- In giro per il Mondo.
- …e Camus, tutti in Algeria li ambienta i suoi libri?
L’odore d’alcol m’entra dal naso e arriva diretto alla testa, senza passare per lo stomaco. I piaceri dell’ubriacatura via etere… le parole sulla carta filano veloce, ritrovo la stessa prosa scorrevole tanto amata ne
I mandarini, ritrovo quel mito di donna libera e non radicale (che vive nella mia testa) della Simone, ritrovo il fascino di Gian Paolo, il filosofo con quella
r che va e che viene.
IL MAGO DI GOZ.
Ovvero della mia entratura nella prima vita di Nath.
Stavolta tocca a me ad entrare. E per fortuna che
Nath m’ha fatto una sorpresa, me lo ha detto dopo che sono scesa dal treno, dopo che mi ha baciato sulla testa del binario, dopo che abbiamo preso un ‘h
affé alla stazione, dopo che ho scherzato con la
sciura-barrista per la mancata “c” del caffè, dopo che siamo arrivati all’albergo (ah, questo consigliabile,
Hotel Due Mondi, un po’
retrò ma carino). Insomma dopo dopo dopo tutto,
Nath mi dice:
- Pensavo di chiamare il Mago di
Goz, magari gli scrocchiamo una pastasciutta e poi l’ultima volta che siamo venuti a Torino si è lamentato che non l’abbiamo chiamato!
- Sì, certo, carino. Mi fa piacere conoscerlo, il tuo amico Mago di
Goz.
Dico io. E questo è verissimo. Ma al contempo, l’altra vocina di me, quella catastrofica, faceva montare il panico sulle mie ossa. Come sono vestita? Come mi stanno i capelli? Non farai mica il pesce lesso ora che ti intimidisci e non dici niente? Oddio, piacere al suo amico il Mago di
Goz?!
Ovviamente tutto questo non ha avuto voce, ho messo
su un sorriso disinvolto, che mi pare proprio,
Nath, abbia bevuto.
Ci troviamo in strada, direzione il Paese del Mago di
Goz. Giriamo per San
Salvario, contenti di trovarsi già nella
Belleville di
Pennac.
Il paese del Mago di
Goz ha un che del
Libro Cuore, una scala a doppia rampa, con i gradini dalle alzate bassissime ci conduce per alti regni, passando davanti ad un
ganesh di benvenuto. Al settimo cielo, troviamo la prima meraviglia ben tre, o forse quattro, i campanelli per destare gli abitanti. E suoniamo.
Una voce giunge dall’aldilà e chiede
goliardamente la parola d’ordine.
La mia vocina monta il panico e quasi ce la fa a vincere su l’altra me… io non ho la parola d’ordine? Oddio quale parola d’ordine? Guardo
Nath stupita, lui guarda me sereno, la porta si apre, e il Mago è lì davanti a me.
Ha occhi e capelli da folletto, la sua voce accogliente mi si rivolge:
- Ah eccoti, finalmente ho il piacere di conoscerti mia cara Francese! No, aspetta chiudo io, che tutti quelli che entrano qui per la prima volta mi tirano sempre giù lo stipite della porta…
In effetti avevo agguantato lo stipite del muro e tiravo…
MACARON MO' NON TE MAGNO.
Ovvero della voglia che mi è rimasto di comprare quei dolcetti colorati iper calorici nel negozio chic.

Vagavamo stanchi per Sant-
Germain-
des-
Prés, il nostro venerdì a Parigi, il nostro settimo giorno insieme.
Perché ci tengo tanto a precisare settimo giorno insieme, nonché quinto a Parigi?
Bhe, perché siamo una coppia giovane e distante
chilometricamente, tanti giorni insieme non l’abbiamo MAI, dico MAI, passati. Nel bene o nel male, servono a conoscersi e dalle rose-e-fiori possono uscire anche le spine. Insomma dopo cinque giorni di camminate sfrenate per la città quello era il momento per dare segni di reciproca insofferenza.
Avevamo passato gran parte della mattina e del primo pomeriggio alla Gare d’
Orsay, e già alla prima sosta dopo il tour museale per dissetarsi,
Nath ha incominciato a dare segni di insofferenza per il tavolino stretto*. Abbiamo fatto a piedi fino ai Giardini del Lussemburgo, cercando per le stradine davanti all’
Odéon la
libreria di Silvia Beach, dove Hemingway comprava i libri in Inglese in Festa Mobile (che ovviamente non c’era, sembra essersi trasferita davanti a
Notre-Dame,
vedi foto). Insomma dopo aver vagato per I giardini, visto la chiesa di
St-
Germain, visto un po’ il quartiere, avevamo concluso tutte le nostre mete fondamentali, non avevamo più da correre da nessuna parte. Nessuna tappa imperdibile ci aspettava. Eravamo ormai abituati ai ritmi serrati, senza dover correre ci siamo trovati persi.
Cosa abbiamo visto bene di fare, battibeccarsi un po’, senza esagerare, senza litigare, e senza dare troppa importanza alla cosa! **
Passiamo davanti ad un negozio
chicchettoso, tutto ombrato all’interno. Io curiosa come una scimmia, appoggio il viso alla vetrina, dolciumi! Giriamo l’angolo e una coda ordinata di persone entra dalla porta per fare acquisti. IO non sento parole e mi piazzo in fila:
- che fai? Non vorrai mica fare la coda?
- Si dai, si vede che qui quei dolcetti tondi, marroni, crema, rosa e verdi sono speciali!!! E poi guarda come li
confenzionano in modo elegante, nella scatola di cartone con i nastri!
- Pure? Ma lo vedi che negozio
chiccoso è questo? Ah io non ho voglia di fare la fila!
Ha
boffonchiato ancora qualcosa, su come sono schiava del mercato, della pubblicità, dei franchising (vedi
Paul!), altro… sulle regole dell’
economia e poi chi sa, magari è arrivato anche al Capitale, al Plusvalore, come il suo eroe, quello del libro che mi legge a letto, quel
Ciovanni senza tetto né bisogni, quel
no-global ante-litteram del libro di Celati. Ci
sta.

Ma io non l’ascoltavo e pensavo che non avevo proprio voglia di litigare, l’ho lasciato dire. Ero stanca e l’unica cosa che volevo era un abbraccio e qualche coccola. Ho aspettato, il cielo sopra di noi era sereno e lo sono tornati anche i nostri animi, in quella soffitta arancione alle
Trois Gares, dove abbiamo dormito stretti stretti quell’ultima notte a Parigi.
*
Nath lo negherà di sicuro!
** Negherà anche questo.