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mercoledì 2 maggio 2007

DOVE SIAMO QUI?

Io lo so bene dove siamo!
Siamo ai Giardini del Palazzo del Lussemburgo a Parigi, ma Nath dice di no, dice che mi sbaglio, dice che non eravamo nei giardini del Lussemburgo dove nella vasca i bambini mettevano le barche noleggiate dai genitori... dice che non eravamo lì.
Magari la cronologia delle nostre foto - dai nomi scritti con qualche errore di ortografia per i quali mi prendo la responsabilità e chiedo scusa - potrà fargli ricordare le dinamiche del nostro giovedì parigino!

venerdì 20 aprile 2007

PARIGI, SOLE DI MIELE. Ovvero interminabile disordinato racconto dei miei primi nove giorni con Nathan. QUARTA E ULTIMA PARTE.

FACCIAMO CHIAREZZA. Ovvero gli itinerari dei “fidanzati trottola”. SECONDA PARTE

Giovedì. Versailles. Gare d'Austerlitz, dove guardo da lontano la bibliotecona nazionale di Parigi, che forse nazionale non è, ma che vorrei visitare, ma non ha senso! già siamo entrati in diverse librerie ed è successo che mi sono incaxxata per le molteplici traduzioni dei libri di Philip Roth in francese inesistenti in italiano, t’immagini in una stupendissima ultramoderna biblioteca? Naaa… prendiamo il treno verso lo Chateau più famoso del mondo. Altra arrabbiatura, la guida da 30 euro che mi porto appresso non parla del giardino!? Uff ma chi se ne frega delle stanze tutte specchi e merletti io voglio sapere dell’opera di Le Notre. Arrivati all’immensa Reggia, io mi metto in fila e Nath verifica se al parco s’entra aggratisse! E per fortina sì! W la France! Bookshop per sopperire alle mancanze del Touring, niente di economico e competente in italiano. Prendiamo una guida che poi Nath smarrirà… pipipi! Vaghiamo liberi per questo parco bellissimo, soprattutto nella parte terminale più inglese e moderna che francese e Luigi!! Per rifocillarsi della grande passeggiata e per acquietare i nostri stomaci ci siamo fatti un truculento kebab da un arabo poco socievole ma generoso nelle porzioni e nella cipolla! Al rientro nella Cité siamo andati diretti a Mont-Martre (sono tutte le r?!) per appurare se il Sacré Coeur è così brutto come dicono gli intellettuali parigini. E in effetti… Non ci facciamo mancare niente delle delizie di questo tipico quartiere, i pittori, il mulino a vento, la birra, l’occhio sulla coscia lunga di una parigina, ‘na biretta, il Moulin Rouge, ecc.
Non contenta sono voluta passare anche da quella famosa Place de Vendome che mi ero persa.
La stanchezza si fa sentire, perché ci dovete mettere oltre alle camminate le coccole in soffitta! Eggià! Siamo andati a letto senza cena, e non è stata una punizione!

Venerdì. Colazione da PAUL!! Wowww!!!. Cioccolata calda e croissant! Slurp! Un miracolo che non sia ingrassata come un otre! Poi era l’ora dei moderni, la Gare d'Orsay e gli impressionisti! …che io non avevo mai visto!
Natavota? Ehm diciamo che mi sono dedicata ad altro fino ad ora!
Insomma, volevo vedere con i miei occhi l’allestimento della Gaetana che tutti criticano. In effetti un po’ pesuccio lo è, soprattutto nelle stanze di Hector Guimard – quello delle stazioni della metro. Però, che dire? sarà stato il fascino dei Degas, dei Manet e Monet, dei mai nominati Pissaro e Sisley, dei divisionisti, dei Gauguin in ferie o della grande immensa stazione che li contiene, ma a me è piaciuto proprio un sacco! Anche qui stremati, abbiamo continuato imperterriti, meta il giardino del Lussemburgo e Sant-Germain-des-Prés, e il seguito si trova nel pezzo dei Macaron.

Sabato. Lo sfascio. Nel senso che partivamo alle 14, eravamo colazionati alle 11, non c’era tempo per fare molto. Di nuovo a Sant-Germain-des-Prés, abbiamo provato Starbucks. Qualcuno, non io, ha esagerato con un frappuccino alla vaniglia e non dico altro. Abbiamo letto il giornale e gozzovigliato al sole. Girato per negozi e letto Celati. Una domanda m’è sorta spontanea:
- Tesoro, perché non l’abbiamo fatto più spesso ‘sto tipo di relax godereccio?
- Cuore Mio! Perché? Perché vedere-vedere-vedere! Ricordi la lista che hai tirato giù delle cose imperdibili? È avanzato niente?

Alle sue parole mi sono sentita come Matley ne La corsa più pazza del mondo, medaglia-medaglia-medaglia!
È vero sono così. Ci sono cose che desidero vedere da molto, devo essere lì, come dice la coniglia in un commento. Devo vederle con i miei occhi, devo andare a vederle di persona. E spesso a che voglio vedere se ne aggiungono tante altre che rimango affogata dal mio stesso programma. Parigi poi ne offre di cose. Non ho avuto il coraggio di ammettere che sarei andata anche al cimitero di Montparnasse a trovare la Simone e Gian Paolo, ma una scusa per tornare a Parigi, me la dovevo lasciare!


IL GUARINI DI SAN LORENZO. Ovvero non potevo tralasciare questa chicca di sapiente architettura.

Torino. Mancata la cupola della Sindone nel Duomo, vedi sempre il primo A Torino ci voglio andare! seconda parte, fruzzica che ti rifruzzica ho trovato un’altra cupola guariniana, quella di San Lorenzo.
San Lorenzo è una chiesa regia incorporata nel fronte sinistro di Piazza Castello, della quale da fuori si vede solo la cupola spuntare dalla cortina di case.
Sabato ci passiamo davanti e quella porticina azzurra che ne dovrebbe segnare l’ingresso era chiusa. È una porta normale da palazzo. Un po’ di dubbi li abbiamo sul fatto di essere dal lato giusto per entrare, ma sembra non esserci alternativa. L’indomani, dopo la nostra quasi merenda pasquale, vi scorgiamo da lontano un mendicante accasciato a terra.
- Nath sembra aperta!! Andiamo!!
Ci avviciniamo a passo super lesto e dentro c’era davvero la chiesa con la sua cupola!!
La luce inondante cesella lo spazio in modo supremo. La cupola sembra salire all’infinito mediante un intreccio di costoloni, le forature diminuiscono di dimensione arrivando alla lanterna. Uno spazio supremo non c’è molto altro da dire! Ma non è della stessa opinione della sciura che volontariamente adesca i turisti verso la copia della Sindone. Ci spiega quelli che, secondo lei, sono stati gli intenti del genio architettonico di Guarini, che lei chiama Padre perché gesuita. Dovremo poter parlare di quanto reale potesse essere la vocazione nel ‘600… Comunque, questo genio matematico sembra abbia calcolato le aperture in base alla luce nelle varie ore del giorno per rivelare ai fedeli dettagli diversi delle decorazioni nei diversi momenti del giorno e sembra anche che l’ossatura della chiesa sia particolare – io non ho ricordi, pardon! – sembra che i pilastri interni non siano portanti ma decorativi e che staticamente sia retta da costoloni interni. Sembra anche, che per questa innovazione, sia stata boicottata l’inaugurazione e che Guarino sia stato lasciato solo in quello che doveva essere un momento di festa!
La signora in fin dei conti è stata gentile e il Guarini ci ha regalato una “visione” di maestria e grande spiritualità!

Intermezzo video


eccolo eccolo!

la qualità è pessima.

la fantasia scarseggia.


le foto sono meglio.

sì sì.

giovedì 19 aprile 2007

PARIGI, SOLE DI MIELE. Ovvero interminabile disordinato racconto dei miei primi nove giorni con Nathan. TERZA PARTE.

OPINIONE FRANCESE. Ovvero l’impressione easy che ho della metropoli dell’ Îlde-de-France.

Trent’anni e non ero mai stata a Parigi, e questo si sa. Alla domanda che tutti mi fanno, allora ‘sta Parigi? Rispondere solo con Stupenda! Eccezionale! Mi sembra un po’ riduttivo. È vero che spesso sono domande retoriche ma qualche parola in più uno se l’aspetta, o no? Altrimenti perché chiedere?!
Siccome mi conosco, siccome se inizio non la finisco più, siccome a volte sono anche noiosa e un po’ pesuccia, siccome Perret non interessa a tutti e qualcuno mi prenderebbe per matta a sapere che una tappa d’obbligo era tomba del Sig. Pie-R-o Gobetti - philosophe de la politique et anti fasciste - cosa dire brevemente?

Bella, magnifica città! Una metropoli con la dimensione conviviale del paese! Incredibile! …puoi trovare anziani che giocano a bocce sul canale d’Arsenal la sera dopo cena, oppure al tramonto, operai in abiti da lavoro che giocano a scacchi con uomini in giacca e cravatta ai giardini del Lussemburgo! E poi quanto verde pubblico! Che giardini e che vita nei giardini! Gente con la ventiquattrore uscita dall’ufficio a leggere alle Tuileries oppure in pausa pranzo a fare un pic nic a Versailles. E poi P-A-U-L!! non smetterò mai di lodare la sua varietà di pane! …alle olive, allo champagne, al sesamo, ai semi di garofano! E poi i croissant uhmm! Burrosi! Troppo buoni! Insomma io a Parigi ci abiterei, non fosse che non capisco un tubo!



FACCIAMO CHIAREZZA. Ovvero, contravvenendo a quanto da me annunciato, faccio un po' di ordine negli itinerari dei “fidanzati trottola”.
PRIMA PARTE


Cinque giorni a Parigi sono tanti per potersi permettere diversi itinerari.
Allora il primo giorno Îlde-de-la-Cité, prima di tutto la Nostra Signora, poi le bouqueniste sulla rive gauche (mi siano perdonati gli errori ortografici, in particolare in francese!), la Sainte-Chapelle su consiglio della guida del Touring, ed infine per il lauto pasto la zona del Beaubourg, dove l’agnello di pasqua non ce l’ha tolto nessuno. Primo approccio con i locali di Parigi. Devo dire che su dove andare a mangiare eravamo un po’ sprovveduti, tutti a dire: vai a mangiare lì, vai a mangiare di là! Quel ristorante in zona di tizio, oppure il quartiere tal dei tali, ma nessuno cacciava mai un nome o un indirizzo preciso! E insomma non è semplice tutte le sere incrociare i propri gusti e scegliere un ristorante! Io lo vorrei tipico, nel bene o nel male, nello zozzo o nella chicchera, io lo voglio tipico, Nath guarda prima in terra e poi la carta… insomma anche su questo avevamo da rodarci, ma la fame del giorno di pasquetta c’ha portato in un localino carino, dove abbiamo mangiato sorprendentemente bene. A smaltire la ciucca siamo andati davanti a Sainte-Eustache, zona Le Halle,azzeggiando fino al tramonto e lasciando che ci chiudessero la chiesa. Siamo tornati a piedi verso l’albergo, finendo per non scegliere nessun ristorante e mangiando in un bar al volo. Primo tenue dolore ai piedi.


Martedì. Rifacciamo a piedi fino al centro, dove prendere possesso della città e lo posso fare solo a piedi. Torniamo in Place des Vosges, una di quelle piazze reali che tanto spasimavo (vedi il primo post su Torino), e poi torniamo a vedere ‘sto Sainte-Eustache, detto San Pistacchio, passando per Hotel-du-carnaval (o come si chiama!). Pistacchio ci sorprende per la purezza del gotico e modestia degli arredi. Sembra una parrocchia come tante per le sedie accatastate. Ripartiamo verso il Louvre e il jarden-des-Tuileris, passando per Palais Royal e i suoi giardini. Lì mi scordo l’altra piazza reale, Place de Verdone! Ci battibecchiamo un po’ per la scelta del pranzo, io ho la folgorazione di Paul e Nath snobba la fila… gira che ti rigira la spunto io e ci sbrachiamo pure al giardino. Devo dire che mi ha un po’ deluso sta Tuileries. Me l’immaginavo più fiorita, ed invece c’è questa spianata bianca del viale che ti acceca e ti riempie il naso di polvere. Vero è, che il municipio di Parigi spenderà un sacco in giardinieri! Non contenti proseguiamo per la superba prospettiva che esce dalle Tuileries verso gli Champs Elysee, l’arco di trionfo e finalmente lì, ci decidiamo a prendere la metropolitana per andare a vedere il simbolo della città, la torre Eiffel. E ancora il sole non tramontava. In zona Trocadero c’è Rue Franklin che alla maggior parte dei turisti non dice niente, ma per me è importante. L’edificio in cui Perret utilizzò, per la prima volta, il cemento armato. Avevo un po’ fifa a comunicare a Nath questa tappa, pensavo me la snobbasse e non accondiscendesse alla deviazione. Non è stato così, mentre ci avvicinavamo al Monumento, ha preso in mano la situazione, sopperendo al mio imbambolamento da vicinanza del Maestro. Dopo Perret, tutto è scorso via, la torre, la Etoile milatere e i giardini in cui il mio amato si è fatto la pastasciutta ai tempi del suo interraill di gioventù, fino al Hotel des Invalides. Lì abbiamo ripreso fiato. Piedi doloranti, abbiamo preso il metro fino al quartiere latino. Rincoglioniti dai richiami dei ristoratori, ho ceduto all’assillante richiamo del magrebino venditore di cous cous. E c’è andata bene assai!

Mercoledì. Prima tappa museale. Il Louvre con selezione: la Nike di Samotracia, le sale italiane, prediligendo Caravaggio e Piero della Francesca (in trasferta ad Arezzo, ma lo ripiglio), poi uno sguardo alla Venere di Milo e ai grandi francesi, Delacroix, David e Ingres.
Cotti come fegatelli nel pomeriggio ci facciamo il Père Lachaise alla ricerca delle tombe illustri. Io voglio vedere Modigliani, non transigo. Nath parte per Jim… e scopre Gobetti. Vi vorrei raccontare di quanto abbiamo girato per trovare la casina dentro il cimitero che distribuiva gratis le guide per risparmiare dueuroecinquanta al tabaccaio, ma preferisco ometterlo! Insomma ce ne vaghiamo per il cimitero selezionando defunti illustri da visitare e poi invece di scendere a piedi per Belleville e sentirsi dentro un libro di Pennac, siamo andati a piedi al Parc de la Villette perché come Perret, era una delle mie tappe strambe obbligate. Troppo belle quelle casine rosse nel prato verde: le Follies! A cena sono voluta tornare in un localino, le pain quotidien, che avevo visto il giorno prima, facendo quasi incaxxare Nath per la ricerca a tastoni nella grande metropoli.

Intervallo

Immaginate la musichetta... tattaratttatttara..

- Place Vendome, Paris -





mercoledì 18 aprile 2007

PARIGI, SOLE DI MIELE. Ovvero interminabile disordinato racconto dei miei primi nove giorni con Nathan. PARTE SECONDA

IO, LA SIMONE E IL GIAN PAOLO.
Ovvero della mia indisponenza ad ogni lingua straniera.

- Uff! non hai saputo consigliarmi un libro ambientato a Parigi
- mhm
- Ma Viaggio al termine della notte è ambientato a Parigi?
- In giro per il Mondo.
- …e Camus, tutti in Algeria li ambienta i suoi libri?
Nonostante la mia insistenza non ho ottenuto un titolo da Nathan e ho pescato nell’inestinguibile scaffale dei libri che compro e rimangono in attesa di lettura.

- Tesoro, allora opto per la Simone de Beauvoir, sai la donna di Satre… (perdonami Simone!)
- Chi? Satre? Sartre!
- Ah, si, Sathre
- NO. Sartre!

Bene. Su questo vagone diretto a Torino via Genova, alla vigilia di Pasqua, in compagnia di 4 americane colazionate a prosecco e fragole, mi cimento a leggere la Simone.
Non un libro a caso, certo. Ma l’ultimo della trilogia, acquistata decenni fa. L’età forte, il libro della maturità.
L’odore d’alcol m’entra dal naso e arriva diretto alla testa, senza passare per lo stomaco. I piaceri dell’ubriacatura via etere… le parole sulla carta filano veloce, ritrovo la stessa prosa scorrevole tanto amata ne I mandarini, ritrovo quel mito di donna libera e non radicale (che vive nella mia testa) della Simone, ritrovo il fascino di Gian Paolo, il filosofo con quella r che va e che viene.


IL MAGO DI GOZ.
Ovvero della mia entratura nella prima vita di Nath.

Stavolta tocca a me ad entrare. E per fortuna che Nath m’ha fatto una sorpresa, me lo ha detto dopo che sono scesa dal treno, dopo che mi ha baciato sulla testa del binario, dopo che abbiamo preso un ‘haffé alla stazione, dopo che ho scherzato con la sciura-barrista per la mancata “c” del caffè, dopo che siamo arrivati all’albergo (ah, questo consigliabile, Hotel Due Mondi, un po’ retrò ma carino). Insomma dopo dopo dopo tutto, Nath mi dice:
- Pensavo di chiamare il Mago di Goz, magari gli scrocchiamo una pastasciutta e poi l’ultima volta che siamo venuti a Torino si è lamentato che non l’abbiamo chiamato!
- Sì, certo, carino. Mi fa piacere conoscerlo, il tuo amico Mago di Goz.
Dico io. E questo è verissimo. Ma al contempo, l’altra vocina di me, quella catastrofica, faceva montare il panico sulle mie ossa. Come sono vestita? Come mi stanno i capelli? Non farai mica il pesce lesso ora che ti intimidisci e non dici niente? Oddio, piacere al suo amico il Mago di Goz?!
Ovviamente tutto questo non ha avuto voce, ho messo su un sorriso disinvolto, che mi pare proprio, Nath, abbia bevuto.

Ci troviamo in strada, direzione il Paese del Mago di Goz. Giriamo per San Salvario, contenti di trovarsi già nella Belleville di Pennac.
Il paese del Mago di Goz ha un che del Libro Cuore, una scala a doppia rampa, con i gradini dalle alzate bassissime ci conduce per alti regni, passando davanti ad un ganesh di benvenuto. Al settimo cielo, troviamo la prima meraviglia ben tre, o forse quattro, i campanelli per destare gli abitanti. E suoniamo.
Una voce giunge dall’aldilà e chiede goliardamente la parola d’ordine.
La mia vocina monta il panico e quasi ce la fa a vincere su l’altra me… io non ho la parola d’ordine? Oddio quale parola d’ordine? Guardo Nath stupita, lui guarda me sereno, la porta si apre, e il Mago è lì davanti a me.
Ha occhi e capelli da folletto, la sua voce accogliente mi si rivolge:
- Ah eccoti, finalmente ho il piacere di conoscerti mia cara Francese! No, aspetta chiudo io, che tutti quelli che entrano qui per la prima volta mi tirano sempre giù lo stipite della porta…
In effetti avevo agguantato lo stipite del muro e tiravo…

MACARON MO' NON TE MAGNO.
Ovvero della voglia che mi è rimasto di comprare quei dolcetti colorati iper calorici nel negozio chic.

Vagavamo stanchi per Sant-Germain-des-Prés, il nostro venerdì a Parigi, il nostro settimo giorno insieme.
Perché ci tengo tanto a precisare settimo giorno insieme, nonché quinto a Parigi? Bhe, perché siamo una coppia giovane e distante chilometricamente, tanti giorni insieme non l’abbiamo MAI, dico MAI, passati. Nel bene o nel male, servono a conoscersi e dalle rose-e-fiori possono uscire anche le spine. Insomma dopo cinque giorni di camminate sfrenate per la città quello era il momento per dare segni di reciproca insofferenza.
Avevamo passato gran parte della mattina e del primo pomeriggio alla Gare d’Orsay, e già alla prima sosta dopo il tour museale per dissetarsi, Nath ha incominciato a dare segni di insofferenza per il tavolino stretto*. Abbiamo fatto a piedi fino ai Giardini del Lussemburgo, cercando per le stradine davanti all’Odéon la libreria di Silvia Beach, dove Hemingway comprava i libri in Inglese in Festa Mobile (che ovviamente non c’era, sembra essersi trasferita davanti a Notre-Dame, vedi foto). Insomma dopo aver vagato per I giardini, visto la chiesa di St-Germain, visto un po’ il quartiere, avevamo concluso tutte le nostre mete fondamentali, non avevamo più da correre da nessuna parte. Nessuna tappa imperdibile ci aspettava. Eravamo ormai abituati ai ritmi serrati, senza dover correre ci siamo trovati persi.
Cosa abbiamo visto bene di fare, battibeccarsi un po’, senza esagerare, senza litigare, e senza dare troppa importanza alla cosa! **

Passiamo davanti ad un negozio chicchettoso, tutto ombrato all’interno. Io curiosa come una scimmia, appoggio il viso alla vetrina, dolciumi! Giriamo l’angolo e una coda ordinata di persone entra dalla porta per fare acquisti. IO non sento parole e mi piazzo in fila:
- che fai? Non vorrai mica fare la coda?
- Si dai, si vede che qui quei dolcetti tondi, marroni, crema, rosa e verdi sono speciali!!! E poi guarda come li confenzionano in modo elegante, nella scatola di cartone con i nastri!
- Pure? Ma lo vedi che negozio chiccoso è questo? Ah io non ho voglia di fare la fila!
Ha boffonchiato ancora qualcosa, su come sono schiava del mercato, della pubblicità, dei franchising (vedi Paul!), altro… sulle regole dell’economia e poi chi sa, magari è arrivato anche al Capitale, al Plusvalore, come il suo eroe, quello del libro che mi legge a letto, quel Ciovanni senza tetto né bisogni, quel no-global ante-litteram del libro di Celati. Ci sta.
Ma io non l’ascoltavo e pensavo che non avevo proprio voglia di litigare, l’ho lasciato dire. Ero stanca e l’unica cosa che volevo era un abbraccio e qualche coccola. Ho aspettato, il cielo sopra di noi era sereno e lo sono tornati anche i nostri animi, in quella soffitta arancione alle Trois Gares, dove abbiamo dormito stretti stretti quell’ultima notte a Parigi.

* Nath lo negherà di sicuro!
** Negherà anche questo.

martedì 17 aprile 2007

PARIGI, SOLE DI MIELE. Ovvero interminabile disordinato racconto dei miei primi nove giorni con Nathan

CAFFÈ OLÈ.
Ovvero di quando ho avuto coscienza di essermi innamorata di una “scimmia”.

- Sìsì amore, café-au-lait viene dallo spagnolo non lo sai? MA-COME-NON-LO-SAI? Sìsì amore, come non lo sai? La storia è fa-mo-sis-si-mis-si-mis-si-ma!! Fu uno spagnolo a introdurlo alla corte dei Luigi di Francia!! Giàgià…
“C’era una volta, alla corte del grande Luigi XIV uno stuolo di chef proveniente da tutto il mondo. Tra questi, uno, era spagnolo. Stufo del vino che scorreva per la Reggia a fiumi, volle farsi, da solo, un vero caffè, come sembra sappiano fare solo in Spagna… e dato che soffriva di gastrite pensò bene di macchiarlo con una goccia di latte. Una volta in cucina fu osservato preparare la bevanda. Lo chef in questione rimase stupito che alla Grande corte del Re di Francia non sapessero farsi nemmeno un caffè. Furbo com’era, guardò bene di sfruttare questa ignoranza a suo favore. Incominciò a professare in giro la bontà e i benefici della sua invenzione. Unica cosa, si scordò di dargli un nome… quando si trovò al cospetto del Sommo, improvvisò, e la battezzo Caffè Olè.”

Questo più o meno ciò che disse. Non raccontabile a parole il suo gesticolare sciolto, la sua lingua fluida e la giocosità delle parole. Avevo già avuto prova della sua teatralità nella lettura del nostro libro-a-letto in corso, ma non sapevo quando fosse parte di lui. In fin dei conti non ci conosciamo da così tanto. Il tempo passa e si svela a me, Lui, quella “scimmia” del mio Amore.


PARTENZA CON LUNA.
Ovvero di quando me ne partii all’alba.


Diritta, sì, avevo la luna diritta quella mattina. Come avrei potuto averla torta? Partivo e partivo di buon’ora per un viaggio che avevo tanto atteso. Parigi. Una capitale è come un’altra, come no? Però io oramai adulta anagraficamente non c’ero mai stata e niente accresce di più la fama che l’assenza (questa la devo aver assorbita per induzione dai troppo baci perugina). Quindi ad un’ora indecente, dopo giorni di preparazione per i bagagli e le letture pre-viaggio, me ne scendo le scale ed aspetto il mio chauffeur (quel santo uomo di mio padre che pur di non sapermi a giro per il mondo con le chiavi di casa, si desta anche presto!) Ebbene, Parigi, sogno rimandato, città dell’amore che mi ero ripromessa di vivere con una persona importante. …e così è stato! Io e Nath avevamo programmato da tempo questo viaggio, lui pur essendoci già stato ha acconsentito a realizzare questo mio desiderio. Superati gli intoppi di prenotazione (rinneghiamo il consiglio di adoperare il portale venere.com) quella mattina di luna diritta sono partita per quella che si prometteva essere la nostra sole di miele.


MAR-DI-CAPO DA MALEDUCATO.
Ovvero dei tre
gagni del ritorno.


Metti che la tua vacanza è quasi finita.
Metti che hai seriamente interrotto la tua normalità quotidiana con qualcosa di straordinario che oramai è concluso.
Metti che hai avuto accanto ininterrottamente per giorni la persona di cui più spesso soffri la mancanza.
Metti che l’aria condizionata spara troppo alta.
Metti che i racconti che stai leggendo non sono proprio così ipnotici da non farti accorgere del resto.
Metti che tra poche ore dovrai saluta, quella persona che ti è accanto da così tanto tempo e dovrai incominciare a sentirla solo per telefono.
Metti che vivi in una città provinciale e non in una metropoli; già che sei seduta su questa poltrona da troppo tempo.
Metti che vorresti fare tante cose ma non ne puoi fare molte.

Metti, che tu e lui, non l’avete con i ragazzini - gagni o citti che dir si voglia – maleducati, che urlano, strillano, sbizzano e tirano calci proprio nel seggiolino dietro al vostro per la bellezza di cinque ore (una l’hanno pur dormita).
Mettici tutto questo e mettici la tua d’educazione, che ti impedisce, contrariamente a quanto fanno loro, di dare libero sfogo al tuo di risentimento, mettendoti in piedi sul seggiolino urlandogli di stare zitti, che essere bambini non giustifica la mancanza di rispetto del prossimo, che si può essere non repressi anche senza spaccare i timpani ai tuoi vicini.
Dopo tutto questo, il mal di testa è d’obbligo.

PIÙ CARTOLINE PER TUTTI.
Ovvero della mia insofferenza alla
giapponesitudine dilagante.


Scrivete pure sul mio epitaffio: visse insofferente. Se il mio Nathan lo si può dire uno-spara-sentenze, io per imposizione genetica vivo insofferenze.
Sono a favore della tecnologia ma anche del consumo consapevole, anche se sono la prima a farmi convincere dalla pubblicità e vivere di raccolte punti e golosità da franchising (Pol-forevere!).
Ma una cosa non la sopporto proprio.
Perché fare una fila nel più grande museo al mondo - per fortuna noi ne abbiamo fatta poca – solo per entrare, munirsi di cuffie e seguire il branco verso quell’unica, valorizzata opera da best-seller (sfiziosa non c’è che dire… tanto d’aver meritato anche un bel paio di baffi), mettersi lì, stipati in quella grande sala, dove altri capolavori occhieggiano in guardati??? Perché?? Perché tutti a mirar la Lisa, ignorando la mia vergine gonfia (ehm, la sua), ignorando l’assenza del Grande Piero tornato a casa per l’anniversario della morte?? E poi ancora perché tutti lì, con quel caxxx di arnese in mano, telefono o macchina digitale a fare la foto all’opera senza concedersi il tempo di lasciar scorrere l’occhio su quelle tinte originali, su quei colori che mai nessuna perfetta taratura potrà riportare sul sensore, sul monitor o sulla carta? Perché?? Perché ostruire a me, la vista dell’opera viva, intera, nelle sue reali dimensioni, solo dal vivo percepibili immediatamente?
Vendono tante cartoline nei bookshop dei musei, a questo servono, per portarsi a casa un ricordo a buon prezzo, un’impressione, un brandello di quello che è stato il proprio contatto con l’opera, con l’artista.

Perdonate la mia intransigenza. Condivido il concetto di democrazia, anche se a volte ne ho una visione un po’ restrittiva, come dice magistralmente in una battuta qui irripetibile il RossodiS.

lunedì 16 aprile 2007

Tornati

Dal sole che abbronza anche tra i boulevard.
Dal languore enigmatico dei Leonardo, sotto i drappi caravaggeschi.
Dal chiasso festoso del Quartier Latin.
Dai sogni in cemento di Perret.
Dai superbes ristoranti del quartiere Saint-Denis-Montorgueil. (Tir-Bouchon, segnatelo!)
Dal dolore composto di un funerale sotto le arcate di Notre-Dame.

La Francese che arrossisce quando le rivolgono la parola in una lingua che non conosce.
La Francese che scompone il gesto tecnico des impressionistes all’Orsay.
La Francese che apre gli occhi e sorride la mattina in questo letto diventato nostro.

I piedi fracassati e le gambe gonfie.
I panini di Paul e le colazioni con pain-au-chocolat.
Il tuo portafoglio rimasto chiuso anche davanti alle vetrine più invitanti.
La nostra stanza nella mansarda.
Il libro di Izzo che non finirò mai, il nostro Celati che interpretavo la notte prima di spegnere la luce.

Quel pacco dei giardini di Versailles e la meraviglia des Jardins du Luxembourg.
La Villette.
Il treno (TGV) che finalmente abbiamo preso insieme, invece dei soliti tristi saluti.
Gobetti e Modigliani al Père-Lachaise.
La merenda alle Tuileries.
Mont-Martre e i luoghi che si possono evitare.

La nostra ininterrotta settimana di felicità.

Tour invernale della Sicilia: Siracusa

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