venerdì 8 aprile 2011

Diario di viaggio In Israele: Gerusalemme. Primo giorno.

Testo di Nathan e foto de La Francese

All'aeroporto di Tel Aviv arriviamo preparati al peggio. Sappiamo che faranno a pezzi le nostre vite e le setacceranno alla ricerca di una traccia, di un sospetto, di uno straccio di indizio che getti su di noi un'ombra di indesiderabilità.

Arriviamo ai banchini della dogana in puro stile essential sixties, prima ancora di aver ritirato lo zainone di Iaia, già intimoriti per quello che ci accadrà. Guardiamo quelli davanti a noi e cerchiamo di captare le loro difficoltà, i punti deboli delle loro risposte alle domande incalzanti della polizia di frontiera. Ma niente, non riusciamo a intercettare quasi nulla, trattenuti a distanza di sicurezza.

Al nostro turno avanziamo, salutiamo con garbo e porgiamo i nostri passaporti.

Sorridiamo.

La giovanissima agente, affiancata da un altro apparentemente più esperto, guarda le nostre foto e i nostri visi. Più e più volte. Scandisce i nostri nomi e poi ci guarda ancora. Ci chiede per quale motivo stiamo entrando in Israele, per quanto ci staremo, dove andremo e se viaggiamo da soli o in comitiva. Nel frattempo i due scorrono più volte le pagine dei nostri passaporti. Poi ci lasciano lì e si allontanano, ritornano, scorrono ancora le pagine dei passaporti, ci guardano in faccia e noi sorridiamo. Che si fa? Gli si dice di non mettere il timbro? E cuor di leone risponde “se li offendiamo per noi è finita”. E i timbri d'ingresso volano in picchiata sui passaporti. Ce l'abbiamo fatta, siamo dentro, senza nemmeno esser stati rinchiusi in qualche camera di sicurezza e denudati con un sonda che ci percorre l'intestino.

Eccoci agli arrivi. Preleviamo al bancomat i nostri primi 1000 shekel e usciamo dall'aeroporto, sotto il cielo d'Israele.

Due ragazze, una spagnola e l'altra argentina, un businessman italiano, una famiglia di brontoloni russi e un distinto signore israeliano che ci fa una piccola introduzione sulla città partono con noi sullo sherut per Gerusalemme: 58,40 shekel a cranio, tariffa fissa stampata all'interno del mezzo, che all'arrivo diventano indiscutibilmente 60.

L'autista ci lascia in Nablus street, zona porta di Damasco, proprio davanti alla stazione degli autobus che partono per i territori palestinesi. Noi abbiamo l'hotel in Salah-ad-din street. Prendiamo lo zainone di Iaia, il trolley e la borsa a tracolla, salutiamo le ragazze ispaniche che hanno l'albergo nella città vecchia e c'incamminiamo verso la porta di Damasco per orientarci meglio.

Percorriamo una lunga sequenza di banchi di mercato lungo il marciapiede facendo letteralmente lo slalom tra la folla. Alla porta di Damasco costeggiamo le mura della città vecchia lungo la Suleyman e poi risaliamo in Salah-ad-din fino all'Hotel Capitol, nel pieno del fascino un po' decadente della lussureggiante Gerusalemme est.

Gerusalemme, Porta di Erode

Lasciati i bagagli, ripartiamo. Dalla porta di Erode, un accesso piuttosto defilato rispetto alla grande porta di Damasco, entriamo nella città vecchia, lato quartiere mussulmano. C'imbattiamo in bambini che giocano a calcio, anziani che passeggiano stancamente e venditori piuttosto indolenti e per nulla invadenti. Ci muoviamo senza una direzione precisa, seguiamo quel che ci piace nel labirinto della città vecchia, fino all'apparizione improvvisa della cupola d'oro della Moschea della Roccia.

Gerusalemme, quartiere islamico  Gerusalemme, quartiere islamico

Gerusalemme, El Wad Ha Gai

Passato un arco, svoltiamo a destra e scopriamo di essere finiti nella Via Dolorosa di cristiana memoria. Proseguiamo, rifiutando gli inviti di chi ci vuole accompagnare dentro le chiese di quella strada. La percorriamo fino in fondo e poi svoltiamo a sinistra, di nuovo immersi in uno scenario arabo-mussulmano. A un certo punto veniamo attratti da un souq alla nostra sinistra, una specie di grande galleria ombrosa che corre verso la luce. C'infiliamo, guardiamo gli oggetti esposti sui banchi, le caramelle colorate, i giochi per bambini, avanzando verso la scalinata sul fondo chiusa da un omone in divisa imbottita che al nostro avvicinarci ci dice solamente “it's closed”. I bambini corrono avanti e indietro da quel passaggio, ma per noi, alla richiesta di un chiarimento quel passaggio “is closed”.
 Gerusalemme, Suq El Qatanin

E allora torniamo indietro, senza aver ancora capito di essere arrivati a uno degli ingressi alla spianata delle moschee riservato ai mussulmani. Di nuovo sulla via, piuttosto confusi, prendiamo a sinistra, diritti verso un'altra galleria dove alcuni militari controllano le borse di chi si avvicina per entrare. Nessuna indicazione, come allo sbarramento di prima, nessun cartello che ci dica dove quel nuovo accesso presidiato possa portare. Solo l'intuizione (che è donna, si sa) ci suggerisce di essere di fronte a un ingresso al muro del pianto. Passiamo i controlli ed arriviamo alla grande piazza ricavata nel '67 a suon di demolizioni proprio di fronte al muro occidentale di quello che si dice essere stato il grande tempio ebraico di Gerusalemme. Western Wall, Gerusalemme

Gerusalemme, Western Wall

Western Wall, Gerusalemme Western Wall, Gerusalemme  
Ci guardiamo intorno. Soldati giovanissimi, rabbini barboni in abiti ottocenteschi, turisti con le macchine fotografiche. E ci separiamo, lo vuole la tradizione. Io mi metto una delle kippah a disposizione di chi vuole avvicinarsi al muro per pregare o anche solo per curiosare. Un hassidim giovanissimo mi avvicina. In un inglese non troppo fluido, mi dà il benvenuto e chiede da dove vengo, se mi sento bene a stare in quel luogo e se voglio dei tefilin per pregare. Lo ringrazio ma declino l'invito e lui per tutta risposta mi elenca i sette precetti di Noé e poi mi saluta e si ritira. Così mi aggiro al cospetto delle enormi pietre del muro occidentale, tra personaggi che sembrano usciti da un libro di Singer o di Potok, che ondeggiano violentemente sussurrando oppure cantando in versi. Ma la parte più emozionante è dove il muro prosegue al chiuso, sotto il Wilson's arch. Qui le preghiere e le litanie si intrecciano come mantra, in una generale cacofonia dall'effetto decisamente ipnotico.

Torno sui miei passi, decisamente frastornato. Recupero la Francese all'uscita della ristretta zona riservata alla donne e insieme risaliamo la scalinata di fronte alla piazza e ci addentriamo nel quartiere ebraico, all'apparenza calmo e silenzioso, se confrontato con la vivacità della zona araba.

Gerusalemme

Gironzoliamo ancora un po' in quella parte di città dove ci fermiamo per assaggiare una strana ed enorme patata con salsine presa a un banco sulla piazza della sinagoga e uno schwarma in un fast food di una strada laterale.

Un po' infreddoliti, infine, torniamo in albergo e ci lasciamo letteralmente svenire sul letto, con tutti quei visi e quei “travestimenti” ancora negli occhi. Hassidim col cappotto, il cappellaccio e i basettoni, soldati con dei mitra così, imbottiti come palombari, suore ortodosse fasciate in pastrani neri come la pece e anziani arabi con la testa avvolta nella kefiah alla maniera di Arafat.


Quella notte li sognai tutti. I visi, gli abiti, le divise e le barbe di Gerusalemme. Ma invece di Israele, in quel sogno, mi accorsi ad un certo punto di essere finito dentro una puntata di Star Trek. A confini dell'universo.

3 commenti:

emma ha detto...

foto bellissime, come sempre :)
ciao, E.

pianoB ha detto...

Bentornati!
Gerusalemme e dintorni, stranamente, non sono mai stati ai primi posti della mia wishlist di viaggi, ma devo ammettere che avrebbero un grande potenziale fotografico... che a quanto pare voi avete sfruttato al massimo. Complimenti!
(bello il font usato per la scritta...)

La Francese ha detto...

grazie care!
sulle foto poteva esser fatto un lavoro migliore, il font mi piace, ma mi sono un po' confusa con le dimensioni ^_^ qualcuno è più grande, qualcuno più piccolo, però rende il "corpo" della città! pieno intenso e mai scontato! Una esperienza, sicuramente!

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