domenica 30 giugno 2013

Camomilla, tra passato e futuro.

Sicuramente il valore economico non sarà molto, ma il suo profumo non ha pari!
Questa camomilla l'ho raccolta - e in parte anche coltivata - con le mie mani.
Si può dire che è stato un ricordo d'infanzia, oltre ad uno sguardo consapevole al futuro, il motore di questa recente ondata di autoproduzione che ha coinvolto me e unmondodibene, mosso proprio dal profumo di camomilla.



Come molti bambini ho passato molto tempo con i miei nonni, in particolare i nonni materni che vivevano vicino a casa nostra. I miei nonni erano stati contadini e poco prima dell'alluvione di Firenze del 1966 erano scesi dall'Appennino per trovare casa proprio nel paesino alle porte della città dove noi viviamo ora. Hanno così potuto prendere tutta l'acqua dei due fiumi che cingono questo lembo paludoso di terra.
Nonostante vivessero in un appartamento quando li ho conosciuti io, e fossero oramai in pensione, mio nonno continuava a tenere un orto, e forse a fare anche qualche lavoro da bracciante. Erano gli anni '70 e c'era ancora "Gosto" che girava tirando un carretto di legno a mano per vendere i frutti del suo orto alle massaie rimaste a casa. Gosto aveva una bilancia fatta con pesi e vendeva le sue verdure mettendole nelle sacche di tela che le signore si portavano dietro.
Mia nonna aveva una sua passione. Non beveva vino, ma una camomilla limonata. Ovvero questo lo dico io, per lei la camomilla era inseparabile dal limone. La beveva fredda, conservata in frigo in bottiglie di vetro di recupero che così a distanza di quasi quarant'anni (ohiohi) potevano essere quelle dell'aceto con il tappo dorato a vite. La camomilla non la comprava da Gosto, e nemmeno dall'ortolano all'angolo, ne tanto meno alla Coop dove lavorava la mia mamma. La camomilla, come la malva, la portava mio nonno, quando rientrava da non so dove. Portava grandi rami di erbacce, enormi, e li poneva su un telo nella stanza vuota in fondo al corridoio. Si, perché ancora le case non si erano ristrette, e negli appartamenti c'erano lunghi corridoi e stanze vuote dall'aria secca e fresca. Lì stava la camomilla, si seccava e poi la ritrovavo direttamente nella bottiglia, addizionata di limone e zucchero, tanto da perderne l'odore.

Quell'odore dolce e calmante che son andata ricercando, acquistando una piantina al Consorzio agrario e raccogliendo erbacce a braccia nel campo vicino al pollaio dello zio Fede. L'ho fatta seccare sui vassoi da cucina, infilati in ripostiglio, tra un oggetto e l'altro, sperando in cuor mio di non scordarmela e ritrovarmi tutti i fiori a terra. Non è successo. È passato quasi un mese e raccogli ora, raccogli dopo, adesso ho un bel barattolo di camomilla per l'inverno, con annessi insettini. Ma dovrebbero essere il cibo del futuro, no?

1 commento:

erbaviola ha detto...

Del futuro non so, del presente sicuramente. E' un vaso grandissimo secondo me, sono piccole solo le bustine confezionate. Mi è piaciuto molto leggere la storia dei tuoi nonni, della camomilla limonata e di Gosto… sa di cose antiche e belle, pulite e semplici. Un abbraccio!

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