nostro amore. Mia Francese, guardami, proietta i tuoi occhi nei miei, siamo qui, i piedi piantati a terra e l’anima in cielo, io te e gli altri con noi.

E poi Tamara.
Tamara e gli allestimenti della mostra in Italia ottant’anni fa.
Tamara e Marinetti ubriachi che decidono di dare alle fiamme il Louvre.
Tamara e i corpi nudi.
Tamara e i generosi drappeggi.
Tamara e gli occhi bovini.
Tamara e New York.
Tamara esibizionista.
Tamara glamour.
Tamara e il Novecento.
Tamara e la fama.
Tamara e il denaro.
Tamara e l’inconsistenza.
Tamara la pittrice.
Tamara de Lempicka.
Fiumi di parole spese dalla Francese davanti ai quadri, discorsi di forme e luce, parole come tratti di pennello che disegnano un microcosmo artistico dal punto di vista femminile, il più impervio e rischioso, quasi inedito per l’epoca.
E ancora fuori, alla fine, alla luce della piazza, a perlustrare i dintorni per un pranzo tardivo. Approdiamo in una caverna di profumi, via San Pietro dell’Orto, un tenore orientale e un accompagnamento al piano ad accoglierci. E’ la Salsamenteria Verdiana, incantevole angolo di ristoro.
Lasciamo agli affettati il compito di aprire le danze, alle chiacchiere in libertà di mischiarsi al piacere del gusto. Osservo la Francese conquistarsi l’interesse del mio trancio di tribù, la mia mano a ristorarsi sulla coscia. Melanzane alla parmigiana per loro, stinco di maiale per me. E’ la condivisione del desco, scriverebbe lei, l’incontro che si realizza nello spezzare il pane sulla stessa tovaglia. E’ la felicità che provo offrendo loro a lei e lei a loro.
E ci lasciamo sul marciapiede, lasciamo andare la tribù per suo conto. Io e la Francese abbiamo da consumare il nostro lungo saluto. Ancora in cammino, ancora abbracci e baci, ancora parole sui prossimi viaggi, su questa nostra storia d’amore attraverso l’Italia.
Rimango a guardare il suo viso oltre il finestrino, il treno si muove, e in un secondo me la porta via.
E ancora fuori, alla fine, alla luce della piazza, a perlustrare i dintorni per un pranzo tardivo. Approdiamo in una caverna di profumi, via San Pietro dell’Orto, un tenore orientale e un accompagnamento al piano ad accoglierci. E’ la Salsamenteria Verdiana, incantevole angolo di ristoro.
Lasciamo agli affettati il compito di aprire le danze, alle chiacchiere in libertà di mischiarsi al piacere del gusto. Osservo la Francese conquistarsi l’interesse del mio trancio di tribù, la mia mano a ristorarsi sulla coscia. Melanzane alla parmigiana per loro, stinco di maiale per me. E’ la condivisione del desco, scriverebbe lei, l’incontro che si realizza nello spezzare il pane sulla stessa tovaglia. E’ la felicità che provo offrendo loro a lei e lei a loro.
E ci lasciamo sul marciapiede, lasciamo andare la tribù per suo conto. Io e la Francese abbiamo da consumare il nostro lungo saluto. Ancora in cammino, ancora abbracci e baci, ancora parole sui prossimi viaggi, su questa nostra storia d’amore attraverso l’Italia.
Rimango a guardare il suo viso oltre il finestrino, il treno si muove, e in un secondo me la porta via.
giovedì 1 febbraio 2007
Milano è Milano (Primo giorno).
Milano è Milano, si sa. E’ la grande metropoli europea che tutti sanno. E ci fanno la mostra di Tamara de Lempicka, l’eccentrica polacca cosmolita che ha attraversato buona parte del Novecento con i suoi dipinti di forme neoclassiciste. La Francese ne parla da diverso tempo, con tutti i mezzi che ha a disposizione. La Francese è un mulino di curiosità e slancio, quando mette in azione le sue pale, l’ingranaggio è avviato e nessuna forza umana sarà in grado di frenarlo.Salgo su questa corriera ad un’ora ingiuriosa per un sabato mattina, troverò lei alla fine del viaggio, la Francese col suo valigino, il cappotto da salita al nord, il suo sguardo senza occhiali, i suoi baci nei prossimi due giorni. E questo è sufficiente a farmi sopportare la levataccia, la mostra glamour e le strade di Milano che non è mai stata città dei miei desideri.
Il viaggio in autostrada si snocciola con il giovane Kureishi del Budda delle periferie, per me il miglior Kureishi, quello del Black album, così diverso dalle sbrodolate verbosità dell’età matura. I chilometri sono scanditi dai suoi sms, la sua richiesta di margherite (dalle sue parti si usa chiedere i regali spontanei?), le stazioni che il suo Eurostar brucia di velocità, i suggerimenti per altre gite.
E arrivo, infine. Porta Garibaldi, l’autostazione. Solo un quarto d’ora al suo arrivo in Stazione Centrale, troppo poco per cercare un fioraio, infilarmi nella metro e farmi trovare con le labbra calde al binario. Direttamente nella Metro, due stazioni, arrivo. Sbuco sulla piazza di fronte al grande atrio, sbircio intorno in cerca di un chioschetto colorato. Ma nulla, tutto il mondo a bivaccare, commerci di varia natura, ma fiori no, niente margherite per la Francese. Entro in quel popò di stazione monumentale, così adatta a questa città presuntuosa. Salgo gli scalini, mi affaccio ai binari. Tabellone, che dice il tabellone? Che binario, dunque, dunque…. il telefono, è lei, già arrivata, uff, binario nove. Vado.
In testa al binario guardo tutti, non c’è, ecco forse…non è lei, son già tutti scesi, quasi più nessuno sul binario. Ha detto proprio nove? Ci saranno diversi binari nove? Con questa grandeur milanese tutto è possibile. Mi chiama, e dov’è?, mi volto, ah, già lontana dal binario, la mia Francese. Cappotto spigato grigio, stivaloni da offesa, valigino da sciura, basco sulle ventitré, la Francese è arrivata.Ci baciamo, ci stringiamo nell’andirivieni generale. Si va in albergo, a prendere possesso della nostra camera. “Amore, ho lasciato a casa il foglio di prenotazione, e la guida di Milano”, come?, “per la fretta di ritrovare le tue braccia, ho dimenticato tutto”. Sorrido, la bacio ancora, che non dica poi che l’ho accolta con poco calore, il mio sbadato amore. “Andiamo a cercare il punto informazioni, ci daranno una piantina e l’indirizzo dell’hotel che hai prenotato, bella mia”
Arriviamo in camera, deliziosa e comoda, sa scegliere, La Francese. Quel che succede nelle successive tre ore potrebbe far impennare gli accesi al blog, ma per ora è meglio lasciare spazio all’immaginazione.
Usciamo, appunto, alle tre del pomeriggio, direzione centro, in marcia amorosa verso qualunque cosa da mettere sotto i denti, abbracciati, per mano, avvinghiati come due polpi in mare. Corso Vittor Pisani non è esattamente la passeggiata più appassionante in una città che si conosce pochissimo. KPMG, Banca Intesa, banca di qua, banca di là, è il trionfo del terziario avanzato, che il sabato, sì sa, se ne sta in montagna a sciare o a cazzare gomene in barca a vela. Quindi non si mangia, il sabato, in corso Vittor Pisani. Io e la Francese manchiamo davvero di preparazione, in fondo c’interessa solo esserci, ovunque sia, Milano è solo il contenitore del nostro appassionato amore. Ma lo troviamo, poi, verso le quattro, un bar aperto, un trendy bar aperto, dotato di barista cocainomane che si muove e scatti, con la naturale gentilezza spicciola dell’amante di vetrini. “Ragazzi, siamo in chiusura, tra dieci minuti chiudiamo”. Alle quattro di un sabato pomeriggio: provinciali, che siamo, io e la Francese! Ma due panini ce li fa, beata cocaina.
E si riparte. Piazza Repubblica, i grandi alberghi in stile newyorkese, Turati, Cavour, la storia d’Italia nelle strade, e la Francese che decide di snobbare Manzoni per dare l’affondo a via della Spiga,
un caverna di vanità per portafogli gonfi. Borse pellicce gioielli e prêt-à-porter, buffe persone che escono dalle boutiques, eccentricità camuffata da presunta eleganza. Via della Spiga, divertente passarci, una volta nella vita. E il confronto con Torino, la Torino della mia spensieratezza, mi sale naturale. Città provinciale o esempio di austera eleganza che potrebbe impartire lezioni di bon ton a questa Milano esibizionista? La moda sta a Milano come l’auto a Torino, la raffinatezza smodata contrapposta alla razionalità utilitaristica. Non può essere solo questo, la città che percorriamo in questa giornata, non solo apparenza ed edonismo. E’ culla di grandi giornali, di laboratori politici, di intellettuali di grana fina, capitale di sottigliezze e avanguardie. Ma non mi tolgo dalla testa Torino, sorella dalle scarpe grosse e i modi garbati, città schierata che non ha mai sentito la necessità di mascherare la propria essenza.Pensieri confusi davanti alle vetrine, che non dico alla Francese, che si divertirebbe un monte ad ascoltare i miei sproloqui sul carattere delle città. Perché ci divertiamo lo stesso, incrociando cani ingioiellati, cappelli vistosi su donne insignificanti, cappotti corti sopra uomini troppo grossi. Cosa cerca la donna quest’inverno per mostrare la sua anima? E l’uomo che si vuole bene, con quali colori vorrà esprimere il suo ottimismo? Nessuno stilista qui intorno che sappia rispondere a queste domande fondamentali?
Scivoliamo in piazza San Babila con i suoi fascistelli e fascistoni, corso Vittorio Emanuele e il preludio alle … immense librerie. “Oddio, Nath, che ci facciamo ancora in strada?”
Passiamo il pomeriggio con il naso dentro ai libri, dispersi tra corridoi e scaffali, riviste introvabili nella nostra provincia, almeno in quella profonda da cui vengo io. Alla Mondadori non si caccia una lira, d’accordo, ma alla Feltrinelli
di piazza Duomo sì, in quell’interrato labirinto d’infinite delizie. Tutto Kureishi, tutto Roth, poi Celati e la Kristof, Kourouma e Christa Wolf. “Francese, portami via, andiamo a nutrirci d’altro, se mai potremo, dopo questa indigestione”.Davanti alla facciata infagottata del Duomo apriamo la piantina presa al punto informazioni della stazione. Navigli? Aperitivo con libagioni che vale per una cena? Per dove si va? Oppure rapida ricerca in zona e rientro in albergo per lunga intima serata?
Imbocchiamo via dell’Arcivescovado e lasciamo che il caso prenda una decisione per noi. E’ una lunga sequenza di cinesi, giapponesi e pizzerie. E poi strade anonime e piazze poco interessanti dal punto di vista gastronomico. Un primo ristorante, tavoli apparecchiati, nessuno a mangiare, un altro, troppo chic, e poi, eccola, l'Antica Osteria del laghetto, bussola in stile rivierasco anni settanta, lampade arancioni al soffitto. Scelto. La Francese è per la grigliata di pesce, io tagliolini con muggine, vino bianco della casa. Avventori abituali entrano a frotte, a parte bambini e passeggini, difficilmente sotto i sessanta. Ci siamo, Francese, approdati in una Milano abitudinaria e morigerata. Il titolare dagli occhi porcini sorride troppo quando mi porge il conto, e ha ragione da vendere, vista la somma, leggermente poco proporzionata alla quantità e qualità di ciò che abbiamo consumato. Nemmeno fiscale, la ricevuta scarabocchiata sul foglio. Ma c’è solo la camera dell’albergo, ora, nei nostri pensieri, i baci che dobbiamo recuperare dopo una lunga settimana di distacco, gli abbracci da cui non ci scioglieremmo mai, sopra il nostro letto, almeno per questa notte.
Tamara de Lempicka può aspettare domani.
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