martedì 14 agosto 2007

Diario di viaggio: Normandia e Bretagna • Luglio 2007 (IV PUNTATA)

19 luglio 2007


Anche stamani, colazione più che soddisfacente. Quella delle chambre d’hote è veramente un’ottima sistemazione, accogliente ed economica, le tariffe a notte per una doppia si aggirano tra 35 a 45. Sembra che qui non sia avvenuto quello stra-ricarico dell’euro. Riprendiamo la strada, ma per poco, l’Abbaye de Jumiège è veramente dietro l’angolo. C’è da pagare un biglietto, avremmo preferito di no. La nostra vuole essere una tappa breve. Vogliamo riprendere la via di Le Havre, che sia per la Route delle Abbazie o delle chaumières. Paghiamo e lo spettacolo dell’interno è molto suggestivo. La Basilica risale al 654 con ricostruzione nel XI sec. Adesso è un rudere senza tetto, ma ben tenuta. Il parco avrebbe meritato una visita più accurata. Ripartiamo dividendoci tra i due percorsi, prima verso l’Abbaye de St-Wandrille, poi la route des chaumiere. Una volta lì capiamo che si tratta di un percorso sulla riva sinistra della Senna per valorizzare le case tradizionali dal tetto di paglia, chaumières appunto
(Nathan: io l’avevo già capito prima. Tu no?). Attraversiamo, anche troppo velocemente, paesi da cartolina, dove tutto è lezioso e ben custodito.
I ponti sulla Senna sono opere di ingegneria rilevanti ed imponenti, coprono luci di centinaia di metri perché qui il fiume è gigante, essendo vicinissimo alla sua foce in mare.
Le Havre si colloca proprio sull’estuario, alla punta estrema verso il mare, è il secondo porto di Francia dopo Marsiglia, ed io adoro i porti, così diversi dalla mia immobile Firenze. Questa città mi preme particolarmente. Fu completamente rasa al suolo durante la II Guerra e completamente ricostruita da August Perret, architetto di stampo antico che codifica l’utilizzo del cemento armato. Lo stesso Perret di Rue Franklin a Parigi (vedi qui). So già cosa mi aspetta, niente di quello che abbiamo visto fino ad ora, nessuna casetta tipica a graticci di legno, nessuna tinta sgargiante o balconi fioriti, ma cemento armato prefabbricato, edifici rapidi e omogenei, in risposta all’esigenza di dare una casa agli sfollati, di ridare dignità ad una città martoriata dalla guerra. Una comunità dignitosa, in nome di quello che allora era un materiale “nuovo”.
Ricordo la presenza di una chiesa ma non molto di più. Arrivati in città, optiamo per il parcheggio interrato. Una volta alla luce, ci troviamo nel cuore del progetto di Perret, la Place dell’Hotel de Ville. Il municipio ha una grande torre con orologio, eco degli storici edifici pubblici. Attorno, una piazza bella, rigogliosa di verde ed ordinata nella modularità delle facciate prospicenti. Vediamo spuntare dal tessuto urbano un campanile di quella che leggo sulla mappa essere il vago ricordo della chiesa, Sant Joseph, anche questa in cemento, anche questa di Perret. Il cielo è sempre variabile, e proprio mentre ci avviciniamo diventa grigio, come il cemento armato a vista, una luce grigia permea tutto. Giriamo attorno all’edificio quadrato, fino all’accesso, anonimo. Qui le mie aspettative sono già azzerate e incomincio a farmi un’idea sugli sfottò che Nathan perpetrerà per giorni sul maestro Perret e il suo materiale. Ma è proprio quando siamo sfiduciati che abbiamo le sorprese più grandi, no?!
(Nathan: sì sì, eccome!). Dentro si apre un ventre accogliente e luminoso. Dalla base dell’edificio si accende un cono luminoso - la lanterna centrale, quella che prima ho chiamato campanile ma che è di dimensioni esagerate - tutto costellato di vetri colorati, attuali discendenti delle vetrate gotiche. Ogni lato dell’edificio filtra luci con predominanti cromatiche diverse. Leggiamo che St-Joseph è stata riconosciuta monumento dell’umanità, e secondo noi a ragione
(Nathan: un titolo ormai inflazionato, qui in Francia…). Soddisfatta di dovermi ricredere e lieta di poter continuare a vedere in Perret un maestro dell’architettura contemporanea, ci avviamo verso la spiaggia. C’è un bel porto e una bella spiaggia turistica; un viale la percorre fiancheggiato da chioschetti-ristorante. La spiaggia è scandita da casine di legno mono-famiglia per ripararsi dal freddo vento di mare. Noi, più che dalla spiaggia, siamo attirati dai ristorantini. Il primo ci ha convinto, troviamo quello che cercavamo: il piatto regionale moules-et-frites. Ci sediamo e portano anche a noi quelle deliziose pentoline monoporzione con cozze al naturale con un po’ di cipolla e le patate fritte da pucciare nel sughetto! Bontà di elaborata digestione! Qui ho riprovato con il caffè, ma giuro che rinuncio!
Ben rifocillati, ripartiamo salutando soddisfatti Le Havre e Perret, direzione Côte d’Albâtre. Abbiamo fissato per la notte in una chambre d’hote da M.me Vaird, presso St-Martiin-aux-Buneaux, loc. Tournetot. La guida Routard le etichetta uno stile veramente particolare, vedremo con i nostri occhi entro la serata. Per il pomeriggio scendiamo lungo la costa d’alabastro a vedere le falesie a picco sul mare e i caratteristi paesi normanni. Si susseguono Ètratat, dove compro la mia francese maglietta a righe in un edificio tipo mercato coperto dalla caratteristica carpenteria lignea e Fecamp, dove cerchiamo di visitare la Distilleria Bénédictine che però troviamo chiusa. Riconosciamo entrambi a questo posto un fascino molto anglosassone, quello, per intenderci, dei film di Loach. Anche per questa volta trovare la stanza della notte non è stato semplice, complice anche la pioggia. Arrivati la sorpresa è enorme, M.me Viard è una sorta di Lucia Bosè, la casa il covo di un rigattiere (la foto è sfuocata ma rende). Ci assegna un stanza duplex per 6 persone e ci consiglia di andare a mangiare a Veulettes-sur-mer. Complice il mal tempo, tutto qui sembra scarsamente abitato. Il fascino da terra alla fine del mondo viene amplificando dal vento, la luce crepuscolare e le facce lavorate dal sale. Scegliamo l’ultima bettola del lungo mare ed abbiamo fortuna, ci portano dei piatti enormi e gustosi.

mappa

5 commenti:

Daniel Quinn ha detto...

Nathan fa il saputello. Ma tutti noi cresciuti ad Aosta negli anni 80 sappiamo di una discoteca col tetto in paglia il nome della quale era appunto "La Chaumiere".

Percio' lui "lo aveva gia' capito".

Nathan ha detto...

ma io c'andavo mica, alla chaumière. ero un ragazzino dabbène, io. :-)
quello era il tuo territorio, daniel.
e il tetto in paglia proprio non me lo ricordo

Morgan ha detto...

con la testa ero lì... :)

La Francese ha detto...

ciao Daniel,
sì Nathi fa spesso il saputello, ma ho imparato a volergli bene lo stesso... sarà la distanza che dici? ;-)

ciao Morgan,
visto le temperature fresche è convenuto esserci anche tutti interi e non solo con la testa... sempra che evitando luglio abbiamo evitato il caldo!

Baol ha detto...

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