domenica 1 giugno 2008

Virgilio e Kenzaburo


Incontrammo Virgilio in una stazione di passaggio tra Parigi e Brest (le coin extrème de la Bretagne). Lui viaggiava con la fidanzata, noi eravamo cinque ex-compagni di scuola alle prese con il viaggio simbolo della loro giovinezza. Quell'estate attraversammo buona parte dell'Europa occidentale usando i sedili dei treni come letti di albergo. Ci fermammo a La Rochelle per il solo motivo che a guardarla sulla carta questa città sta a metà tra l'estrema punta settentrionale della costa oceanica francese e il confine con i Paesi Baschi spagnoli. Dormimmo sotto un porticato, una fila di sette sacchi a pelo a riparo dalla pioggia di quella fine di luglio. Era il 1995 e io mi sentivo più vecchio dei miei 22 anni.
Virgilio mi raccontò di aver deciso di partire per un viaggio in solitudine, con pochissimi soldi in tasca e gli occhi affamati di scoperte. Disse che la fidanzata si mise in mezzo all'ultimo momento e che le condizioni, a quel punto, cambiarono necessariamente.
Io mi stavo appassionando a certi scrittori stranieri, mi specchiavo nelle vicende dei loro personaggi, trovavo un senso ai miei ragionamenti, offrivano un epos della ricerca di un posto che potesse coincidere con l'identità di cui ancora non conoscevo i dettagli.
Era il tempo di Remarque e Boll, la mia epoca di una generazione perduta nelle guerre, il tempo dei romanzi giovanili di Hesse, dei suoi personaggi che sono riuscito ad amare, di Demian e Peter Camenzind, il tempo di Sotto la ruota e del destino che ti travolge, quando non hai più la forza di resistergli. Era l'anno in cui mi era stata rivelata l'energia generazionale di un Tondelli, il teorico dell'abbandono, lo scrittore emozionale.A Virgilio, invece, interessavano i giapponesi. Lui sguazzava nel concetto di colpa e nei modi della sua espiazione, lui era alle prese con i significati profondi del vivere e del morire, con la potenza dell'eros e il fascino magnetico del tanatos. Non ricordo quante volte si ripeté la parola suicidio nella lettera che mi lasciò quando a San Sebastian le nostre strade di separarono, alla fine di quella lunga notte al riparo dalla pioggia sotto una tettoia della stazione, a contendersi l'asciutto con i barboni che reclamavano un giusto diritto di precedenza.
Mi lasciò scritto di come Kawabata si tolse la vita nel piccolo appartamento al mare nei pressi di Kamakura, di Mishima e il suo seppuku, di come questa scelta ritorni ossessivamente nelle pagine di Tokyo blues e del fiato gelido della morte che accompagna la lettura di Il grido silenzioso di Kenzaburo Oe.
E infine Virgilio in quella lettera mi consegnò le chiavi dell'eros con le pagine di Tanizaki, il feticista (come molti giapponesi) dei piedi, l'autore de La chiave e di Diario di un vecchio pazzo.

Non l'ho più rivisto Virgilio, quel comasco all'interrail con la fidanzata. Per anni ho conservato la sua lettera nel portafoglio e per anni ho pescato le mie letture giapponesi da quel foglio di carta spiegazzato.
Oggi la Francese me li ha sequestrati, tutti i miei autori del sol levante. Un borsone di MIEI libri riempie un ripiano della sua libreria. Ora è il suo turno d'immersione nella complessità dell'animo nipponico.
A luglio partiremo per il giappone. I grandi interrogativi dei miei vent'anni, oggi, sono in parte risolti, in parte superati, in gran parte ignorati. Lo spiraglio che Virgilio mi ha aperto sulla letteratura giapponese non è che un contributo (uno dei tanti, forse uno di quelli importanti) a quel processo inesorabile che fa scorrere il tempo e mutare le circonstanze.
Forse, se andiamo in Giappone oggi, a 13 anni dalla scoperta del suo spirito più profondo, è anche grazie a Virgilio, a tutti quei libri che mi ha consigliato e che ho letto, che spesso ho amato, che non sempre ho compreso, al grado di empatia che mi hanno fatto raggiungere, alla moltiplicazione di senso che tutte quelle vite di carta hanno dato alla mia.

11 commenti:

zazie ha detto...

Io amo Abe Kobo, se ti capita. E i due Murakami (Haruki e Ryu) sono probabilmente i miei preferiti tra i "contemporanei".
(forse e' un tantino esagerato dire che molti giapponesi sono feticisti per i piedi...)

Nathan ha detto...

@zazie
:-) ho sconfinato nel terreno dei cliché da guida turistica, perdono. Per riparare, in giappone racconterò a tutti che gli italiani sono romantici e amano cantare.;-)

Nathan ha detto...

ps: Abe Kobo non era contemplato dalla lista di Virgilio. Grazie per il suggerimento!

zazie ha detto...

Ok, sei perdonato, ma solo se ti porti in viaggio un mandolino ;-D.
Di Abe Kobo, tra i testi tradotti in italiano, ti consiglio "L'uomo scatola" e "La donna di sabbia". Non so se ti piace, io ad esempio non ho mai amato molto Oe Kenzaburo, e trovo molto molto pesante Mishima.

la francese ha detto...

anche a me Mishina rimane un po' lento... confido in tutti gli altri! per oggi abbiamo visto un bel cartoon
Il castello errante di Howl! :)

Nathan ha detto...

che Mishima sia spesso indigesto (vedi Sole e acciaio, abbandonato ben prima della metà), sono d'accordo. Di suo conservo però la tenerezza della delicata storia d'amore di La voce delle onde.
Oe e, aggiungo, kawabata non sono poi esattamente letture da sollazzo (nemmeno tra i miei preferiti)
Trovo invece qualcosa di magnetico nella voce narrante dei romanzi di Murakami Haruki, un modo di sentire e guardare che ti entra dentro e che, per diversi giorni dalla fine del libro, continui a sentire in te.

zazie ha detto...

@ Francese: i film d'animazione di Miyazaki Hayao mi piacciono tutti. Ti consiglio Spirited Away, Nausicaa e Laputa (ma anche Tonari no totoro, Kiki's delivery service, Lupin III e il castello di cagliostro..). A Tokyo potete anche visitare il museo dello studio Ghibli (fondato da Miyazaki).
@ Nathan: dopo questo tuo commento penso che forse Abe Kobo ti piacera'. Anche io di Mishima salvo " La voce delle onde", ma lui in generale mi sta antipatico, per vari motivi (direi che questo e' un giudizio finemente intellettuale...). Di Murakami ho amato molto "L'uccello che girava le viti del mondo" e " La fine del mondo e il paese delle meraviglie". Anche il mio compagno ama molto Murakami e lo legge e lo rilegge.

soniaarw ha detto...
Questo commento è stato eliminato dall'autore.
sonia ha detto...

Bello questo ricordarsi di momenti, luoghi e persone attraverso i libri. Per un certo periodo, sulla prima pagina di ogni mio libro, ho annotato dove l'avevo letto e quando. Ricorco un "Il Signore degli anelli" su una spiaggia greca, "Jack Frusciante è uscito dal gruppo" sui sassi della costa corsa e "Due di due" sui pullman del Messico.
Francese buona lettura!

stefy ha detto...

Tra Mishima e Tanizaki, personalmente scelgo Tanizaki (di cui mi ritrovo l'opera omnia sugli scaffali per via di un esame monografico all'università...). E anche per me "La voce delle onde" è l'eccezione che conferma la regola! Ancor più di Tanizaki mi piacciono Kawabata e Natsume Soseki (c'erano, nella lista?). Norvegian Wood di Murakami (ai tempi Tokyo Blues) è stato il primo libro di letteratura giapponese che abbia mai letto, al liceo, ancor prima di sapere che ci avrei dedicato così tanto tempo della mia vita. Rimane uno dei libri a cui sono più affezionata.

Nathan ha detto...

@Sonia,
la Francese lo fa ancora. Ecco, spero eviti di farlo sulle pagine dei MIEI libri...

@Stefy
Soseki non c'era, Kawabata sì. E per la verità non si limitò solo ai giapponesi. L'elenco contemplava anche quell'illustre coreano dal nome quasi impronunciabile di Yi Munyol, che, ovviamente, non mi sono lasciato sfuggire.
Ma chissà, dopo tutti questi anni, dove si sarà cacciato il saggio Virgilio e soprattutto che cosa starà leggendo.

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