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lunedì 3 settembre 2007

"I fatti", appunti in libertà

“…poche le cose che ti abbattono, sono le cose che nutrono te e il tuo talento.”

“ non tutto succede per essere capito e sfruttato, ma perché guarda caso è vita. L’esistenza non invoca sempre l’esistenza del romanziere, certe volte invoca solo di essere vissuta”.

Da "I fatti" di Philip Roth,
edizione italiana per Leonardo del 1989

Il difficile è stato trovarlo, I fatti, poi il più è “fatto”.
In un gioco epistolare tra Philip Roth e Nathan Zuckerman si sciolgono gli insinuanti legami biografici generati nel lettore. Philip vive un’infanzia felice, in una famiglia ebrea di Newark. Nonostante le capacità economiche modeste non gli verrà mai a mancare niente, né affetto, né istruzione, avviata prima in un college vicino casa e poi proseguita e felicemente conclusa alla Chicago University. Avrà un “apprendistato” felice, presso la docente di letteratura inglese, figura presente anche nei suoi primi anni di carriera universitaria, avviata subito dopo la laurea, all’età di 22 anni. Stesso anno del suo primo racconto, il 1955. Un felice esordio al quale ne seguirà subito un secondo, nel 1956. Nello stesso anno conosce, da professore universitario a Chicago, Josie, la donna che diverrà la sua prima moglie. Qui l’autore parte con una lunga argomentazione su quelle che, secondo lui, sono le cause dell’attrazione verso questa ragazza tipicamente americana così diversa da lui e che sconvolgerà la vita. La sua vita, ovattata dalla tradizione ebraica dei genitori, dal loro buon senso e dalla loro razionalità, dall’amore adorante verso questo figlio particolarmente dotato.
Josie, invece, ha iniziato giovanissima a subire. Maltrattata e malvoluta dal padre, si sposa giovanissima con un macho very american che le porterà via i due figli per rifarsi una vita senza di lei, lasciandola sola e con la necessità di mantenersi.
Philip affronta la conquista di questa donna, rappresentativa del peggio dei goym, come una sfida, come una sua personale lotta per la redenzione di quell’America, quella patria di cui si sente pienamente figlio, ma verso la quale il suo popolo eletto, ha ancora delle riserve. Povero Philip - mi permetto di aggiungere - sapesse a cosa va incontro! Nel ’58 dopo un’impensabile serie di tranelli e giochetti amorosi, sposa Josie. Lui stesso si meraviglia di averlo fatto, ripercorre incredulo gli avvenimenti rappresentativi della loro storia (anche grazie ad uno psicanalista), svelando la tela magistralmente tessuta da quella arpia psicopatica di sua moglie che lo ha condotto al talamo nuziale. Ve lo devo svelare, quest’ordito che porta al matrimonio, anche se svelo parte di questo libro e di altri, perché è lui stesso che la definisce come importantissime per la sua opera. Josie, la futura signora Roth – o meglio quella che lui chiama così nel libro ma che nella realtà potrebbe benissimo chiamarsi, Charline, Mary e in qualunque altro modo – Josie vede in lui, giovanissimo professore universitario, aspirante e promettente scrittore, un ottimo partito che la può tirare fuori dai bassifondi della vita in cui è sempre vissuta, e non intende affatto farselo scappare. Dopo un tentativo di gravidanza sfumato, Josie l’irriducibile ci riprova e sapientemente congegna una squallida trama alla Dallas che in ordine le consente 1) strappare la promessa di matrimonio a Philip 2) accordarsi per il successivo aborto dopo il matrimonio 3) ingabbiare l’uomo con senso di colpa. Ciliegina sulla torta è il fatto che, la stessa consorte, confiderà al coniuge solo due anni dopo: Josie non era incinta, aveva truccato l’analisi facendosi dare, sotto pagamento, da una donna nera abbordata per strada, l’urina gravida per la prova, il riscontro scientifico della sua gravidanza al quale il marito, oramai privo di fiducia nei suoi confronti, l’avrebbe sottoposta. Quindi nel ’58, quando si trova sposato e a New York, pubblicherà la prima opera, Addio Columbus, che circola ancora in pochissime copie in una vetusta traduzione. Nel ’59 esce un altro racconto, Difensore di fede – non prendetemi alla lettera vado a memoria – mentre nel ’60 riceverà per Addio Columbus il National Book Awards.
È subito dopo, tra il ’60 e il ’62 che un suo articolo provocherà accese discussioni negli ambienti “alti” dell’ebraismo newyorkese. È a causa di questo articolo che viene invitato ad un incontro alla Yeshiva – che se non ricordo male è l’università ebraica di New York - qui verrà apertamente accusato di antisemitismo. Rimarrà fortemente turbato da quest’evento. Contrariamente al suo alter ego, Zuckerman ma anche Tarnopol – che non ho il piacere di conoscere – l’autore non risponderà con durezza e sagacia, per lo meno non nell’immediato. Altra fondamentale differenza, rivelata apertamente nel libro di prossima pubblicazione, Patrimony, è il rapporto con il padre. Il sig. Roth, non si comporta come Zuckerman, non si mette contro il figlio, ma lo difende e lo approva. Nel 1962 riesce ad ottenere anche la separazione dalla prima moglie, che aggiunge forti tormenti alle vicende con la comunità ebraica, anche a causa dei problemi psicotici che la porteranno ad una morte violenta nel 1968. Il momento della morte è vissuto e narrato come una liberazione e la rinascita creativa.
Nel 1969 viene alla luce con estrema rapidità Il lamento di Portnoy, come uno che sputa il rospo.
Qui finiscono i miei appunti.
Se vi interessa il libro è in prestito presso la biblioteca regionale di Aosta.

giovedì 25 aprile 2013

Confessioni di Philip Roth

 
Il 19 marzo, in occasione del suo ottantesimo compleanno, La storia siamo noi di Minoli su Rai Tre ha presentato Philip Roth Rivelato, film intervista documentario a cura di Livia Manero. 
Se siete estimatori di quello che all'unanimità è stato definito il più grande scrittore americano vivente (scritto qui) non potete perdervelo. 


domenica 15 giugno 2008

Vorrei, ma posso poco. Oltre *Professore di desiderio* di Philip Roth

Non ho le forze per affrontare come si deve l'argomento "vacanze in Giappone", vorrei studiare la gastronomia in modo approfondito, anche perché grazie all'amica Zazie ho scoperto che è varigatissimissimaaa!, vorrei studiare meglio le cose da vedere lungo l'itinerario Tokyo - Kyoto - Hiroschima, vorrei approfondire anche l'architettura contemporanea, per non perdermi il possibile delle suggestive forme di Ando o Tange.

Vorrei, ma non posso, almeno non come vorrei, nel senso che non ne ho le forze sufficienti.
Soffro da un mesetto di astenia e pressione bassa e, nell'intenzione di riprendermi, pronta per il caldo torrido del Giappone di luglio, non mi affatico, ozio, mi riposo.

Non ho ancora iniziato nemmeno uno dei romanzi consigliati da Nath/Virgilio.

Però una cosa stasera, alla dipartita dell'AmoreMio, l'ho fatta.

Ho chiuso un libro iniziato più di un mese fa.
Non posso astenermi dal dirne due parole visto le innumerevoli volte che ho parlato dell'autore, di lui, l'unico, lo stra-citato Philip Roth.
Perdonate (perdonami Nath) questo gesto di moribonda.

Il mio commento su "Professore di desiderio":
Immagine di Professore di desiderio

Professore di Desiderio è un romanzo del 1977, pubblicato in Italia nel 1978 da Bompiani e mai più ristampato. L'ho cercato in ogni bancarella di libri usati lungo il mio cammino per poi scoprire che era disponibile in prestito nella biblioteca della mia città. Il destino a volte...

Carica di aspettative sono stata ferocemente delusa dalla prima parte del libro.
Stesse trame rothiane di sempre, un sesso sfrenato alla Portnoy e una parte riconoscibilmente autobiografica sul primo infelice matrimonio con una donna fatale, isterica e vendicativa, la devastazione della separazione, l'analisi.
Mancando dell'effetto sorpresa e avendo già letto il leggibile (pubblicato in italiano) ho trovato questa prima parte monotona. Il libro di appena 240 pagine non andava oltre il mio comodino.

Un po' per rispetto all'autore, un po' per non rimanere con il dubbio, mi sono costretta a concludere la lettura e sono stata gratificata oltre la metà, nel momento in cui il romanzo svela le ragioni del titolo "Professore di desiderio".

Qui il prof. David Kepesh (lo stesso de L'animale morente il mio preferito) redige il suo discorso di inizio anno, sul tema: il desiderio erotico nella letteratura.
Ed è con questo discorso che mi conquista definitivamente.
Suggerisce un parallelo, una continuità, tra la vita concreta, quella "vera", quella vissuta e quella letteraria, mediante la passione, l'emotività erotica che si riscontra in entrambe le trame, e che è la più immediata per un studente di letteratura di vent'anni. Un amore per l'insegnamento, innegabile.

"Suggerisco ciò nella speranza che se parlerete di "Madame Bovary" nella stessa lingua che usate parlando col droghiere, o con gli amici, veniate a trovarvi, poi, in rapporti più intimi, più interessanti, più - come voi potreste dire - "referenziali", con Falubert e con la sua protagonista."
Una passione che avrei tanto voluto trovare nei miei innumerevoli professori di lettere.
E il romanzo incalza, una gita a Praga nei luoghi di Kafka o del Sig. K., K come lui. Satira sul dominio russo e non solo...
Incontra in sogno niente popò di meno che la puttana di Kafka, paragona con un volo pindarico di fantasia i suoi malesseri con quelli dell'autore praghese. ...e poi riferimenti continuo ad autori amati, come Colette, Melville ecc.
(...) "a ciascun cittadino inibito il suo Kafka."
"E a ciascun arrabbiato il suo Melville", ribatto io. "Ma poi che se ne fanno, i letterati, di tutti questi gran libri che leggono..."
"Ci affondano i denti. Voglio dire, mordono i libri anziché la mano che li strangola."

E non è tutto. C'è anche, quasi, un quasi lieto fine, già.
Il personaggio di Claire, la moglie buona, la quiete oltre la tempesta. Ma sarebbe troppo banale se fosse solo questo. Ci sono i dubbi, quei tarli che ogni cosa buona porta con se, soprattutto in chi è abituato a soffrire.

Da sola, lei, ha deciso di abortire. Perché io non dovessi accollarmi un dovere? Perché io la scegliessi soltanto per se stessa? Ma è tanto orrendo il concetto di dovere? Perché non me l'ha detto, che era incinta? Non c'è un punto nel corso della vita in cui uno si arrende al dovere, gli dà il benvenuto, come già s'arrendeva al piacere, alla passione, all'avventura? Non arriva mai il momento in cui il dovere è piacere, piuttosto che il piacere dovere?
Complessivamente buono. Potessi lo leggerei molto prima di altri.
Anche la traduzione, pur datata è accettabile.

Adesso c'è spazio per tutto il Giappone che occhieggia dal comodino.

mercoledì 27 giugno 2007

Una giornata particolare

(prima parte)

Sabato mattina arriva subito, in un lampo. La notte è passata veloce con le coccole mute della sera, il sonno disordinato nel grande letto dei due lettini, oltre questa finestra dei sette nani, cullati dal ronzio della strada. Un buongiorno scambiato sorridendo con la testa ancora sul cuscino e le labbra umide, l’ora tarda ci mette fretta e bigiamo il rito dell’amore mattutino. Oltre la porta, oltre questa scatola, mi aspetta la vita di Nathan, quella vita che non conosco, quella che lui vive nel mezzo della settimana, senza di me. È la sua famiglia, sua madre, suo padre, questa casa costruita dal nonno veneto, con l’orto di lato e la zia al piano di sopra. Usciamo, e timida, lo segue, per conoscere la Signora Zuckerman, sua madre. È una bella donna, sorridente e gentile, che ci accoglie incuriosita dall’incontro: “Finalmente ci conosciamo!” Lascia suo figlio a trafficare in cucina, a preparare il caffè e mi indica una sedia “facciamo due chiacchiere per conoscerci”. Ommammina?! E ora cosa gli dico?! Ho ancora le cispe agl’occhi! Sarò impresentabile! Tento di stare calma e il più naturale possibile. Non è che m’intimorisce lei in sé, ma vorrei piacerle e questa ansia da prestazione un pochino mi rende strana. Chissà che le ho detto, di sicuro ho farfugliato qualcosa sulle zanzare, sarò partita in uno dei miei turpiloqui incomprensibili, che si sa solo dove è iniziato ma mai dove finisce. È un imbarazzo strano. Tutto è accogliente, ma è che non li conosco per niente, non so quanta confidenza permettermi. A rafforzare i nostri argomenti di conversazione arriva un rosso gattone ruffiano, ospite sporadico che si sente comunque padrone di casa.
Ci salutiamo, l’appuntamento è da lì a due ore per il pranzo, dove conoscerò anche il Sig. Zucherman, il padre di Nath. La poderosa ci aspetta diligente fuori dalla porta per portarci nel centro di Aosta, dove andremo in biblioteca a vedere il sofisticato servizio della Regione Autonoma. Vagoliamo un po’ per i margini della città alla ricerca di un parcheggio aggratisse, non perché il mio Amore sia parsimonioso, no no, ma per vedere l’autolavaggio dove ha guadagnato i suoi primi spiccioli lavorando d’estate dopo la scuola. Il cielo è blu e la luce è acuta e tagliente come solo tra i monti lo sa essere. Avrei bisogno di occhiali da sole graduati, non c’è che dire. Costeggiamo le mura romane del castro di Augusta Praetoria e intravediamo l’edificio della Biblioteca, concepito ad hoc prima del 2000. Usciere all’ingresso, sbarre antitaccheggio, colori caldi nell’arredo che sanno di miele, moquette ovattante in terra. Ci lasciamo alle spalle il grande banco delle bibliotecarie/receptionist e ci rechiamo verso i libri stesi delle novità. Sembra di essere in una libreria. Nuovi di pacca e rivestiti, le ultime uscite, sono lì, disponibili a golosi lettori di fresche sfornate editoriali. Roba che nella mia biblioteca di paese, Paese da più di 40.000 abitanti, più di Aosta, te la sogni!! Oltre il vano di accoglienza scaffali e cataloghi, cataloghi e tavoli di lettura, tavoli di lettura e ancora scaffali. Saliamo, secondo piano, idem. Terzo piano, emeroteca, quotidiani e riviste, tante riviste, turismo, uncinetto, letteratura, fotografia e chi più ne ha più ne metta. Nathan insiste perché non mi fermi nemmeno a leggere il giornale, promette di comprarmelo pur di tirarmi via da lì. Infiliamo di lato, cd in prestito, postazioni di ascolto. Mi dice che posso scegliere un cd. Razzolo. Ma dove sta la J? Trovo Keith Jarret, cd doppio mai visto, vedremo. Ancora avanti, non è finita ancora? Na na. Video e dvd, tanti, postazioni di visione, schermi piatti con cuffia. Sezione per il prestito e novità subito post-prima visione solo in consultazione. Stordita, seguo Nath ancora per altre scale, la sala consultazione, dove lui andava a studiare. Me lo vedo qui, quasi 10 anni fa, contro il muro a studiare silenzioso.
Al banco la signorina ci aveva preparato i libri: Quando Lucy era buona, Rizzoli, 1970 e niente popo di meno che Addio, Columbus e cinque racconti Bompiani 1960 (il primo libro del mio autore preferito da riconsegnare 23 luglio)! Un lettore attento di Philip Roth sa che questi libri esistono, che sono stati tradotti in italiano appena usciti negli anni '60, sulla scia dell’immediato successo da semita antisemita di Roth, ma sa anche che sono irrintracciabili.
(Appello ad Einaudi, attuale editore italiano di Roth: ma cosa diamine aspettare a ristamparli? A comprare i diritti e riproporli? Io ve ne comprerei di sicuro diverse copie, li regalo pure, se volete! – Insomma, un bottino sorprendente, che mi emoziona tanto da saltellare contenta per la strada di Aosta alla ricerca di frutta e giornale da portare a casa).
Riponiamo i libri e ci prepariamo per pranzo, l’occasione del mio incontro con il Signor Zuckerman, i tratti del figlio su una faccia accogliente. Inizia qui la maratona mangereccia di questo week end. La madre di Nath ci aveva preparato un pranzetto niente male, antipasto piemontese con la giardiniera che adoro e che avevo già potuto apprezzare nei vasetti trafugati verso sud, i tomini con bagnetto verde – si dice così Nath? – maccheroni al pomodoro e arrosto con patate! Quante sono diverse e simili le gastronomie italiane!

mercoledì 7 febbraio 2007

Così vicino, così lontano. (prima parte)

Viaggiare, partire, vedere, sentire. Essere.
Per andare da qualche parte, per vedere il mondo, per conoscere anime ed intrecciare pensieri non è necessario andare troppo lontano. Spesso non importa nemmeno spostarsi da casa.
Questo è accaduto, a me, e credo anche a Nath, questo week-end.

Erano cinque giorni e cinque notti che non ci vedevamo.
Ci siamo sentiti ripetutamente, per telefono, via sms, in chat, siamo stati anche gomito a gomito intere giornate, ma la nostra pelle non si era sfiorata, i nostri odori non si erano mischiati. Le nostre labbra erano assetate.

Lo posso dire con chiarezza. Ogni momento d’assenza nel contatto via etere, mi prosciugava. Mi mancava l’aria, ma mi sforzavo di non darlo a vedere, di non fare partecipe Nath, di tutto questo. Ogni qual volta l’sms tardava, o il lavoro lo prendeva e allontanava da me, l’ossigeno mi veniva meno, e quei pochi neuroni rimasti intatti post innamoramento, vagavano persi. La voglia di stare con lui e la distanza mi portavano in iper-attività. Nei momenti in cui mi si dedicava lo punzecchiavo con:
- Nath hai fatto questo? ma qui quando andiamo? Ma il prossimo fine settimana? E quello dopo ancora?
Più forte di me, anche quando percepivo il suo fastidio, non riuscivo ad arginare quell’impeto da fiume in piena, la valanga che in me...

Poi, finalmente è arrivato anche il venerdì e la nostra cena insieme. Avevo passato quei cinque giorni distanti ad architettare come guadagnare tempo dalle faccende domestiche lasciate indietro, per poter iniziare a cucinare. La mia attenzione era ai tempi di cottura. Dovevo calcolare di portare parte degli alimenti a cottura, in modo che appena pronti per la cena, fosse bastato poco per cuocere, 15 minuti al massimo. Il venerdì c’è sempre traffico ed era impossibile calcolare un’ora d’arrivo, in più mettiamoci che con la voglia che abbiamo sempre di vederci, il cibo passa in secondo piano e quello che ha più esigenza di essere sfamato, è il nostro corpo. Quindi arrivo a preparare il contorno e a tenerlo pronto per il piatto forte nel momento della disposizione a tavola. Con l’ultimo alito di batteria Nath, m’avvisa della coda e del ritardo di un’ora abbondate. Un’ora. Quante cose avrei potuto fare in un’ora, se non fossi caduta in una inefficienza completa, pari solo al mio petulantismo dei giorni precedenti. La tv, la musica, scrivere, niente, apatia. Mi sono isolata, annebbiata. Lo stomaco incominciava a protestare e con la scusa di sfamare l’amore mio, nel momento in cui avesse varcato l’ingresso con un piccolo buffet d’aperitivo, ho incominciato a spelluzzicare con ingordigia emotiva.
Quando è scoccata l’ora del ritardo, il suo dito ha fatto vibrare il mio campanello, ed io c’ero e non c’ero, ero assorta. Avevo la testa attutita nel niente e ho dovuto assaporare per più volte le sue labbra per tornare me. La cena è stata posticipata dai tempi dell’amore, che brontolava di più dei nostri stomaci. Sazi siamo piombati tra le lenzuola, ad aspettare che il giorno ci cogliesse insieme, per godere dei prossimi tre giorni insieme.

Quando hai la sfortuna di avere lontano l’oggetto del tuo amore, hai la fortuna di passare insieme, quando accade, del tempo esclusivo. Non esiste altro, tu e lui, nient’altro. Chi ti conosce e sa che sei follemente innamorata, non ti disturba. Chi è un po’ geloso, o semplicemente frastornato dai tuoi cambi di abitudine, si affaccia timidamente. Sabato mattina, al primo precoce risveglio, abbiamo inaugurato la dimensione squisitamente personale del nostro tempo insieme, fondendo i nostri corpi ancora privi di coscienza, ancora intorpiditi dal sonno ma pronti nel riconoscersi e condursi insieme nel luogo più vicino e bello del mondo, dentro di noi, nel nostro piacere. E non mi dilungo per pudicizia a raccontare di questi momenti, che contrariamente all’idea diffusa nell’immaginario collettivo,secondo me, niente hanno a che vedere con il peccaminoso inferno, ma vivono unicamente e solo, un contatto con il divino paradiso.
Nel nostro tempo personale, non ci sono orari canonici per alimentarsi, viviamo dei tempi dell’amore e tutto il resto è secondario, anche mangiare. Le colazioni spesso sono pranzi, un po’ per l’ora, un po’ per l’abbondanza. Caffè, latte, yogurt e miele non possano mancare e il rito inizia, ci alterniamo nell’apparecchiatura e, ad imbanditura completata, spezziamo gli induci e le chiacchiere si alternano a cucchiai e tazze portate alla bocca. Un rito è divenuto anche quello del caffè, la misura del caffè. Io ne prendo solo una piccola tazzina, Nath ne riempie il fondo della tazza, con la cura di lasciarne un goccio per il mio rinforzino a fine colazione.
Quando va bene, la nostra giornata inizia alle 15.00. Sabato ci siamo volutamente portati a ispezionare librerie. Qualche opera d’arte ci chiamava, ci sembrava sciocco non entrare nemmeno a dare un occhio, ma la coscienza del tempo che di solito passiamo tra gli scaffali ci fermava. Prima tappa: piacevolmente capiamo che qui sono ben forniti più su tematiche precise che sulla narrativa, oltre a sconti sui tascabili. La seconda ha l’aria molto glamour, troppo grande distribuzione, dopo un affrettato giudizio negativo, la scopriamo piano piano, reparto per reparto. Seguo sempre Nathan con lo sguardo, a volte sono vinta nella guerra contro gelosia e, in questo week-end, sono una rifugiata politica. Lo raggiungo al piano, lo cerco e lo trovo. Sgattoiola via dal mio sguardo verso un angolo anonimo e probabilmente vuoto. Lo raggiungo di corsa, quasi dovessi beccarlo in fragrante in non so cosa… e lo trovo a fruzzicare tra i remainder.
- Laggiù c’è un Tascher sui templi Indu.
Che merxx che sono, lasciarmi vincere così da non so nemmeno io cosa!
- Amore che bello!! Costano tutti la metà?!
- Eh.. si ma qualcuno è puzzone!
Adoro i libri usati e non riesco a capire come ci se ne possa separare. Man bassa, giustificata dal prezzo perdo la soggezione che Nath genera su di me in libreria.
Usciamo ed è ancora giorno, il cielo è sereno e questa città per affollata ed inflazionata di giapponesi che sia, è sempre stupenda e immobile a se stessa. Ultima libreria, ma qui acquisto veloce, mirato. Uno dei miei autori preferiti, Roth, Philip Roth. In questa settima è appena uscito il suo ultimo libro Everyman, tradotto solo ora e pubblicato in Italia da Einaudi. Io e Nathan, per un verso o per l’altro gli siamo debitori. Con il nero volume tra le mani o meglio nelle sporte, ci avviamo verso il nostro nido. È già ora di fermare nuovamente i languori, in ogni senso. Passiamo dall’aperitivo, all’amore al sonno, con una naturalezza sublime. Interrompiamo il nostro connubio a due per una cena di compleanno che mi riporta indietro di diversi anni, per modi e compagnia. La strada che percorriamo è illuminata dalla luna e da quelle poche parole su di noi che ci avanzano ai baci, alle carezza e al bisogno dei nostri corpi di stare vicino.
Attendiamo il momento giusto per dileguarci, alla terza coppia che abbandona il desco ci sentiamo di poterci licenziare anche noi dagli amici. Cercando la luna in cielo e in noi, la nostra dimensione a due, torniamo verso le lenzuola bianche per iniziare la lettura del nero rothiano volume. Purtroppo o per fortuna, le nostre labbra si attirano ancora prima di approdare a pagina venti, dopo che la mia incespicante lettura a voce alta aveva sbagliato la pronuncia di tutti i nomi dei personaggi.

giovedì 31 maggio 2007

Grazie per aver viaggiato con Trenitalia!

Breviario di un viaggiatore dell’amore.

All’inizio, dalla Francese, ci andavo in macchina. Bruciavo 450 km di autostrada, bevevo 35 litri di benzina, consumavo il bancomat nelle feritoie dei caselli a colpi di 33 frustate alla volta. E tutto questo solo per l’andata, s’intende. Bucavo la nebbia del vercellese, rodevo il fegato nelle code genovesi, zigzagavo nei cantieri della Firenze-mare e mostravo dita sollevate ai fanatici del sorpasso dal lampeggio facile.
Il treno era solo un’ipotesi irrealizzabile. Da questo spigolo d’Italia incuneato tra Francia e Svizzera ci vogliono due cambi e SETTE ORE di insopportabili rimbalzi di giunti di binario. Tutùm tutùn, tutùm tutùm. Per sette ore, contro le quattro e mezzo di guida interrotta solo da una breve pisciatina nel levante ligure.
Ci poteva stare, insomma.
Se non fosse stato per le code che si allungavano con l’avanzare della bella stagione, per le finanze in rapido tracollo, per il desiderio di occupare quelle vuote 9-10 ore settimanali in modo più interessante, per la solitudine a volte dolorosa dell’automobile, per un (sempre proclamato, ma mai abbastanza dispiegato) spirito ambientalista, se non fosse stato per tutte queste condizioni, insomma, mai mi sarei deciso a studiare un tragitto misto auto+treno che fosse sostanzialmente più economico (ma comunque carissimo), più ecologico, meno solitario e che si prestasse alla libera conversazione, alla lettura, alla contemplazione del paesaggio italico, delle sue meraviglie e degli orrori.
La mia tabella è collaudata.
La corsa inizia alle 4 del pomeriggio del venerdì. Scappo letteralmente dal lavoro, lasciando dietro di me una scia di sorrisi, di auguri e raccomandazioni. In un quarto d’ora sono al casello e in altri quarantacinque minuti a Santhià. In un’ora ho tagliato quasi tre ore di treno, cambio compreso. Santhià è già il mondo di fuori, già pianura umida, orizzonti a perdita d’occhio, zanzare spiaccicate sul parabrezza. E’ un pugno di case, un cinema aperto solo il weekend, qualche ufficio, molte vetrine e una stazione, quel che più conta. E nessun problema di parcheggio, nessun (pare) rischio di vandalismo su un auto con targa di un’altra regione lasciata per giorni in un parcheggio sterrato o lungo una strada.
Ore 17,33. Da qui Milano Centrale è a un’ora e un quarto d’interregionale. Tutùm tutùn, Vercelli, Novara, Magenta, Rho. Tutùm tutùn, Milano Centrale arriva in un fruscio di pagine. Fuori risaie inondate, dentro il complotto antisemita contro l’America immaginato da un Philip Roth in splendida forma. Fuori cascine che punteggiano la campagna sterminata, dentro questa ragazza che decide di sorridermi alla terza volta che qualcuno apre lo sportello tra la mia carrozza e la sua. (ops!)
E il treno s’infila in quella buccia d’anguria rovesciata che è la stazione di Milano Centrale, di solito con pochi minuti di ritardo, l’interregionale che in un’ora e cinquanta collega le due principali città del nord. Sempre, per ora, sotto i quindici minuti di cuscinetto per la coincidenza.
Ore 19. L’Eurostar lascia la stazione, lo riempie quella fauna così diversa da tutti gli altri treni che solcano la penisola. Modelle e attori, politicanti e intellighenzia bipartisan su questo treno craxiano. Lui, il Grande Modernizzatore, ci avrebbe ambientato uno di quei suoi sfarzosi congressi anni 80, se ne avesse avuto il tempo, con questo corredo di nani, acrobati e ballerine, su questo treno che ti fa credere di vivere in un paese moderno. Perché sull’Eurostar il capotreno ti dà il benvenuto come il comandante sul charter. Sull’Eurostar ti sembra di essere sempre in vacanza, mentre tutti gli altri intorno a te parlano di lavoro. C’è l’amministratore che al telefono organizza agguati ai condomini ostili, i neolaureati che comprano e vendono bond futures e stock options intorno al pallottoliere delle loro vite entusiasmanti. Ci sono i medici del Careggi sull’Eurostar, quelli che scendono sempre a Bologna, appena prima che il capotreno ne richieda l’intervento per il malore di un viaggiatore, e che al telefono consigliano le dimissioni, “perché è meglio morire tra le mura di casa, che in ospedale”. Ci sono le studentesse bolognesi che vanno a Roma e le romane che studiano a Bologna, con le loro trecce, i pantaloni consumati e la finta timidezza. C’era Massimo Lopez, sul Milano-Roma, venerdì scorso, sudato quanto tutti noi, perché l’aria condizionata si era guastata, su questo treno così moderno e veloce con i finestrini sigillati per timore del risucchio dei corpi nello spazio siderale.
E c’era questo tizio di Milano, ufficio acquisti per una ditta importante, innamorato di una romana, anche lui pendolare dell’amore, separato dal suo bene da sole 4 ore e mezza di treno moderno confortevole e arroventato. Fortunato, lui, a non dover abbandonare le montagne per solcare la pianura, a non dover passare dal terzo mondo dei treni locali che odorano ancora di vecchie Ferrovie dello Stato a quest’Italia patinata al profumo di Trenitalia. Sull’Eurostar anche il controllore con la camicia inzuppata dai 40 gradi umidi di fiato e di sudore ha la faccia e i modi gentili mentre tasta a caso i bottoni della centralina tra la carrozza 12 e la 11 per cercare di far ripartire un impianto che non ne vorrà proprio mai sapere di voler inondare di aria fresca i nostri corpi sfatti.
“Tra pochi minuti arriveremo alla stazione di Firenze Santa Maria Novella, grazie per aver sudato con Trenitalia”. Sull’Eurostar il trattamento benessere è compreso nel viaggio. Com’è rassicurante vivere in un paese moderno.
Alle 21.45 (più ritardo immancabile di questo treno moderno) ci sarà la Francese, al binario. Abbraccerò il suo corpo asciutto con queste membra scivolose e la maglietta appiccicata alla pelle. Attraverseremo Firenze sul suo scooter e potrò asciugare i miei pantaloni al vento. Quante emozioni in questo biglietto di soli 33 euro, più i 4,50 del Santhià-Milano e gli 8 del pedaggio autostradale.
Vivrò con lei questo nostro languido finesettimana, liberato dalle tossine, i pori della pelle aperti e puliti, fisicamente pronto, al ritorno, allo scatto di un Ben Johnson (prima del doping) appena si apriranno le porte a treno fermo alla stazione di Milano. Impegnerò tutta la potenza dei miei muscoli nella lunga corsa nel sottopassaggio, gli scalini a tre a tre, il salto sull’interregionale per Torino al binario quattro, il fischio della sirena e lo sportello che mi si chiuderà alle spalle in quel momento e l’insulto liberatorio che indirizzerò ai dirigenti superpagati di quest’azienda.
Grazie a Te, Trenitalia, per contribuire, ogni settimana, al mio benessere fisico e atletico.

venerdì 20 aprile 2007

PARIGI, SOLE DI MIELE. Ovvero interminabile disordinato racconto dei miei primi nove giorni con Nathan. QUARTA E ULTIMA PARTE.

FACCIAMO CHIAREZZA. Ovvero gli itinerari dei “fidanzati trottola”. SECONDA PARTE

Giovedì. Versailles. Gare d'Austerlitz, dove guardo da lontano la bibliotecona nazionale di Parigi, che forse nazionale non è, ma che vorrei visitare, ma non ha senso! già siamo entrati in diverse librerie ed è successo che mi sono incaxxata per le molteplici traduzioni dei libri di Philip Roth in francese inesistenti in italiano, t’immagini in una stupendissima ultramoderna biblioteca? Naaa… prendiamo il treno verso lo Chateau più famoso del mondo. Altra arrabbiatura, la guida da 30 euro che mi porto appresso non parla del giardino!? Uff ma chi se ne frega delle stanze tutte specchi e merletti io voglio sapere dell’opera di Le Notre. Arrivati all’immensa Reggia, io mi metto in fila e Nath verifica se al parco s’entra aggratisse! E per fortina sì! W la France! Bookshop per sopperire alle mancanze del Touring, niente di economico e competente in italiano. Prendiamo una guida che poi Nath smarrirà… pipipi! Vaghiamo liberi per questo parco bellissimo, soprattutto nella parte terminale più inglese e moderna che francese e Luigi!! Per rifocillarsi della grande passeggiata e per acquietare i nostri stomaci ci siamo fatti un truculento kebab da un arabo poco socievole ma generoso nelle porzioni e nella cipolla! Al rientro nella Cité siamo andati diretti a Mont-Martre (sono tutte le r?!) per appurare se il Sacré Coeur è così brutto come dicono gli intellettuali parigini. E in effetti… Non ci facciamo mancare niente delle delizie di questo tipico quartiere, i pittori, il mulino a vento, la birra, l’occhio sulla coscia lunga di una parigina, ‘na biretta, il Moulin Rouge, ecc.
Non contenta sono voluta passare anche da quella famosa Place de Vendome che mi ero persa.
La stanchezza si fa sentire, perché ci dovete mettere oltre alle camminate le coccole in soffitta! Eggià! Siamo andati a letto senza cena, e non è stata una punizione!

Venerdì. Colazione da PAUL!! Wowww!!!. Cioccolata calda e croissant! Slurp! Un miracolo che non sia ingrassata come un otre! Poi era l’ora dei moderni, la Gare d'Orsay e gli impressionisti! …che io non avevo mai visto!
Natavota? Ehm diciamo che mi sono dedicata ad altro fino ad ora!
Insomma, volevo vedere con i miei occhi l’allestimento della Gaetana che tutti criticano. In effetti un po’ pesuccio lo è, soprattutto nelle stanze di Hector Guimard – quello delle stazioni della metro. Però, che dire? sarà stato il fascino dei Degas, dei Manet e Monet, dei mai nominati Pissaro e Sisley, dei divisionisti, dei Gauguin in ferie o della grande immensa stazione che li contiene, ma a me è piaciuto proprio un sacco! Anche qui stremati, abbiamo continuato imperterriti, meta il giardino del Lussemburgo e Sant-Germain-des-Prés, e il seguito si trova nel pezzo dei Macaron.

Sabato. Lo sfascio. Nel senso che partivamo alle 14, eravamo colazionati alle 11, non c’era tempo per fare molto. Di nuovo a Sant-Germain-des-Prés, abbiamo provato Starbucks. Qualcuno, non io, ha esagerato con un frappuccino alla vaniglia e non dico altro. Abbiamo letto il giornale e gozzovigliato al sole. Girato per negozi e letto Celati. Una domanda m’è sorta spontanea:
- Tesoro, perché non l’abbiamo fatto più spesso ‘sto tipo di relax godereccio?
- Cuore Mio! Perché? Perché vedere-vedere-vedere! Ricordi la lista che hai tirato giù delle cose imperdibili? È avanzato niente?

Alle sue parole mi sono sentita come Matley ne La corsa più pazza del mondo, medaglia-medaglia-medaglia!
È vero sono così. Ci sono cose che desidero vedere da molto, devo essere lì, come dice la coniglia in un commento. Devo vederle con i miei occhi, devo andare a vederle di persona. E spesso a che voglio vedere se ne aggiungono tante altre che rimango affogata dal mio stesso programma. Parigi poi ne offre di cose. Non ho avuto il coraggio di ammettere che sarei andata anche al cimitero di Montparnasse a trovare la Simone e Gian Paolo, ma una scusa per tornare a Parigi, me la dovevo lasciare!


IL GUARINI DI SAN LORENZO. Ovvero non potevo tralasciare questa chicca di sapiente architettura.

Torino. Mancata la cupola della Sindone nel Duomo, vedi sempre il primo A Torino ci voglio andare! seconda parte, fruzzica che ti rifruzzica ho trovato un’altra cupola guariniana, quella di San Lorenzo.
San Lorenzo è una chiesa regia incorporata nel fronte sinistro di Piazza Castello, della quale da fuori si vede solo la cupola spuntare dalla cortina di case.
Sabato ci passiamo davanti e quella porticina azzurra che ne dovrebbe segnare l’ingresso era chiusa. È una porta normale da palazzo. Un po’ di dubbi li abbiamo sul fatto di essere dal lato giusto per entrare, ma sembra non esserci alternativa. L’indomani, dopo la nostra quasi merenda pasquale, vi scorgiamo da lontano un mendicante accasciato a terra.
- Nath sembra aperta!! Andiamo!!
Ci avviciniamo a passo super lesto e dentro c’era davvero la chiesa con la sua cupola!!
La luce inondante cesella lo spazio in modo supremo. La cupola sembra salire all’infinito mediante un intreccio di costoloni, le forature diminuiscono di dimensione arrivando alla lanterna. Uno spazio supremo non c’è molto altro da dire! Ma non è della stessa opinione della sciura che volontariamente adesca i turisti verso la copia della Sindone. Ci spiega quelli che, secondo lei, sono stati gli intenti del genio architettonico di Guarini, che lei chiama Padre perché gesuita. Dovremo poter parlare di quanto reale potesse essere la vocazione nel ‘600… Comunque, questo genio matematico sembra abbia calcolato le aperture in base alla luce nelle varie ore del giorno per rivelare ai fedeli dettagli diversi delle decorazioni nei diversi momenti del giorno e sembra anche che l’ossatura della chiesa sia particolare – io non ho ricordi, pardon! – sembra che i pilastri interni non siano portanti ma decorativi e che staticamente sia retta da costoloni interni. Sembra anche, che per questa innovazione, sia stata boicottata l’inaugurazione e che Guarino sia stato lasciato solo in quello che doveva essere un momento di festa!
La signora in fin dei conti è stata gentile e il Guarini ci ha regalato una “visione” di maestria e grande spiritualità!

lunedì 4 aprile 2011

Tornati dall'altro mondo

Tornati. Con i piedi doloranti e un paio di stigmate tra le dita.

Tornati dalla babele di religioni, da un crocevia di rancori, di klingoniani astiosi, di androidi armati e vulcaniani pacificati. Gerusalemme.
Siamo tornati dalle incrostazioni di sale del mar morto, dalla spa notturna che riconcilia il corpo con l'anima, dall'alba che accende i colori del deserto.

Tornati da Tel Aviv, che fai un passo e sembra Rimini, ne fai un altro e sei a Beirut, svolti l'angolo e ritorni in Palestina.

Siamo andati laggiù per la prima volta, dopo esserci stati un milione di volte, piegati sulle pagine di Nathan Englander e Philip Roth, di Abraham Yehoshua e Amos Oz. Per anni abbiamo scrutato l'animo hassidim tre le parole di Chaim Potok e vissuto negli Shtetl di Isaac Singer.

E allora ci siamo andati, tra quelli che credono che Israele - a torto o a ragione - debba essere uno Stato di questo mondo e non solo il Regno dei Cieli.

Abbiamo ascoltato le preghiere rivolte alle pietre di un muro, valicato la porta del Monte del Tempio che conduce allo splendore delle Moschee.

E comprato datteri e dolciumi dai venditori arabi.

Ma qualcosa, l'abbiamo trascurato.

Per la durata di questo brevissimo viaggio, la questione bruciante di chi è stato respinto, deportato, umiliato.

Abbiamo scelto di rimanere al di qua della Linea Verde, per questa volta.


Ci siamo commossi, ai riti senza fedeli della Chiesa armena, emozionati davanti ai copti dell'Etiopia.

E ci siamo guardati senza poter formulare un pensiero preciso, un vernerdì sera, di ritorno dal muro del pianto attraverso il quartiere mussulmano della città vecchia.

Una lunga teoria di hassidim con i loro cappotti svolazzanti, i cappelli tondi di pelliccia, le basette intrecciate e il passo svelto tra i banchi di frutta dei mercanti palestinesi e le donne velate. Come non notare quel loro vicendevole ignorarsi? E quei giovani, poi, gli studenti nazionalisti delle yeshiva che urlavano i canti dello shabbat, come a sfidare la rumorosa tranquillità del souq in quella loro corsa arrogante tra il muro del pianto e la porta di Damasco.

E i bambini, infine, i bambini palestinesi che si burlavano con piccoli gesti da bulletti dei loro coetanei con la kippà, le basette arricciate e la camicia immacolata.

Questa volta abbiamo tracurato l'altra faccia di Israele.

Per forza, ci dovremo tornare.









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2011_03_israeleselect_select27Stigmate

venerdì 17 ottobre 2008

Miscellanea di una settimana intensa

Incominciamo da lontano, da sette giorni fa...

...da quel film tanto atteso e che tanto ha fatto discutere. Delusione a Sant'Anna, ops! Miracolo a Sant'Anna di Spike Lee. Nathan era diffidente, ma come lo è per la maggior parte dei film di questo periodo -"e La classe no, ci facciamo du palle, e Woody, no gli ultimi film ci hanno deluso..." -.
Dai-picchia-e-mena ce l'ho fatta a portarlo a vedere Lee. Inutile dire che quella più delusa sono stata io. Il film non ha la pretesa di raccontare l'eccidio, e questo lo sapevo. Si ispira all'omonimo libro James McBride e vuole parlare di razzismo, della brigata Buffalo, militari tutti di coloro etichettati nel film come un esperimento della moglie di Roosevelt. Se il regista avesse voluto realmente inquadrare questo soggetto, avrebbe fatto meglio - mia misera opinione - a lasciare perdere l'inizio da film gangster, l'uso dei flask back e degli attori truccati da vecchi in un modo troppo finto, la scena surreale di una vendetta dopo secoli. Avrebbe fatto meglio ad adeguare il linguaggio a quella squadra di ragazzi di colore che non uscivano dall'harlem del XXI secolo, ma si trovano negli anni quaranta del fatidico millenovecento. Uno sforzo di ricerca l'ha fatto nel linguaggio toscano per quelle "macchiette" che sono gli abitanti del villaggio ai piedi della montagna "dell'uomo che dorme". Tanto ha fatto un bel lavoro che sembra di essere nella pancia della balena del grande Comencini. Non gli devono nemmeno aver parlato dei pudori (veri o falsi che siano) delle donne italiane durante la guerra, o per lo meno si è voluto prendere una deroga alla regola, mettere un'eroina vorace di sesso per accostarsi ai clichè dei film americani. Altra dose di sesso la inserisce come espediente per rivelarci il miracolo: una scena insensata due estranei alle dinamiche del film fanno sesso in una stanza che dà su piazza di spagna per far volare il giornale americano dalla finestra e dare la notizia al superstite. A mio modesto parere la scena serve solo a far riapparere un attore che aveva partecipato all'ultima serie di ER e mai più visto sugli schermi italiani...
Andatelo pure a vedere, Miracolo a Sant'Anna, ma riducete le vostre aspettative. Non è un film che racconta la storia (come Lee ha fatto con i documentari su Katrina), non è un film che rende giustizia a quella strage mai adeguatamente commemorata. E' un film americano, che sfrutta la nostra storia e non coglie l'obbiettivo.
Ci siamo dovuti rifare la bocca con una produzione italiana semplice ed economica, decisamente casareccia, tanto che esce poco e niente da quell'appartamento romano di antica foggia e sfarzo: Pranzo di Ferragosto, di uno sconosciuto regista, Gianni Di Gregorio e prodotto da Garrone. Bellino, una giusta compensazione con il cinema americano più
esoso.
...e poi abbiamo vissuto in tensione fino a martedì, il giorno della grande prova in quel di Vinci, ipotetica sede per la realizzazione del nostro piccolo grande sogno. Non sarà Vinci, almeno per ora, nel caso dovremo accoppare una giovane donna innocente ma non siamo ancora vinti dalla disperazione. Abbiamo superato anche questo shock, parlo al plurare ma in realtà sono solo io quella che vola alto con la fantasia e che poi piomba in basso, Nathi ha concretamente i piedi a terra, anche se la tensione la sente pure lui, infatti si è appena ripreso da una catalessi sul divano. :)
...e poi e poi.. la mia risalita dell'Italia di ieri sera, per evitare lo sciopero dei treni di oggi!! tze! Anche se il mal funzionamento di trenitalia ha colpito ancora. Ovviamente l'eurostar su cui viaggiavo ha riportato 35 minuti di ritardo, ho perso la coincidenta del regionale per Torino - oramai, manco ci spero più - ho girovagato per la stazione di Milano, comprato biglietti della lotteria e sushi plastificato, sono andata nella mega-farmacia per le medicine prescritte una settimana fa e mai acquistate, ho creduto di vedere Philip Roth, mi sono trattenuta dal mostrarli la mia delusione sull'ultimo libro, ho atteso che definissero il binario e ho risalito il treno spiando dentro alla ricerca di compagni di viaggio dalla faccia per bene, visto l'ora, impresa difficile. Ho guardato ho guardato, ed anche per questa volta è andata bene. Nonostante l'agitazione del mio dirimpettaio di sedile sono arrivata sana e salva a Santhià dove mi aspettava Nathan sul binario: MIRACOLO!! Ci siamo fatti la nostra oretta di macchina risalento la valle, la stanchezza dell'AmoreMio era ipertangibile, dopo la prova di martedì è tornato di corsa a lavurà e non si è potuto riposare affatto. ...ma il fine settimana che viene serve proprio a questo.
Io ho iniziato la cura del riposo per prima, con una dormita di gusto fino alle 11.30, lui ha dovuto attendere oggi pomeriggio.

Non posso fare a meno di mettere in questo resoconto settimanale la breve passeggiata di oggi tra i colori dell'autunno: rossi ruggine, verdi squillanti e gialli canarino. Camminare in salita lungo il sentiero è come camminare in mare di foglie secche da sollevare ad ogni passo. Bacche di sambuco, more non ancora mature e mele di tutte le forme e colori hanno attratto la mia attenzione e attivato la mia fantasia gastronomica, sfociata nella torta delle mele rubate che ci ha deliziato per questa merenda.


autunno 2008


La cosa bella è che è ancora venerdì, e il fine settimana deve iniziare! Buon Week End a tutti!

martedì 25 gennaio 2011

Una base teorica ai miei propositi

More about La decrescita feliceHo deciso di dare una base teorica ai miei propositi, e su consiglio del mio silente (solo sul blog) consorte, ho deciso di iniziare da "La decrescita felice" di Maurizio Pallante su suo consiglio. ...e sempre per dimostrare che sono più che determinata in questi intenti che si manifestano in un modo appassionato e ossessionato (leggi fissa!) ho deciso di prenderlo in prestito in biblioteca. W il prestito inter bibliotecario! Per ora sono appena alle prime pagine, il sonno mi morde poco dopo che sono entrata nelle coperte e devo ammettere di essere una scarsa lettrice di questi tempi.

Tour invernale della Sicilia: Siracusa

Leggi anche Tour invernale della Sicilia prima parte (Trapani, Erice, Marsala) seconda parte (Agrigento, Ragusa e dintorni) Siracusa è...