lunedì 7 settembre 2009

Un bambino che si chiama John Fante


E' arrivata la liberatoria dall'aldilà. Lo spirito di John Fante è regredito ai tempi di Arturo Bandini. Di nuovo LaFrancese è caduta in trance e la sua mano ha scritto. Accaduto in Valle d'Aosta il 20 agosto scorso. A Villeneuve, nel prato della centrale idroelettrica.


Il dio di mio padre non avrebbe esitato a incoraggiarmi. E anche lui, mio padre. Alla fine di una lunga giornata giù alla fabbrica, mi avrebbe chiamato per posargli i pezzi di legna sul ceppo. Avrei visto calare l'ascia stretta nel pugno come un giudizio universale. Insieme avremmo fatto un gran mucchio di legna, ma ancora non abbastanza per l'inverno che arriverà. Dopo averla ammonticchiata contro il muro dietro casa, avrei guardato mio padre senza dire una parola. E lui, con la schiena incurvata dal lavoro, avrebbe risposto con uno sguardo e un gesto della mano che significava vai, e insieme, ti benedico, perché a soffrire basto io.
Ai piedi della montagna, la centrale elettrica è sempre in funzione. Ma la sua voce non sembra andare a corrente alternata. Non per la preghiera blues. Non per il desiderio di un guantone da baseball. La sua voce è quella delle altre volte, in quell'alternare di registri che ormai ho imparato a riconoscere al primo respiro.
Il dio di mio padre sapeva dispensare i talenti senza che noi potessimo prevederlo. Ma sempre ci costavano sacrificio e forza di volontà. Suor Rosina lo ripeteva ogni giorno, che avevamo il dovere di coltivare i talenti che il Buon Dio aveva deciso di donarci. Aveva un brufolo sulla gobba del naso, suor Rosina. E io mi chiedevo perché il Buon Dio avesse deciso di metterglielo proprio lì, quel brufolo. E il perché di quella gobba. Forse il talento di suor Rosina era quello di non trovare un marito e di diventare una suora. E spiegare ai bambini cattolici il senso delle parabole. Ma chissà se aveva sofferto suor Rosina per quel brufolo sulla gobba del naso. E quante notti avevano passato, questi musicisti in pigiama, piegati sulle corde dei loro strumenti o a soffiare l'anima nel corpo buffo di un clarinetto? Chissà quanto avevano sofferto, prima che qualcuno dicesse loro, per la prima volta, quanto siete bravi!
E così alzo la testa e con lo sguardo vorrei contare le stelle che stanno in cielo, per poterne dire al dio di mio padre il numero esatto. E poi anche a lui, a mio padre. Tornare a casa, con in testa le storie americane ascoltate stasera. Avvicinarmi al suo letto e inspirare l'odore della fatica che sale dalle lenzuola. E infine sussurargli che questa notte ho scoperto il mio talento.
E che può cominciare, finalmente, la mia fatica.

1 commento:

laFrancese ha detto...

che cominci che cominci! sisisisi
talentuoso!

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