domenica 15 giugno 2008

Vorrei, ma posso poco. Oltre *Professore di desiderio* di Philip Roth

Non ho le forze per affrontare come si deve l'argomento "vacanze in Giappone", vorrei studiare la gastronomia in modo approfondito, anche perché grazie all'amica Zazie ho scoperto che è varigatissimissimaaa!, vorrei studiare meglio le cose da vedere lungo l'itinerario Tokyo - Kyoto - Hiroschima, vorrei approfondire anche l'architettura contemporanea, per non perdermi il possibile delle suggestive forme di Ando o Tange.

Vorrei, ma non posso, almeno non come vorrei, nel senso che non ne ho le forze sufficienti.
Soffro da un mesetto di astenia e pressione bassa e, nell'intenzione di riprendermi, pronta per il caldo torrido del Giappone di luglio, non mi affatico, ozio, mi riposo.

Non ho ancora iniziato nemmeno uno dei romanzi consigliati da Nath/Virgilio.

Però una cosa stasera, alla dipartita dell'AmoreMio, l'ho fatta.

Ho chiuso un libro iniziato più di un mese fa.
Non posso astenermi dal dirne due parole visto le innumerevoli volte che ho parlato dell'autore, di lui, l'unico, lo stra-citato Philip Roth.
Perdonate (perdonami Nath) questo gesto di moribonda.

Il mio commento su "Professore di desiderio":
Immagine di Professore di desiderio

Professore di Desiderio è un romanzo del 1977, pubblicato in Italia nel 1978 da Bompiani e mai più ristampato. L'ho cercato in ogni bancarella di libri usati lungo il mio cammino per poi scoprire che era disponibile in prestito nella biblioteca della mia città. Il destino a volte...

Carica di aspettative sono stata ferocemente delusa dalla prima parte del libro.
Stesse trame rothiane di sempre, un sesso sfrenato alla Portnoy e una parte riconoscibilmente autobiografica sul primo infelice matrimonio con una donna fatale, isterica e vendicativa, la devastazione della separazione, l'analisi.
Mancando dell'effetto sorpresa e avendo già letto il leggibile (pubblicato in italiano) ho trovato questa prima parte monotona. Il libro di appena 240 pagine non andava oltre il mio comodino.

Un po' per rispetto all'autore, un po' per non rimanere con il dubbio, mi sono costretta a concludere la lettura e sono stata gratificata oltre la metà, nel momento in cui il romanzo svela le ragioni del titolo "Professore di desiderio".

Qui il prof. David Kepesh (lo stesso de L'animale morente il mio preferito) redige il suo discorso di inizio anno, sul tema: il desiderio erotico nella letteratura.
Ed è con questo discorso che mi conquista definitivamente.
Suggerisce un parallelo, una continuità, tra la vita concreta, quella "vera", quella vissuta e quella letteraria, mediante la passione, l'emotività erotica che si riscontra in entrambe le trame, e che è la più immediata per un studente di letteratura di vent'anni. Un amore per l'insegnamento, innegabile.

"Suggerisco ciò nella speranza che se parlerete di "Madame Bovary" nella stessa lingua che usate parlando col droghiere, o con gli amici, veniate a trovarvi, poi, in rapporti più intimi, più interessanti, più - come voi potreste dire - "referenziali", con Falubert e con la sua protagonista."
Una passione che avrei tanto voluto trovare nei miei innumerevoli professori di lettere.
E il romanzo incalza, una gita a Praga nei luoghi di Kafka o del Sig. K., K come lui. Satira sul dominio russo e non solo...
Incontra in sogno niente popò di meno che la puttana di Kafka, paragona con un volo pindarico di fantasia i suoi malesseri con quelli dell'autore praghese. ...e poi riferimenti continuo ad autori amati, come Colette, Melville ecc.
(...) "a ciascun cittadino inibito il suo Kafka."
"E a ciascun arrabbiato il suo Melville", ribatto io. "Ma poi che se ne fanno, i letterati, di tutti questi gran libri che leggono..."
"Ci affondano i denti. Voglio dire, mordono i libri anziché la mano che li strangola."

E non è tutto. C'è anche, quasi, un quasi lieto fine, già.
Il personaggio di Claire, la moglie buona, la quiete oltre la tempesta. Ma sarebbe troppo banale se fosse solo questo. Ci sono i dubbi, quei tarli che ogni cosa buona porta con se, soprattutto in chi è abituato a soffrire.

Da sola, lei, ha deciso di abortire. Perché io non dovessi accollarmi un dovere? Perché io la scegliessi soltanto per se stessa? Ma è tanto orrendo il concetto di dovere? Perché non me l'ha detto, che era incinta? Non c'è un punto nel corso della vita in cui uno si arrende al dovere, gli dà il benvenuto, come già s'arrendeva al piacere, alla passione, all'avventura? Non arriva mai il momento in cui il dovere è piacere, piuttosto che il piacere dovere?
Complessivamente buono. Potessi lo leggerei molto prima di altri.
Anche la traduzione, pur datata è accettabile.

Adesso c'è spazio per tutto il Giappone che occhieggia dal comodino.

8 commenti:

Nathan ha detto...

accidenti che discorsone. e se eri nel pieno delle forze che avresti scritto? ;-)

barbottina ha detto...

Che bello "prepararsi" ad un viaggio scartabellando guide e romanzi...Spero ti rimetta al più presto, così che ti ci possa dedicare a pieno regime! :)

(...comunque te lo dice una che con l'arrivo dei primi caldi va avanti a flebo di MGKvis - l'integratore -, altrimenti non starei in piedi..Però forse non faccio testo, dato che sono un cerotto ambulante: per esempio in questi giorni, oltre alla pressione bassa, c'ho pure la sinusite, e oltre ai suffumigi e all'aerosol mi tocca ficcarmi goccioline in ogni dove...va bè, che catorcio di donna! Come vedi, hai tutta la mia solidarietà! ;)

Tornando a noi...visto che si parla di libri e di Giappone...mica mi sapreste dire qualcosa su "La fine del mondo e il paese delle meraviglie" di Murakami Aruki? Com'è? Perché lo vorrei inserire in una sfida anobiiana (eh ormai m'è presa la fissazione...) ma sono indecisa... Grazie!

la francese ha detto...

oddio sono ancora impreparata!! :)

Nathan ha detto...

@barb
visto che la Francese glissa sull'argomento, rispondo io.
Quel libro di Murakami appartiene al suo lato più metaforico-onirico-filosofico (passami la definizione), quel suo filone, che a me (per dirla tutta) piace un po' meno. Due mondi paralleli, un'irrealtà colma di significati e un finale rivelatore di verità recondite e, a quel punto, imprescindibili (!).
Preferisco un Murakami più riflessivo, che indugia sulle fragilità dei suoi personaggi, più che su trame inverosimili (come La ragazza dello Sputnik o Tokyo Blues).
Ma qui siamo nella terra dei gusti personali... e forse, quello che piace a me, è il Murakami minore.

barbottina ha detto...

Grazie Nat! (e tirata d'orecchi alla Francese! ;-p )

Io di Murakami ho letto solo Tokyo Blues (piaciuto molto), quindi, alla luce di quanto mi hai detto, credo che leggere La fine del mondo etc. sia la scelta giusta: così avrò una seppur vaga idea di tutti e due i suoi filoni (anche se credo che alla fine anche io preferirò quello "riflessivo").

PS: ma siete Mac-users tutti e due, o solo LaFra?

nathan ha detto...

no, solo lei, una mac-ofila con la puzza sotto il naso, sordidamente invidiosa del mio laptop super compatto ;-)

lafrancese ha detto...

che faccia tosta!
ma dove ti ho trovato?! su internet!?

grazie barbottina, io parto da Tokyo Blues poi si starà a vedere!
anche se ora leggo ancora molte guide e pochi romanzi...

cmq ho ritrovato almeno in parte le mie forze, convogliate meschinamente nelle pulizie di casa, perché da qui, passano i lanzechinecchi il fine settimana e lasciano la devastazione! ehhh
adesso mi ritiro a legger guide!

barbottina ha detto...

Nat, benedetto ragazzo, chi ha un Mac non ha motivo di provare invidia, dato che ha già il meglio in circolazione.
...Puzza sotto al naso, noi?! Ma mi faccia il piacere! Siam troppo superiori per scomodarci... ;-pPp

Buona lettura LaFra!

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