lunedì 29 gennaio 2007

Levanto. Amore con menzogna. Seconda Parte.


Ma l’abbraccio non c’è, contrariamente a quanto mi aveva scritto, solo una mano che aggira la spalla, dopo essersi alzata a salutarmi, e si posa tra le scapole, e un bacio, doppio, sulle guance.
E ci mettiamo a sedere, “eccoci finalmente”, siamo qui, insieme. E sorridiamo, con l’ovvio imbarazzo. “Il viaggio è andato bene? Bevi qualcosa?”, “Sì, il viaggio è volato, sì bevo un..”, mi volto verso il bar, nessuno dietro il banco. Guardo le persone intorno, guardo il suo viso, ne seguo il contorno, scopro la consistenza carnosa degli zigomi, le guance e il collo, l’inedita profondità sullo sfondo del mare. Ancora il bancone, gli avventori ai tavoli, si saranno accorti che il nostro è un incontro speciale?, tra due persone che si conoscono nell’intimo senza essersi mai incontrati? Avranno intuito la nostra clandestinità? Sento seccare le labbra a una velocità imprevista, e ancora non mi sono deciso a ordinare da bere. “Facciamo una passeggiata?”, dice. “Ok, andiamo”, qualunque cosa in questo momento, chiedimi qualunque cosa e io dirò di sì.
Si va, ci allontaniamo dalla spiaggia, ciondolando sotto il sole. Potrei abbracciarla ora? quante volte l’abbiamo fatto attraverso i cavi del telefono… non ancora. Superiamo la passerella, la lascio passare avanti per raggiungere il marciapiede, con gli occhi che vanno al bianco dei suoi pantaloni, alle linee delle sue gambe, ma non solo. Camminiamo ancora affiancati costeggiando la sede del casinò municipale che forse casinò non è mai stato e pare più che altro un circolo nautico, e poi mi trovo avanti io, lei presumibilmente a curiosare sulla mia figura. E la vedo, con la coda dell’occhio, a puntarmi la nuca, forse il collo, la mascella, senza capire se sorride ancora. Non le piaccio, è l’impressione, o solo la suggestione del mio scontato pessimismo.
Viriamo verso il centro, attraversiamo il parco alberato, cerchiamo un ristorante, l’ora è propizia.
Passeggiamo nelle vie del borgo forse tentando di distrarci dal pensiero l’uno dell’altro, una sorta di tregua iniziale, oppure una fase di studio a distanza, mettiamo un velo di distacco per sospendere l’impressione di forza e di coinvolgimento a cui quest’incontro potrebbe portarci. Andiamo a mangiare, penso, cerchiamo questo ristorante, dove saremo faccia a faccia, con la mediazione delle pietanze a dare una parvenza di normalità alla situazione, chiacchierando ognuno di sé, in modo naturale, senza dover scoprire a tutti i costi dove questa giornata ci condurrà.
Un primo ristorante chiuso, specialità di pesce, oggi nulla, un altro, nella lunga via del borgo che corre parallela alla spiaggia, ma nell’interno. Chiuso anche questo, inconvenienti della mezza stagione. Ancora avanti, fino a un vicolo improbabile, lo imbocchiamo, si fiderà a percorrere un vicolo di una cittadina sconosciuta con uno sconosciuto? Sembra di sì. E il vicolo la premia terminando in quella che sembra la piazza centrale, arcate comprese, bar, una banca e una trattoria aperta, finalmente. Sediamo nel dehors, consultiamo i menù, stessa convergenza sul pesto, siamo in Liguria, ci mancherebbe altro. Dopo aver ordinato lei va in bagno. Ritorna con il cellulare in mano: avrà avuto da telefonare chiusa nella toilette? Avrà chiamato l’amica impaziente per dire che proprio non ci siamo, non sono all’altezza delle sue aspettative. E glielo dico, pure, a costo di sembrare paranoico: “sei andata in bagno a telefonare?”, lieve caduta di stile, mi rendo conto. “Che dici?, l’ho tolto dalla tasca per evitare che cadesse sul pavimento del bagno…”, che domande vado a fare?
Scivoliamo in lunghi discorsi sulla politica locale, la sua, la mia, i percorsi di studio, quelli professionali. Non trapela attrazione dai suoi movimenti, o forse non la percepisco perché non la sento nemmeno io, oppure sono io che di riflesso mi costringo a non sentire nulla più di una piacevole conversazione tra persone amabili con interessi comuni. Caffè, sigaretta, direzione Monte Mesco, la salita e il panorama. Risaliamo il sentiero che s’inoltra nel bosco, il mio fiato che si accorcia, la schiena che prende a sudare, sudore sulla fronte, orrore, sento una goccia scendere lungo la tempia. E’ il colpo di grazia, con questa mia idea di inerpicarci quassù, sono uno straccio d’uomo, come potrà mai, a questo punto, trovarmi attraente. Mi asciugo furtivamente con la manica della felpa.
Impietosita dal mio stato, arrivati sopra uno scorcio a mezza costa, sotto di noi la maestosità del mare illuminato dal sole, lei propone di sedersi sopra un masso che sembra fatto apposta per ospitare i respiri di due viandanti stremati. E ancora parole, adesso, di letteratura, di libri consumati, davanti a un sole che prende la strada del mare. E’ a questo punto che succede qualcosa, è questo il momento degli sguardi che finora non ci sono stati, davanti a tutti questi tedeschi di mezz’età, scarponi da trecking, zaino, shorts e sorriso, che ci sfilano davanti sciorinando teutonici “bonciorno, bonciorno” al nostro aspetto di piccioncini in cerca di intimità. Mi guarda in quel modo generoso di parole, senza pronunciarle, mentre sfoggio fiumi di passioni per i miei Böll, Tondelli, Celati, McEwan e chi più ne ha più ne metta. Mi guarda e io rispondo, fino a consumare le parole che escono sempre più lente e a fatica, arrivando a smorzarsi sulla pelle delle sue guance, dentro quegli occhi che compenetrano i miei. “Dici che ce lo possiamo scambiare, adesso, quell’abbraccio che ci eravamo promessi?”, “Oh sì”, s’illumina, se possibile, ancora di più, “aspettavo che me lo chiedessi”. Le mie mani sulla sua schiena, il suo capo sulla spalla, dopo averlo desiderato per settimane, non sembra davvero possibile, ora, che questo momento esista davvero.
E le mani continuano a esplorarsi, anche quando l’abbraccio si direbbe concluso. Le pupille rincorrono le linee del viso, restiamo in silenzio, a guardarci, nell’attesa che il sole si spenga a contatto con l’acqua del mare. Lei si avvicina ancora, cerca il mio petto, con sospiri lunghi che sento addosso. “Ascolta”, le dico, “non possiamo andare oltre”, faccio il gesto del grand’uomo, “tu mi capisci, non c’è modo di proseguire su questa strada”. La vedo annuire, ma è così chiaro che non è questo che vogliamo. Possiamo solo continuare a guardarci, questo sì, ci consumiamo di sguardi.
“Scendiamo in paese a bere qualcosa?”, andiamo. Scendiamo, in ascolto dei nostri passi, ancora nel bosco, dentro ai profumi del tramonto. Giusto che le cose vadano in questo modo, mi dico, così grande la spinta ad arrivare fin qua, ancora forte il richiamo di chi ho lasciato a casa. Che ne sarebbe della mia vita se solo provassi a sfiorarle le labbra? Che ne sarebbe della fiducia che mi ha permesso di arrivare fin qui? Dei progetti, del modo che abbiamo sempre avuto di vivere insieme? Che ne sarebbe di me?
Giungendo ai primi edifici della parte alta del paese, prendiamo una strada diversa da quella della salita. Dietro una curva si apre all’improvviso uno scorcio selvaggio e cadente, murature, costruzioni e natura aggressiva. Lei decide all’improvviso di piantare i piedi, di fermasi a osservare con l’occhio del fotografo a cui hanno rubato l’obiettivo. Guardo anch’io, almeno ci provo, ma che guarda poi?, e allora guardo lei, quelle sue guance sterminate, dallo zigomo a convergere intorno alle labbra. Un bacio ci sta, solo un bacio, che può essere?, solo labbra leggere sulla pelle.
Lo faccio e basta, nulla di grave potrà mai accadere.
E allora succede che ci baciamo per il resto della giornata, senza vedere, sentire, ascoltare, pensare ad altro. Baci sotto le arcate di una loggia non databile, baci davanti alle enoteche, baci che faceva notte contro il muraglione in pietra ancora caldo di sole tra la strada e la spiaggia, baci sotto il vento e le stelle in fondo al molo, baci in faccia a questa luna piena che si solleva dalle montagne e si alza in cielo solo per noi, per noi due soli al mondo.
Nulla di grave è accaduto.

1 commento:

LaFrancese ha detto...

Nulla di grave... solo, che ti voglio bene da morire.

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